Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15828 del 07/06/2021

Cassazione civile sez. II, 07/06/2021, (ud. 14/01/2021, dep. 07/06/2021), n.15828

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 22753 – 2019 R.G. proposto da:

Z.B., – c.f. (OMISSIS) – elettivamente domiciliato in Roma,

alla via Carlo Mirabello, n. 23, presso lo studio dell’avvocato

Simonetta Crisci che lo rappresenta e difende in virtù di procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, – c.f. (OMISSIS) – in persona del Ministro

pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,

domicilia per legge;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma n. 2633/2019;

udita la relazione nella camera di consiglio del 14 gennaio 2021 del

consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. Z.B., cittadino (OMISSIS), originario della provincia di (OMISSIS), seguace della chiesa “(OMISSIS)”, formulava istanza di protezione internazionale.

Esponeva che suo padre, del pari seguace della chiesa “(OMISSIS)”, era stato arrestato, trattenuto in carcere per due giorni e due notti e sottoposto ad estenuanti interrogatori circa la chiesa “(OMISSIS)”; che per timore di essere a sua volta arrestato aveva abbandonato la sua città d’origine; che nel novembre del 2014, allorchè era intento con taluni confratelli a far opera di proselitismo, era riuscito a sottrarsi all’arresto da parte della polizia; che nondimeno i confratelli che erano stati fermati, erano stati trattenuti in carcere per quindici giorni e sottoposti a varie forme di tortura; che, temendo per la sua incolumità, aveva lasciato la Cina ed aveva raggiunto l’Italia il 25.1.2016.

2. La competente Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale respingeva l’istanza.

3. Con ordinanza del 26.7.2018 il Tribunale di Roma rigettava il ricorso proposto da Z.B. avverso il provvedimento della commissione.

4. Z.B. proponeva appello.

Non si costituiva il Ministero dell’Interno.

5. Con sentenza n. 2633/2019 la Corte di Roma rigettava il gravame.

6. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso Z.B.; ne ha chiesto sulla scorta di tre motivi la cassazione con ogni susseguente statuizione.

Il Ministero dell’Interno ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

7. Con il primo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 5,6 e 14, del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27 e dell’art. 132 c.p.c., n. 4.

Deduce che ha errato la corte a reputare inattendibili le sue dichiarazioni. Deduce che le sue dichiarazioni, se valutate nel complesso, sono viceversa sufficientemente precise e circostanziate.

Deduce che ben avrebbe dovuto la corte, in esplicazione delle sue officiose prerogative istruttorie, acquisire informazioni, onde verificare l’attendibilità delle dichiarazioni rese in ordine al rilascio del passaporto, in ordine alla corruzione esistente in Cina ed in ordine ai rischi di persecuzione e di sottoposizione a trattamenti inumani cui è esposto in dipendenza del culto religioso che professa.

Deduce altresì che il culto che professa, è cristiano e non cattolico, sicchè non ha alcun rilievo il dialogo della Chiesa di Roma con le autorità cinesi.

8. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia l’omessa valutazione e motivazione in ordine alle prove prodotte.

Deduce che ha reso dichiarazioni coerenti, circostanziate, riscontrate dalle allegate informazioni sul suo paese d’origine e dalla documentazione prodotta. Deduce che la corte avrebbe dovuto avvalersi dei suoi poteri istruttori. Deduce che la corte avrebbe dovuto riconoscergli lo status di rifugiato.

9. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1, lett. g), artt. 14 e 17 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

Deduce che ha errato la corte a disconoscere la protezione sussidiaria. Deduce che, in ipotesi di rimpatrio, è esposto al pericolo di trattamenti inumani e degradanti a motivo del suo credo religioso.

Deduce altresì che, così come riferiscono i reports internazionali – tra cui “Human Rights Watch” del 2016 ed “Amnesty International” del 2016 – in Cina sono state emanate leggi che espongono a pericolo i diritti umani.

Deduce che ha errato la corte a negare la protezione umanitaria.

10. I rilievi, che la delibazione dei motivi di ricorso postula, tendono, per ampia parte, a sovrapporsi e a riproporsi; il che suggerisce la disamina simultanea dei mezzi di impugnazione, mezzi che, in ogni caso, sono da rigettare.

11. La valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c); tale apprezzamento “di fatto” è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. Cass. (ord.) 5.2.2019, n. 3340).

12. Su tale scorta, nel solco dunque della previsione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 ed alla luce dell’insegnamento n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte, si rappresenta quanto segue.

Da un canto, la corte ha dato compiutamente conto dell’inattendibilità delle dichiarazioni del ricorrente.

