Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15815 del 23/07/2020

Cassazione civile sez. lav., 23/07/2020, (ud. 15/10/2019, dep. 23/07/2020), n.15815

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CIRIELLO Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16467-2016 proposto da:

BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA S.P.A., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

AVENTINA 3/A, presso lo studio dell’avvocato SAVERIO CASULLI, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati GUGLIELMO BURRAGATO,

PIETRO EMILIO ANTONIO ICHINO;

– ricorrente –

contro

U.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE G. MAZZINI, 123,

presso lo studio dell’avvocato BENEDETTO SPINOSA, che lo rappresenta

e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7686/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 08/01/2016 r.g.n. 502/2013.

LA CORTE visti gli atti e sentito il consigliere relatore:

 

Fatto

RILEVA

che:

il sig. U.L. si rivolse al giudice del lavoro di Roma facendo presente di aver lavorato alle dipendenze di Banca Antonveneta, inquadrato nel livello QD3 (quadro direttivo) con la qualifica di analista applicativo esperto. In particolare, a decorrere dal luglio 2006, in qualità di capo progetto delle applicazioni dell’area pagamenti, aveva svolto mansioni di analisi tecniche funzionali nell’ambito delle applicazioni informatiche dell’area incassi e pagamenti, gestione e implementazione delle procedure, effettuando istallazione, collaudo, predisposizione dei manuali utenti e training utente. Era stato altresì responsabile del corretto funzionamento dei flussi, sicchè per le anzidette mansioni aveva avuto rapporti diretti con enti istituzionali quali Banca d’Italia, ABI ed altri, laddove venivano discusse ed approvati le normative e gli standard tecnici dell’area pagamenti. A partire da gennaio 2009, in seguito all’incorporazione nella Banca Monte dei Paschi di Siena, gli erano state assegnate mansioni non equivalenti alle ultime svolte, nè coerenti con l’inquadramento e la professionalità posseduti. In particolare, tali nuove mansioni consistevano in monitoraggio dei flussi telematici, supporto telefonico alla rete e data entry per correzione flussi telematici, di modo che, trattandosi di semplice input dati al computer, tali compiti erano propri della III area – primo livello. Pertanto, l’attore chiese ordinarsi alla Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. la sua reintegra nelle mansioni proprie della qualifica posseduta (QD3), nonchè la condanna di parte convenuta al risarcimento del danno alla professionalità e alla vita di relazione, da liquidarsi in via equitativa, oltre accessori. Instauratosi il contraddittorio con la costituzione in giudizio della società BMPS, la stessa resisteva alle pretese avversarie. Quindi, assunte le ammesse prove testimoniali, il giudice adito con sentenza pubblicata il 24 luglio 2012 rigettava le domande dell’attore, condannando altresì costui al rimborso delle spese di lite;

avverso tale sentenza il sig. U.L. proponeva appello come da ricorso depositato il 24 gennaio 2013, censurando le argomentazioni svolte con la impugnata sentenza, tra cui il ricorso alla teoria del demansionamento come unica alternativa ad un possibile licenziamento per giustificato motivo oggettivo, che tuttavia la Banca non aveva affatto eccepito e dedotto, nè tantomeno chiesto di provare e che comunque non era stato provato, mancando inoltre un accordo, collettivo o individuale, che prevedesse il demansionamento, al fine di poter derogare alla disciplina di cui all’art. 2103 c.c.. Peraltro, il primo giudicante aveva omesso di rilevare che nell’accordo sindacale del 4 dicembre 2008 parte datoriale si era impegnata alla ricerca di soluzioni più adeguate alla professionalità dei dipendenti. Pertanto, l’appellante aveva reiterato le precedenti richieste, rinunciando tuttavia la domanda di risarcimento del danno biologico e morale, limitandone la pretesa al solo danno alla professionalità, di cui aveva chiesto la liquidazione in misura pari all’intera retribuzione mensile percepita dal 18 dicembre 2008 in avanti, nella misura di Euro 2334,89;

la Corte d’Appello di Roma con sentenza n. 7686 in data 2 novembre 2015, quindi pubblicata l’8 gennaio 2016, in parziale accoglimento dell’interposto gravame con conseguente riforma della impugnata pronuncia, dichiarava illegittimo il demansionamento patito dall’appellante a far luogo dal mese di gennaio dell’anno 2009 e ordinava alla Banca appellata di reintegrare il ricorrente nelle mansioni proprie del livello QD3, c.c.n.l. bancari, identiche o equivalenti a quelle svolte sino al dicembre dell’anno 2008. Condannava, inoltre, la società appellata a risarcire il danno patrimoniale alla professionalità, che liquidava in via equitativa in misura pari al 15% della retribuzione globale di fatto mensile percepita da gennaio 2009 sino al deposito del ricorso introduttivo del giudizio, oltre accessori di legge. La Corte capitolina condannava, infine, la società al rimborso delle spese relative ad entrambi i gradi del giudizio in ragione dei 2/3, all’uopo liquidate, compensato il residuo terzo;

