Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1580 del 24/01/2020

Cassazione civile sez. III, 24/01/2020, (ud. 10/10/2019, dep. 24/01/2020), n.1580

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11078-2018 proposto da:

F.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIUNIO BAZZONI

15, presso lo studio dell’avvocato DANIELE VITALE, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIUSEPPE ALESSIO;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) SPA IN LIQUIDAZIONE, in persona del Curatore,

domiciliato ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati CRISTIANA

VALANDRO, PIERPAOLO CASCHETTO;

– controricorrente –

e contro

R.L.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 205/2018 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 30/01/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/10/2019 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Rilevato che, con sentenza resa in data 30/1/2018, la Corte d’appello di Venezia, per quel che ancora rileva in questa sede, ha confermato la decisione con la quale il giudice di primo grado, in accoglimento della domanda proposta dalla (OMISSIS) s.p.a., ha dichiarato l’inopponibilità, ai sensi dell’art. 2901 c.c., dell’atto con il quale R.L. (debitore della società attrice) aveva ceduto taluni propri diritti immobiliari in favore della coniuge, F.S., in occasione della separazione consensuale delle parti;

che, preliminarmente la corte territoriale ha disatteso le doglianze avanzate dalla F. in relazione alla mancata pronuncia, da parte del primo giudice, dell’estinzione del giudizio di primo grado;

che, sul punto, la corte d’appello ha in primo luogo evidenziato come il giudice di primo grado avesse disposto la sospensione per pregiudizialità (ex art. 295 c.p.c.) del giudizio introdotto ai sensi dell’art. 2901 c.c., sul presupposto della necessità di accertare con efficacia di giudicato il credito vantato dalla (OMISSIS) s.p.a. nei confronti del R.;

che, ciò posto, pur essendo intervenuto il fallimento della (OMISSIS) s.p.a. nelle more del giudizio pregiudicante, il primo giudice aveva correttamente escluso, ad avviso della corte territoriale, la necessità di procedere a un’immediata riassunzione (pena l’estinzione) del processo pregiudicato sospeso (pur quando al solo fine di farne rilevare l’interruzione), attesa la radicale impossibilità di compiere alcun atto del processo in pendenza della sospensione;

che, sotto altro profilo, sempre secondo la corte d’appello, del tutto correttamente il primo giudice aveva disatteso l’ulteriore argomentazione sostenuta dalla F., secondo cui il dies a quo per la riassunzione del processo sospeso avrebbe dovuto farsi decorrere dal giorno in cui la causa di estinzione (ossia la mancata riassunzione, nei termini di legge, del processo pregiudicante interrotto) si era in concreto verificata (indipendentemente dalla sua dichiarazione formale), poichè, nel rispetto del disposto di cui all’art. 297 c.p.c., solo l’intervenuta definitività del procedimento pregiudicante (e dunque l’intervenuta irrevocabilità del provvedimento dichiarativo dell’estinzione del processo pregiudicante) avrebbe potuto legittimare la presentazione dell’istanza di riassunzione del processo pregiudicato sospeso;

che, infine, nel merito, la corte d’appello ha ribadito la correttezza delle valutazioni espresse dal giudice di primo grado in ordine alla sussistenza di tutti i presupposti, soggettivi e oggettivi, per l’accoglimento dell’azione revocatoria originariamente spiegata dalla (OMISSIS) s.p.a.;

che, avverso la sentenza d’appello, F.S. propone ricorso per cassazione sulla base di sei motivi d’impugnazione, illustrati da successiva memoria;

che il fallimento della (OMISSIS) s.p.a. in liquidazione resiste con controricorso;

che nessun altro intimato ha svolto difese in questa sede;

che F.S. ha altresì proposto istanza di liquidazione delle spese ex art. 373 c.p.c., avendo la corte d’appello disposto, su istanza della stessa, la sospensione della provvisoria esecutività della sentenza di primo grado;

considerato che, con il primo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 43 della L. Fall. e dell’art. 297 c.p.c., comma 1, art. 305 c.p.c. e art. 307 c.p.c., commi 3 e 4, (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere il giudice d’appello erroneamente omesso di dichiarare l’estinzione del giudizio sospeso a seguito del decorso del termine previsto per la riassunzione del giudizio decorrente dal giorno dell’evento interruttivo legato all’intervenuta dichiarazione di fallimento di una delle parti del giudizio;

che il motivo è infondato;

che, a riguardo, osserva il Collegio come la corte d’appello abbia correttamente escluso alcuna rilevanza agli eventi concernenti la capacità di stare in giudizio delle parti nelle more della sospensione del processo (con particolare riguardo, nella specie, all’intervenuta dichiarazione di fallimento di una delle parti del giudizio), sul presupposto, legislativamente legato al tenore dell’art. 298 c.p.c., che impone il divieto del compimento di alcun atto del processo in costanza di sospensione, ivi compreso il compimento di atti diretti a disporne l’eventuale interruzione (misura, nella specie, potenzialmente priva di rilievo, ove la parte, medio tempore colpita dalla causa interruttiva, abbia riacquistato l’integrità della propria capacità di stare in giudizio prima della scadenza del periodo di sospensione);