In particolare – e tra l’altro – la corte ha rimarcato l’incongruenza tra la vicenda narrata e, specificamente, tra il timore di subire un arresto correlato alla fede religiosa professata e la circostanza per cui il ricorrente ha “lasciato (…) il proprio paese con un passaporto rilasciato a proprio nome e con un volo di linea” (cfr. sentenza d’appello, pag. 2).

D’altro canto, il ricorrente senza dubbio sollecita questa Corte a far luogo ad una “diversa lettura” delle sue dichiarazioni (“il ricorrente però non ha mai dichiarato questo, non ha mai affermato che le forze dell’ordine fossero a conoscenza della sua professione di fede”: così ricorso, pag. 4).

13. Si tenga conto che nel giudizio relativo alla protezione internazionale del cittadino straniero, la valutazione di attendibilità, di coerenza intrinseca e di credibilità della versione dei fatti resa dal richiedente, non può che riguardare – ben vero, al di là dell’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) – tutte le ipotesi di protezione prospettate nella domanda, qualunque ne sia il fondamento; cosicchè, ritenuti non credibili i fatti allegati a sostegno della domanda, non è necessario far luogo a un approfondimento istruttorio ulteriore, attivando il dovere di cooperazione istruttoria officiosa incombente sul giudice, dal momento che tale dovere non scatta laddove sia stato proprio il richiedente a declinare, con una versione dei fatti inaffidabile o inattendibile, la volontà di cooperare, quantomeno in relazione all’allegazione affidabile degli stessi (cfr. Cass. (ord.) 20.12.2018, n. 33096; Cass. 12.6.2019, n. 15794).

In tal guisa del tutto ingiustificata è la censura concernente il mancato esercizio da parte della Corte di Roma dei poteri istruttori officiosi (cfr. ricorso, pagg. 5 e 14).

In tal guisa a nulla vale che il ricorrente adduca che, così come si evince dalle fonti internazionali, tra cui i reports di “Human Rights Watch” del 2014 e di “Amnesty International” del 2015, le chiese cosiddette “domestiche” – cristiane non cattoliche – subiscono numerose restrizioni da parte del governo (OMISSIS) e sono soggette a violenze ed intimidazioni.

14. In pari tempo il ricorrente si duole per l’asserita, omessa valutazione delle prove documentali prodotte (“il ricorrente ha tentato di dimostrare di praticare il culto dichiarato producendo due documenti provenienti dalla Chiesa locale di New York e dall’Associazione Luce dell’Alba di Roma, che danno conto del suo attivismo recente”: così ricorso, pag. 16).

E tuttavia il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892; Cass. (ord.) 26.9.2018, n. 23153).

15. Negli enunciati termini, dunque, in maniera ineccepibile e congrua, la corte distrettuale ha negato il riconoscimento e dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. a) e b).

16. Il ricorrente non ha censurato in modo specifico e puntuale il disconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. c) (l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui all’art. 14, lett. c), cit., implica un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito, censurabile in cassazione nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5: cfr. Cass. 21.11.2018, n. 30105; Cass. (ord.) 12.12.2018, n. 32064).

In ogni caso la valutazione, in parte qua, della corte territoriale, alla luce parimenti dell’insegnamento n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite, va esente da ogni forma di “anomalia motivazionale”.

17. In tema di concessione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, questa Corte senza dubbio spiega che la condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio, non potendosi tipizzare le categorie soggettive meritevoli di tale tutela che è invece atipica e residuale, nel senso che copre tutte quelle situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento dello status di “rifugiato” o della protezione sussidiaria, tuttavia non possa disporsi l’espulsione (cfr. Cass. 15.5.2019, n. 13079; cfr. Cass. 23.2.2018, n. 4455).

18. Su tale scorta si osserva che la corte capitolina ha puntualizzato che era manifestamente infondato l’unico profilo di vulnerabilità dedotto e correlato alla situazione generale della Cina: sostanzialmente la corte d’appello ha opinato, con una ineccepibile valutazione “in fatto”, nel senso che il richiedente asilo non è “sradicato” dal suo contesto d’origine.

19. In questi termini le ragioni di censura in punto di “umanitaria”, veicolate dai passaggi finali del terzo mezzo di impugnazione, sollecitano, al più, indebitamente (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 12892), questa Corte a riesaminare circostanze – la giovane età e la dimostrata capacità di integrazione nel tessuto socioeconomico italiano (cfr. ricorso, pag. 22) – rilevanti in rapporto al giudizio “di fatto” postulato dalla valutazione comparativa, caso per caso, necessaria ai fini del riscontro della condizione di vulnerabilità del richiedente.

20. Il Ministero dell’Interno sostanzialmente non ha svolto difese. Nessuna statuizione in ordine alle spese del presente giudizio va pertanto assunta.

21. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo ch contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis D.P.R. cit., se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis D.P.R. cit., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sez. seconda civ. della Corte Suprema di Cassazione, il 14 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 giugno 2021

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