la Corte distrettuale, dopo aver dettagliatamente indicato le ragioni poste a fondamento della sentenza pronuncia di primo grado (risultando tra l’altro pacifico che il ricorrente prima della fusione era addetto alla funzione ICT presso la sede di (OMISSIS) di Banca Antonveneta e che successivamente detta funzione non era stata più svolta presso l’unità operativa (OMISSIS), bensì soltanto presso altre sedi del COG per la BMPS – il conferimento delle nuove funzioni era avvenuto all’esito dell’accordo sindacale concluso il 4 dicembre 2008, sicchè le mansioni post-fusione erano state conferite non per arbitrio della banca incorporante, ma causa della soppressione della posizione lavorativa, a sua volta connessa al venir meno dell’attività ICT presso la sede (OMISSIS). Di conseguenza, era stato applicato il principio affermato da Cass. n. 25033/2006, secondo cui l’adibizione a mansioni inferiori, restando immutato livello retributivo, non si pone in contrasto con l’art. 2103 c.c. se rappresenti l’unica alternativa praticabile in luogo del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, demandando alla contrattazione collettiva la gestione dei rapporti di lavoro in ragione di specifiche situazioni che richiedano una accentuata flessibilità. Nel caso in esame, quindi, risultava evidente che l’assegnazione delle mansioni post fusione aveva rappresentato l’unica alternativa al licenziamento, consentendo al ricorrente altresì di continuare a lavorare presso l’unità produttiva di (OMISSIS)…), ha osservato che l’ U. con una pluralità di motivi – da esaminare congiuntamente per la loro stretta connessione – aveva lamentato un errato ricorso alla teoria del demansionamento come unica alternativa ad un possibile licenziamento per giustificato motivo oggettivo, che tuttavia la Banca non aveva affatto eccepito nel dedotto. Di conseguenza, dato atto delle altre doglianze mosse dall’appellante, la Corte capitolina ha rilevato la fondatezza dei motivi addotti a sostegno dell’impugnazione, osservando in primo luogo che la prospettazione del demansionamento come unica alternativa possibile al licenziamento rappresentava un’eccezione in senso stretto, che doveva essere sollevata dalla parte interessata e che perciò non poteva essere rilevata d’ufficio dal giudice. Nel caso di specie la Banca non aveva opposto l’anzidetta eccezione, avendo anzi impostato la sua difesa in termini di esatta equivalenza tra le precedenti mansioni svolte dal lavoratore istante e quelle a lui affidate successivamente alla fusione per incorporazione. Si era, perciò, trattato di una difesa volta a negare, in fatto ed in diritto, il dedotto demansionamento e, quindi, totalmente oltre che logicamente, incompatibile con l’eccezione. Ne derivava che effettivamente il giudice adito si era pronunciato oltre quanto richiesto, in violazione dell’art. 112 c.p.c., laddove aveva motivato la sua decisione facendo riferimento a principi di diritto espressi da questa Corte in relazione fattispecie di non contestato demansionamento. Inoltre, come esattamente rilevato dall’appellante, nell’accordo sindacale del 4 dicembre 2008 la Banca si era impegnata alla ricerca di soluzioni più adeguate alla tutela della professionalità dei dipendenti. Dunque, tale accordo, lungi dall’introdurre una deroga all’art. 2103 c.c., si iscriveva proprio nella medesima ratio di tutela della norma primaria, di cui costituiva pedissequa attuazione, sia pure prefigurando un procedimento negoziale volto a trovare in primo luogo una soluzione concordata con il dipendente coinvolto. In conclusione, nel caso di specie non si era in presenza di una fattispecie derogatoria della disciplina di cui all’art. 2103, norma quindi da applicare nel caso in esame per decidere la controversia. Al riguardo, di conseguenza, la Corte di merito ha rilevato che fino ad epoca anteriore alla fusione per incorporazione di Banca Antonveneta, l’appellante era stato capo progetto delle applicazioni informatiche dell’area pagamenti, per cui era stato adibito all’analisi tecnica e funzionale di applicazioni informatiche dell’area pagamenti, seguendo la gestione e l’implementazione delle procedure nonchè curando altri analoghi importanti adempimenti tecnici. La descrizione di tali mansioni era contenuta nel ricorso introduttivo del giudizio, ma non era stata contestata nella sua veridicità storica, sicchè ad avviso della Corte d’Appello, contrariamente a quanto opinato dal Tribunale, risultava ampiamente sufficiente a consentire la valutazione comparativa con le mansioni alle quali poi il lavoratore era stato adibito in seguito alla intervenuta fusione per incorporazione. In particolare, le nuove mansioni consistevano in monitoraggio dei flussi telematici, con relativa data entry per eventuali correzioni ed in supporto telefonico alla rete. Quindi, richiamato l’art. 76 del contratto collettivo per i quadri direttivi, tra i quali risultava inquadrato l’appellante – per cui la relativa declaratoria risultava inoltre articolata in quattro livelli retributivi, includendovi tra gli altri gli incaricati di svolgere attività specialistiche caratterizzate generalmente dal possesso di metodologie professionali complesse, da procedure prevalentemente non standard, con input parzialmente definiti ed in contesti sia stabili che innovativi- le mansioni svolte dall’ U. prima della fusione venivano giudicate certamente quelle proprie della qualifica rivestita, mentre non così poteva dirsi in relazione ai nuovi compiti, rivelatisi piuttosto corrispondenti a quelli di un impiegato di terza area professionale (cui appartenevano i lavoratori stabilmente incaricati di svolgere, in via continuativa e prevalente, attività caratterizzate da contributi professionali operativi e/o specialistici anche di natura tecnica e/o commerciale e/o amministrativa, richiedenti applicazione intellettuale eccedente la semplice diligenza di esecuzione – sul punto richiamando precedenti giurisprudenziali della medesima Corte distrettuale). Circa il procedimento negoziale prefigurato dall’accordo sindacale, la Corte capitolina ha evidenziato che il teste G. aveva ricordato un solo episodio nel corso del quale era stata verificata soltanto una disponibilità di massima dell’ U. a continuare a svolgere le precedenti mansioni, ma in un diverso luogo di lavoro, oppure di intraprendere un nuovo percorso professionale. Inoltre, nel corso del suo libero interrogatorio l’appellante aveva dichiarato che rifiutò di andare a lavorare altrove, rifiuto che tuttavia, secondo la Corte capitolina, non legittimava di certo parte datoriale ad adibirlo a mansioni non equivalenti, in violazione dell’art. 2103 c.c., dovendo pur sempre essere garantita la tutela della professionalità, sia in base alla norma primaria, sia in forza dell’impegno negoziale espressamente assunto da parte datoriale con il citato accordo sindacale.