che, sul punto, è appena il caso di richiamare il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale durante la sospensione del processo, secondo l’art. 298 c.p.c., comma 1, non possono essere compiuti atti del procedimento, con la conseguenza che è inefficace, in quanto funzionalmente inidonea a provocare la riattivazione del processo, nonchè causa di nullità per derivazione di tutti gli eventuali atti successivi, l’istanza di riassunzione proposta prima della cessazione della causa di sospensione, ovvero prima del passaggio in giudicato della sentenza che abbia definito la controversia pregiudiziale, senza che rilevi, al fine del superamento di detta sanzione, il sopravvenuto venir meno della medesima causa (Sez. 2, Sentenza n. 3718 del 14/02/2013, Rv. 624941 01);

che, con il secondo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 43 della L. Fall., e dell’art. 297 c.p.c., comma 1 e art. 307 c.p.c., commi 3 e 4, (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente omesso di dichiarare l’estinzione del giudizio sospeso a seguito della scadenza del termine previsto per la sua riassunzione, decorrente dal verificarsi della causa di estinzione del giudizio pregiudicante indipendentemente dalla sua dichiarazione formale;

che il motivo è infondato;

che, sul punto, varrà osservare come la corte territoriale abbia correttamente evidenziato il carattere decisivo (anche in considerazione di un elementare e intuitivo principio di tutela della certezza del rapporto processuale) della pronuncia formale dell’avvenuta estinzione del giudizio pregiudicante ai fini della decorrenza del termine per la riassunzione del processo sospeso, non potendo affidarsi la decorrenza di tale ultimo termine alla mera verificazione materiale della causa di estinzione (nella specie, alla mancata riassunzione del processo pregiudicante interrotto); fatto, di per sè inidoneo a integrare la circostanza, oggettivamente riconoscibile, del definitivo compimento del procedimento pregiudicante, costituente (ai sensi dell’art. 297 c.p.c.) l’unica condizione positivamente stabilita dal codice di rito per la decorrenza del termine di riassunzione del processo sospeso;

che, con il terzo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 143, 156, 158 e 178 c.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale omesso di considerare, quale oggetto della rinuncia posta in essere dalla F. nel quadro degli accordi di separazione personale dal R., gli incrementi relativi all’azienda del marito quale oggetto della comunione de residuo, tale da giustificare l’affermazione del carattere oneroso dell’atto di disposizione del R. impugnato in questa sede;

che il motivo è inammissibile;

che, al riguardo, osserva il Collegio come l’argomentazione introdotta dalla ricorrente con il motivo in esame non risulti, alla stregua degli atti disponibili in questa sede, posta a oggetto del giudizio di appello (con specifico riguardo all’esatta identità dell’oggetto della pretesa rinuncia);

che, sul punto, varrà considerare come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, sia onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di puntuale e completa allegazione del ricorso stesso, di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (cfr. ex plurimis, Sez. 2 -, Sentenza n. 20694 del 09/08/2018, Rv. 650009 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 15430 del 13/06/2018, Rv. 649332 – 01);

che non avendo la ricorrente in alcun modo provveduto alle ridette allegazioni, il ricorso deve ritenersi per ciò stesso inammissibile;

che, peraltro – fermo il carattere assorbente delle superiori considerazioni – la censura in esame appare tale da non superare il rilievo di irriducibile genericità (fatta propria dal giudice d’appello) riferita all’oggetto della rinuncia della F. in sede di separazione, attesa l’impossibilità di individuare in concreto il ricorso di una qualche oggettiva ed inequivoca consistenza patrimoniale dell’eventuale comunione de residuo dedotta dalla ricorrente;

che, con il quarto motivo da ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., comma 1 (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la corte territoriale dettato una motivazione apparente, perplessa e obiettivamente incomprensibile, in relazione al requisito della consapevolezza, in capo alla F., della rilevante esposizione debitoria gravante sul marito nei confronti della società attrice;

che, con il quinto motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per omesso esame di fatti decisivi controversi (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5), per avere il giudice d’appello omesso di considerare il ruolo ricoperto dal R. nella struttura societaria creditrice per oltre un decennio e oltre un anno dopo il compimento dell’atto di disposizione investito con l’azione revocatoria, al fine di escludere il requisito della consapevolezza, da parte della ricorrente, del carattere dannoso, per la società attrice in revocatoria, dell’atto dispositivo compiuto dal coniuge;

che entrambi i motivi – congiuntamente esaminabili per ragioni di connessione – sono inammissibili per difetto di rilevanza;