Peraltro, il rifiuto di trasferirsi presso altra sede poteva ritenersi ampiamente giustificato, visto che l’interessato, come pure ricordato dalla Banca appellata, fruiva di permessi ex L. n. 104 del 1992 per assistere la madre, portatrice di handicap grave. Di conseguenza, risultava ancora più pressante la necessità di ricercare soluzioni alternative che salvaguardassero la professionalità, ciò che invece non era avvenuto. Quanto, poi, alle conseguenze risarcitorie, in parte rinunciate dall’appellante, che aveva limitato le sue pretese al danno alla professionalità, la domanda risultava per quanto di ragione fondata. Infatti, secondo la Corte di merito, il demansionamento vi era stato e, sebbene ampiamente apprezzabile, non era stato grave. Gli unici profili lesi, altamente rilevanti, riguardavano sia il livello tecnico professionale delle precedenti mansioni, indubbiamente complesso è dotato di aspetti di discrezionalità tecnica definitivamente persi con le nuove mansioni, sia l’insieme di contatti con enti istituzionali, che avevano posto l’appellante in un ruolo tecnico professionale di tipo specialistico, anche in rapporto con terzi soggetti, nonchè di tipo istituzionale, anch’essi definitivamente perduti. Si trattava, quindi, di aspetti che consentivano di ritenere ampiamente integrate quelle presunzioni semplici, ex art. 2729 c.c., sufficienti per la prova del danno patrimoniale patito. Circa il quantum debeatur, tenuto conto della prassi giurisprudenziale in corso presso la Corte distrettuale, veniva adottato il criterio equitativo del 15% della retribuzione globale di fatto da gennaio 2009, data di inizio del demansionamento, fino al deposito del ricorso introduttivo del giudizio;

avverso l’anzidetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione la Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A., come da atto del 6/12 luglio 2016, affidato a vari motivi, cui ha resistito il sig. U.L. mediante controricorso del 12 agosto 2016;

le parti hanno poi depositato memorie illustrative.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo la società ricorrente ha denunciato ex art. 360 c.p.c., n. 4 la nullità dell’impugnata sentenza per omessa pronuncia in merito all’eccezione di inammissibilità del ricorso d’appello;

detta censura è infondata con riferimento anche alla nuova formulazione dell’art. 434 c.p.c., laddove ad ogni modo la questione risulta, all’evidenza, implicitamente superata dalla sentenza di appello, che, decidendo nel merito l’interposto gravame, ha in effetti ritenuto validamente proposta l’impugnazione (cfr. tra le altre Cass. II civ. n. 20718 del 13/08/2018, secondo cui non ricorre il vizio di omessa pronuncia quando la decisione adottata comporti una statuizione implicita di rigetto della domanda o eccezione formulata dalla parte. Conforme anche Cass. n. 29191 del 2017, laddove, per altro verso, Cass. Sez. 6 – 2, n. 6174 del 14/03/2018, ha ritenuto che l’omesso esame di una questione puramente processuale non integra il vizio di omessa pronuncia, configurabile soltanto con riferimento alle domande ed eccezioni di merito, dovendosi escludere che l’omesso esame di un’eccezione processuale possa dare luogo a pronuncia implicita, idonea al giudicato, venendo in rilievo la diversa questione della riproposizione dell’eccezione in appello.

Quanto, poi, alla ritualità dell’appello, si rimanda in part. a Cass. sez. un. civ. n. 27199 del 16/11/2017, secondo cui gli artt. 342 e 434 c.p.c., nel testo formulato dal D.L. n. 83 del 2012, conv. con modif. dalla L. n. 134 del 2012, vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere, a pena di inammissibilità, una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice, senza che occorra l’utilizzo di particolari forme sacramentali o la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado, tenuto conto della permanente natura di “revisio prioris instantiae” del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata. In senso conforme, tra le altre, Cass. Sez. 6 – 3, n. 13535 del 30/05/2018);

con il secondo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la Banca Monte dei Paschi di Siena ha denunciato la violazione degli artt. 342,348 bis e 434 c.p.c., sempre con riferimento alla asserita genericità dell’atto d’appello;

detta censura è inammissibile per difetto di specificità e di autosufficienza ex art. 366 c.p.c., comma 1, ed anche perchè, trattandosi di error in procedendo, la doglianza (peraltro verosimilmente infondata alla luce di quanto chiarito in proposito dalla succitata pronuncia delle Sezioni unite di questa Corte) non risulta univocamente formulata in termini di nullità ex art. 360 c.p.c., n. 4 (cfr. sul punto Cass. Sez. Un. 17931 del 24/07/2013, II civ. n. 10862 del 7/5/2018, id. n. 24247 del 29/11/2016); con il terzo motivo, ex art. 360 c.p.c., n. 3, l’impugnata sentenza è stata censurata per violazione falsa applicazione dell’art. 76 del contratto collettivo nazionale di lavoro per i quadri direttivi e per il personale delle aree professionali dipendenti dalle imprese creditizie finanziarie e strumentali dell’8 dicembre 2007, contestandosi l’impugnata sentenza per la parte in cui era stata fornita una lettura erronea e riduttiva delle declaratorie contrattuali previste dall’art. 76, così giungendo alle erronea conclusione, secondo cui le nuove mansioni affidate a decorrere dal gennaio 2009 sarebbero di contenuto professionale inferiore rispetto a quelle svolte prima della citata ed organizzazione. Si assume la mancanza di ogni riferimento ai caratteri di autonomia e responsabilità decisionale, che invece erano ampiamente richiamati come elementi caratterizzanti per altre figure;