che, al riguardo, avendo il giudice a quo espressamente rilevato il carattere gratuito dell’atto di disposizione patrimoniale compiuto dal R., ne deriva la totale irrilevanza dell’indagine diretta all’esame degli stati soggettivi della beneficiaria dell’atto dispositivo impugnato in questa sede;

che, peraltro – fermo il carattere assorbente delle ridette ragioni d’inammissibilità delle censure de quibus – il motivo in esame deve dirsi altresì privo di fondamento, dovendo rilevarsi come la motivazione dettata dalla corte territoriale a fondamento della decisione impugnata risulti articolata in modo tale da permettere di ricostruirne e comprenderne agevolmente il percorso logico, avendo la corte d’appello dato conto, in termini lineari e logicamente coerenti, dei contenuti ascrivibili alle fonti di prova esaminate e del grado della relativa attendibilità sulla base di criteri interpretativi e valutativi dotati di piena ragionevolezza e congruità logica, come tali del tutto idonei a sottrarsi alle censure in questa sede illustrate dalla ricorrente;

che, con il sesto motivo (indicato come quinto nella sintesi dei motivi illustrati in ricorso), la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 2901 c.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente ritenuto sussistente l’eventus damni in relazione al trasferimento, da parte del R., con l’atto impugnato, della quota di un immobile già gravato di ipoteca di entità tale da assorbirne integralmente il valore;

che il motivo è inammissibile;

che, al riguardo, osserva il Collegio come, con il motivo in esame, la ricorrente – lungi dal denunciare l’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata dalla norma di legge richiamata – alleghi un’erronea ricognizione, da parte del giudice a quo, della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa: operazione che non attiene all’esatta interpretazione della norma di legge, inerendo bensì alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, unicamente sotto l’aspetto del vizio di motivazione (cfr., ex plurimis, Sez. L, Sentenza n. 7394 del 26/03/2010, Rv. 612745; Sez. 5, Sentenza n. 26110 del 30/12/2015, Rv. 638171), neppure coinvolgendo, la pro-spettazione critica della ricorrente, l’eventuale falsa applicazione delle norme richiamate sotto il profilo dell’erronea sussunzione giuridica di un fatto in sè incontroverso, insistendo propriamente la stessa nella prospettazione di una diversa ricostruzione dei fatti di causa, rispetto a quanto operato dal giudice a quo;

che, nel caso di specie, al di là del formale richiamo, contenuto nell’epigrafe del motivo d’impugnazione in esame, al vizio di violazione e falsa applicazione di legge, l’ubi consistam delle censure sollevate dall’odierna ricorrente deve piuttosto individuarsi nella negata congruità dell’interpretazione fornita dalla corte territoriale del contenuto rappresentativo degli elementi di prova complessivamente acquisiti, dei fatti di causa o dei rapporti tra le parti ritenuti rilevanti;

che si tratta, come appare manifesto, di un’argomentazione critica con evidenza diretta a censurare una (tipica) erronea ricognizione della fattispecie concreta, di necessità mediata dalla contestata valutazione delle risultanze probatorie di causa; e pertanto di una tipica censura diretta a denunciare il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il provvedimento impugnato;

che, ciò posto, il motivo d’impugnazione così formulato deve ritenersi inammissibile, non essendo consentito alla parte censurare come violazione di norma di diritto, e non come vizio di motivazione, un errore in cui si assume che sia incorso il giudice di merito nella ricostruzione di un fatto giuridicamente rilevante sul quale la sentenza doveva pronunciarsi, non potendo ritenersi neppure soddisfatti i requisiti minimi previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 ai fini del controllo della legittimità della motivazione nella prospettiva dell’omesso esame di fatti decisivi controversi tra le parti;

che, pertanto, sulla base delle argomentazioni che precedono, rilevata la complessiva infondatezza dei motivi di censura esaminati, dev’essere pronunciato il rigetto del ricorso, con la conseguente condanna della ricorrente al rimborso, in favore della parte controricor-rente, delle spese del giudizio di legittimità, secondo la liquidazione di cui al dispositivo, oltre all’attestazione della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 1-bis, dello stesso art. 13;

che devono altresì essere liquidate le spese processuali sostenute dalla ricorrente vittoriosa nell’incidente di sospensione della sentenza impugnata davanti alla corte di appello (cfr., ex plurimis, Sez. 3, Sentenza n. 19544 del 30/09/2015, Rv. 637000 – 01).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso, in favore della controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 7.000,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori come per legge.

Condanna il fallimento della (OMISSIS) s.p.a. in liquidazione al rimborso, in favore di F.S., delle spese dell’incidente di sospensione davanti alla corte di appello, che liquida in Euro 3.000,00 per la fase di studio, Euro 1.500,00 per la fase introduttiva ed Euro 1.500,00 per la fase decisionale, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dell’art. 1-bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 10 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 24 gennaio 2020

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