con il quarto motivo, formulato ex art. 360 c.p.c., n. 3, la società ricorrente si è doluta della violazione e falsa applicazione dell’art. 2103 c.c. in relazione al giudizio di equivalenza delle mansioni. Al riguardo si assume che la sentenza impugnata aveva fornito una lettura erronea dell’art. 2103, ritenendo che il giudizio di comparazione per valutare un’eventuale demansionamento dovesse effettuarsi con esclusivo riguardo alla declaratoria prevista dal contratto collettivo e, non invece, assumendo come parametro il patrimonio professionale del lavoratore, ossia il cosiddetto bagaglio di conoscenze ed esperienze caratterizzanti la professionalità del dipendente, acquisito anche alla luce delle ultime mansioni in concreto espletate, mentre la sentenza impugnata non aveva in alcun modo valutato quale fosse il reale contenuto delle mansioni svolte dal sig. U. prima della riorganizzazione di gennaio 2009, cui aveva poi fatto seguito il mutamento di mansioni, dovendosi in effetti aver riguardo ex art. 2103 c.c. circa l’obbligo di adibizione pure (ovvero) con riferimento alle mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, non rilevando pertanto l’astratta declaratoria della qualifica attribuita al dipendente a fini normativi e retributivi, che, come nel caso di specie “può per svariate ragioni, tra cui la rilevanti anzianità aziendale, essere più elevata rispetto a quella corrispondente alle mansioni in concreto affidate, a titolo di trattamento di miglior favore, individuale o collettivo…”, avuto altresì riguardo alla c.d. clausola di fungibilità prevista dalla contrattazione collettiva, come in tal sensi ritenuto da Cassazione sezioni unite 24 novembre 2006 n. 25033. Inoltre, con la censura sub. IV.I, parte ricorrente ha denunciato ex art. 360 c.p.c., n. 5 l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio: se si fosse attenuta ai principi di diritto richiamati con precedente motivo di ricorso, la sentenza di appello non avrebbe potuto limitarsi ad affermare la non riconducibilità delle mansioni svolte dall’appellante alla declaratoria dei quadri, ma avrebbe dovuto valutare anche l’esito delle risultanze istruttorie, dalle quali era emerso come le mansioni assegnate al dipendente all’esito della riorganizzazione non fossero affatto deteriori rispetto alle precedenti. I giudici di appello, quindi, avevano del tutto omesso di considerare le risultanze istruttorie acquisite nell’ambito del giudizio di primo grado, tra cui in particolare le dichiarazioni rese dai testi escussi in primo grado, i quali avevano univocamente confermato che il dipendente in questione non aveva autonomia gestionale, nè svolgeva compiti di coordinamento di risorse, in quanto tali prerogative spettavano unicamente al responsabile del comparto, sig. F. M., e al suo superiore, sig. S. C., per cui l’impugnata sentenza aveva del tutto omesso di considerare le precisate (pag. 25 del ricorso de quo) circostanze, che ben avrebbero potuto escludere la sussistenza di un qualsiasi demansionamento. Se avesse esaminato le dichiarazioni rese dai testimoni escussi nel corso del giudizio di primo grado, senza limitarsi ad utilizzare come parametro esclusivo la declaratoria generale prevista dal c.c.n.l., la Corte territoriale avrebbe senz’altro potuto appurare che le mansioni svolte dall’ U. dopo la riorganizzazione del gennaio 2009 erano in realtà pienamente coincidenti, dal punto di vista professionale e qualitativo, con quelle svolte in precedenza, come del resto aveva sancito anche il giudice di primo grado;

le anzidette doglianze, tra loro connesse e perciò esaminabili congiuntamente, vanno disattese, dovendosi in primo luogo rilevare come alla stregua dell’ampia e dettagliata disamina delle questioni trattate dalla sentenza qui impugnata (per cui si rimanda alla precedente narrativa di questa sentenza) la Corte di merito non abbia trascurato di valutare alcuna rilevante e decisiva circostanza fattuale inerente alla vicenda di cui è processo, con conseguente argomentato accertamento della stessa nei termini sopra indicati (insindacabile come tale in questa sede di legittimità, per quanto concerne il corrispondente ragionamento decisorio), quindi correttamente applicando la normativa di riferimento, segnatamente in relazione all’art. 2103 c.c. (secondo il testo in vigore 30-4-1986 al 24-6-2015, nella specie ratione temporis applicabile), la cui disciplina non risultava ad ogni modo derogata nel caso di specie, in ordine all’appurato demansionamento professionale, conformemente inoltre ai principi di diritto affermati in materia da questa Corte di legittimità (v. infatti anche la stessa pronuncia di Cass. sez. un. civ. n. 25033 pubblicata il 24/11/2006, secondo cui, in primo luogo, la nullità di patti contrari al divieto di declassamento di mansioni, previsto dal capoverso dell’art. 2103 c.c., si applica anche alla contrattazione collettiva, come si desume, in positivo, dal dettato normativo della L. n. 300 del 1970, art. 40 che fa salve le condizioni dei contratti collettivi e degli accordi sindacali solo se più favorevoli ai lavoratori, nonchè, “a contrario”, da altre disposizioni con cui, eccezionalmente, il legislatore ha autorizzato la contrattazione collettiva ad introdurre una disciplina in deroga al disposto dell’art. 2103 c.c., comma 1 quale la L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 11. Tra l’altro, Cass. s.u. n. 25033/06, chiariva pure che la garanzia prevista dall’art. 2103 c.c. opera anche tra mansioni appartenenti alla medesima qualifica prevista dalla contrattazione collettiva, precludendo l’indiscriminata fungibilità di mansioni per il solo fatto dell’accorpamento convenzionale; conseguentemente, il lavoratore addetto a determinate mansioni – che il datore di lavoro è tenuto a comunicargli ex art. 96 disp. att. c.c. nell’esercizio del suo potere conformativo delle iniziali mansioni alla qualifica – non può essere assegnato a mansioni nuove e diverse che compromettano la professionalità raggiunta, ancorchè rientranti nella medesima qualifica contrattuale. Inoltre, ai fini della verifica del legittimo esercizio dello “jus variandi” da parte datoriale, deve essere valutata, dal giudice di merito – con giudizio di fatto incensurabile in cassazione ove adeguatamente motivato – l’omogeneità tra le mansioni successivamente attribuite e quelle di originaria appartenenza, sotto il profilo della loro equivalenza in concreto rispetto alla competenza richiesta, al livello professionale raggiunto ed alla utilizzazione del patrimonio professionale acquisito dal dipendente. In senso analogo sul punto anche Cass. lav. n. 13173 – 08/06/2009.

V. ancora Cass. lav. n. 7435 del 26/03/2018, secondo cui l’equivalenza delle mansioni deve essere valutata anche nel caso in cui le mansioni in precedenza assegnate non siano state affidate ad altro dipendente, ma si siano esaurite, con la conseguenza che anche in tale caso può aversi demansionamento, allorchè le nuove mansioni siano inferiori a quelle proprie della qualifica o alle ultime svolte dal lavoratore. Conforme id. n. 1575 del 26/01/2010.

Cass. lav. n. 15010 del 14/06/2013: ai fini della verifica del legittimo esercizio dello “jus variandi” da parte del datore di lavoro, deve essere valutata, dal giudice di merito – con giudizio di fatto incensurabile in cassazione ove adeguatamente motivato – la omogeneità tra le mansioni successivamente attribuite e quelle di originaria appartenenza, sotto il profilo della loro equivalenza in concreto rispetto alla competenza richiesta, al livello professionale raggiunto ed alla utilizzazione del patrimonio professionale acquisito dal dipendente, senza che assuma rilievo che, sul piano formale, entrambe le tipologie di mansioni rientrino nella medesima area operativa. V. altresì Cass. lav. n. 1916 del 3/2/2015, secondo cui il giudice di merito deve accertare, in concreto, se le nuove mansioni siano aderenti alla competenza professionale specifica acquisita dal dipendente e ne garantiscano, al contempo, lo svolgimento e l’accrescimento del bagaglio di conoscenze ed esperienze, senza che assuma rilievo l’equivalenza formale fra le vecchie e le nuove mansioni.

Inoltre, secondo Cass. lav. n. 19037 del 25/09/2015, in caso di nuovo assetto organizzativo disposto dal datore di lavoro, che comprenda la riclassificazione del personale concordata con le organizzazioni sindacali, si realizza una violazione dell’art. 2013 c.c. se il dipendente venga adibito a differenti mansioni, compatibili con la nuova classificazione ma incompatibili con la sua storia professionale.

Cass. lav. n. 4090 del 2/3/2016: la nullità di patti contrari al divieto di declassamento di mansioni, pur trovando applicazione anche alla contrattazione collettiva, non esclude che un nuovo contratto collettivo possa prevedere il riclassamento del personale consistente in un riassetto delle qualifiche e dei rapporti di equivalenza tra mansioni, fatta salva la tutela della professionalità già raggiunta dal lavoratore, sicchè mentre è legittima l’attribuzione della nuova qualifica al lavoratore le cui mansioni siano rimaste immutate, sarebbe viceversa illegittima l’assegnazione di nuove mansioni non coerenti con la professionalità di quest’ultimo, anche se equivalenti ad altre rientranti nella nuova qualifica attribuita.

Cass. lav. n. 28240 del 6/11/2018: l’esercizio dello “jus variandi” datoriale, vigente l’art. 2103 c.c. nella formulazione anteriore alla novella operata con il D.Lgs. n. 81 del 2015, trova il suo limite nella salvaguardia del livello professionale raggiunto dal prestatore, sicchè – pur in presenza dell’accorpamento convenzionale delle mansioni in una medesima qualifica – l’equivalenza deve essere valutata in concreto dal giudice di merito, al fine di verificare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza tecnico professionale acquisita dal dipendente.

Peraltro, come ricordato anche da Cass. lav. n. 26477 del 19/10/2018 qualora il lavoratore alleghi un demansionamento professionale riconducibile a un inesatto adempimento dell’obbligo posto dall’art. 2103 c.c. a carico del datore di lavoro, è su quest’ultimo che incombe l’onere di provare l’esatto adempimento, dimostrando l’inesistenza, all’interno del compendio aziendale, di altro posto di lavoro disponibile, equiparabile al grado di professionalità in precedenza raggiunto dal lavoratore. In senso analogo, per quanto concerne detto onere probatorio, Cass. lav. n. 20080 del 30/07/2018, sebbene con specifico riguardo agli obblighi di protezione ex art. 2087 c.c.);

con il quinto motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, è stata denunciata la violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 in combinato disposto con l’art. 111 Cost., in relazione a quanto ritenuto dai giudici d’appello, che avevano ravvisato un vizio di ultrapetizione nella sentenza gravata, laddove era stato ritenuto legittimo il mutamento delle mansioni che avevano interessato l’attore dopo la fusione per incorporazione di Banca Antonveneta di Monte dei Paschi di Siena, in quanto costituente l’unica alternativa possibile ad una risoluzione del rapporto di lavoro. Al riguardo la sentenza d’appello aveva ritenuto, secondo la società ricorrente, che la prospettazione svolta in via principale dalla Banca, diretta ad escludere in radice il dedotto demansionamento, sarebbe stata logicamente inconciliabile con la prospettazione, in via subordinata, di una diversa tesi, volta per l’appunto a dimostrare che, quand’anche sussistente, il demansionamento sarebbe stato in ogni caso giustificato in un’ottica di extrema ratio, al fine di evitare la risoluzione del rapporto di lavoro. Una tale motivazione era manifestamente illogica, tanto da integrare nullità dell’impugnata pronuncia ex art. 132 c.p.c., n. 4. E’ stata, quindi, censurata la sentenza d’appello, nella parte in cui si era ritenuto che la prospettazione di una difesa in termini di esatta equivalenza tra le mansioni precedentemente espletate e quelle affidate successivamente alla ricordata fusione sarebbe stata totalmente e logicamente incompatibile con l’anzidetta eccezione, affermazione immotivata e peraltro anche in contrasto con il consolidato principio secondo cui le parti possono proporre nello stesso giudizio, in forma alternativa o subordinata, due o più domande, anche tra loro concettualmente incompatibili, senza che ciò possa dar luogo ad una incoerenza del quadro difensivo, donde una motivazione manchevole di coerenza logica, ferma restando inoltre la possibilità, anche in seguito alla più recente formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, di verifica in sede di legittimità della irriducibile contraddittorietà e illogicità manifesta della motivazione;

invero, tale censura appare comunque non autosufficiente, in quanto contrariamente alle prescrizioni imposte a pena d’inammissibilità dall’art. 366 codice di rito, comma 1 ha omesso non solo di riprodurre adeguatamente il ricorso introduttivo del giudizio, ma soprattutto di trascrivere le parti salienti delle difese svolte con la memoria difensiva di costituzione in primo grado. D’altro canto, la surriferita motivazione sul punto, svolta con l’impugnata sentenza, non appare inferiore al c.d. minimo costituzionale occorrente a norma dell’art. 111 Cost., art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., poichè il ragionamento ivi enunciato risulta agevolmente comprensibile e coerente nella sua estrinsecazione in ordine al riscontrato vizio di ultrapetizione, nei sensi denunciati in proposito da parte appellante, mentre per altro verso la doglianza ha omesso di precisare in quali specifici termini sarebbe stato violato l’art. 112 c.p.c., la cui pretesa errata applicazione in concreto è invece sottesa alla medesima doglianza, per contro formulata con esclusivo riferimento alla sola motivazione;

con il sesto motivo la ricorrente, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, ha denunciato violazione e falsa applicazione dell’art. 2103 c.c. in relazione alla possibilità di assegnare al lavoratore mansioni non equivalenti in caso di indisponibilità di altre posizioni lavorative equivalenti a fine di evitare il licenziamento, tanto in conseguenza del preteso errore di diritto fatto valere con il quinto motivo, non avendo l’impugnata sentenza considerato che l’assegnazione a mansioni non equivalenti, quand’anche realmente sussistenti, sarebbe stata attuata dalla Banca in un’ottica di miglior favore per il dipendente, a fronte dell’indisponibilità di altre mansioni equivalenti, nonchè al fine di evitare l’intimazione del licenziamento per soppressione della posizione lavorativa;

il motivo appare inconferente alla luce del complessivo percorso argomentativo seguito alla Corte di merito, che ha valutato la vicenda in relazione sia alla disciplina di cui all’art. 2103 c.c. sia alla luce dell’accordo sindacale di dicembre 2008, giungendo quindi alla conclusione che nel caso di specie non risultava derogata la norma di legge, essendo mancato comunque qualsiasi accordo al riguardo e tenuto conto altresì che l’eccezione preliminare ipotizzata dal tribunale, integrante appunto un’eccezione di parte, non poteva assumere alcuna rilevanza poichè irritualmente individuata d’ufficio dal giudicante, quindi ultra petita. D’altro canto, la doglianza si fonda in effetti sul presupposto di quanto validamente asserito con la precedente quinta censura, però anch’essa disattesa nei sensi di cui sopra, con conseguente assorbimento, sotto tale profilo, del connesso medesimo sesto motivo;

con il sesto motivo bis (VI.I), formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, la società ricorrente ha dedotto l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in relazione al contenuto dell’accordo sindacale sottoscritto nell’ambito della procedura di informazione consultazione sindacale ai sensi della L. n. 428 del 1990, art. 47 per l’esternalizzazione dei servizi ICT, per cui la Banca aveva dapprima cercato d’individuare una soluzione condivisa con il diretto interessato, proponendogli la ricollocazione presso altra sede del Consorzio, e poi, una volta acquisita la sua indisponibilità, non potendo disporre unilateralmente il trasferimento del lavoratore presso il Consorzio, anche per effetto delle tutele assicurate al predetto ex L. n. 104 del 1992, aveva approntato gli opportuni percorsi di riqualificazione professionale, che avevano consentito al dipendente di conservare il suo posto di lavoro a (OMISSIS) e di ampliare il suo bagaglio di conoscenze professionali potendo in tal modo essere adibito a nuove mansioni;

la doglianza, per come sinteticamente enunciata a pag. 31 del ricorso de quo, si appalesa non autosufficiente, poichè nulla di preciso al riguardo emerge dalla sentenza impugnata e mancano in proposito esaurienti allegazioni ex art. 366 c.p.c.. La questione della esternalizzazione di cui al citato art. 47 appare quindi del tutto nuova, mentre, per altro verso, del tutto apodittica ed alquanto generica risulta affermazione circa l’intervenuto approntamento di non meglio indicati corsi di riqualificazione professionale che avevano consentito all’ U. di ampliare il suo bagaglio di conoscenze così da poter essere adibito a nuove mansioni;

con il settimo motivo, infine, ex art. 360 c.p.c., n. 3 la società ricorrente si è doluta della violazione falsa e applicazione dell’art. 2103 c.c., in combinato disposto con gli artt. 2043,1218,1226,1256 e 2087 c.c., in relazione alla liquidazione in via equitativa del danno non patrimoniale da demansionamento, laddove l’impugnata sentenza aveva liquidato il preteso danno alla professionalità senza considerare in alcun modo la reale entità del pregiudizi subiti dall’interessato, ma tenendo conto della menzionata prassi giurisprudenziale seguita presso la Corte capitolina con riferimento al criterio equitativo del 15% della retribuzione globale di fatto;

anche tale censura appare non autosufficiente, siccome in gran parte limitata alla mera riproduzione di massime giurisprudenziali di legittimità, nonchè inconferente, per non confutare specificamente le presunzioni menzionate sul punto nella motivazione della sentenza impugnata, laddove (punto 3, pag. 9, della sentenza impugnata) inoltre il danno ivi riconosciuto, alla professionalità, veniva ritenuto esplicitamente di natura patrimoniale, mentre per il danno non patrimoniale (biologico, esistenziale morale) vi era stata espressa rinuncia da parte dell’appellante. Manca, ad ogni modo, ex art. 366 c.p.c., n. 6 adeguata riproduzione del ricorso introduttivo del giudizio nonchè di quello di appello sul punto;

pertanto, il ricorso va rigettato con conseguente condanna della parte soccombente al rimborso delle relative spese;

atteso, infine, l’esito interamente negativo dell’impugnazione qui proposta, sussistono i presupposti di legge per il versamento dell’ulteriore contributo unificato.

P.Q.M.

la Corte RIGETTA il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle relative spese, che liquida a favore del controricorrente in complessivi Euro =4000,00= per compensi professionali ed in Euro =200,00=, per esborsi, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 15 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2020

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