Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15792 del 23/07/2020

Cassazione civile sez. I, 23/07/2020, (ud. 03/03/2020, dep. 23/07/2020), n.15792

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 12582/2019 proposto da:

G.D., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza Cavour presso

la cancelleria della Corte di cassazione e rappresentato e difeso

dall’avvocato Giuseppina Marciano per procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

– MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., elettivamente

domiciliato ex lege presso l’Avvocatura dello Stato in Roma, Via dei

Portoghesi, 12;

– intimato –

avverso il decreto n. 2513/2019 del Tribunale di Milano, Sezione

specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale

e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea del

17/03/2019;

udita la relazione della causa svolta dal Cons. Dott. Laura Scalia

nella camera di consiglio del 03/03/2020.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Tribunale di Milano, Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con il decreto in epigrafe indicato ha rigettato il ricorso proposto ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis da G.D. avverso il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ne aveva respinto la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria ed umanitaria.

Il tribunale aveva ritenuto non credibile ed incongruente rispetto al timore esposto di far ritorno nel Paese di origine il racconto reso dal richiedente alla competente Commissione territoriale.

Il dichiarante aveva riferito che egli all’età di otto anni, dopo essere vissuto sino ad allora, in seguito alla separazione dei genitori, con la madre e la sorella insieme ai nonni materni, si era trovato, morta la madre, ad essere conteso tra i nonni ed il padre e che a causa di un litigio tra costoro insorto la polizia, interessata della vicenda, aveva rimesso a lui la scelta dell’affidatario, redarguendolo poi del fatto che ove le famiglie avessero continuato a litigare lui ne sarebbe stato ritenuto responsabile e, per ciò stesso, arrestato.

2. G.D. ricorre per la cassazione dell’indicato decreto con due motivi.

Il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente “al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1”.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente, nato a (OMISSIS), nella regione di (OMISSIS), in (OMISSIS), nel racconto reso alla competente Commissione territoriale aveva dichiarato di aver lasciato il proprio Paese di origine nel 2006, non ricordando quando era giunto in Italia, in seguito ad una lite insorta tra il padre ed i nonni materni per il suo affidamento e per la quale, egli bambino, temeva, ove si fosse riproposta, di essere accusato ed arrestato dalla polizia.

2. Il ricorrente articola due motivi.

3. Con il primo motivo Pii fa valere la violazione e falsa applicazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, degli artt. 6 e 13 della Convenzione Edu, dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e all’art. 46 della Direttiva Europea n. 2013/32 in riferimento alla concreta ed attuale analisi della situazione socio-politica del (OMISSIS), zona di provenienza dello straniero.

Il tribunale aveva ritenuto l’insussistenza nella zona di provenienza del richiedente (regione di (OMISSIS) a sud est della capitale (OMISSIS)) di una generalizzata situazione di violenza indiscriminata nella interpretazione datane dalla giurisprudenza di legittimità, in raccordo con quella della Corte di Giustizia, e tanto, si deduce in ricorso, nonostante l’esistenza di “informazioni reperibili” che “trattano di un conflitto ancora in corso, sebbene ufficialmente sedato, tanto da aver causato la fuga di centinava di civili nei paesi vicini, nella zona di (OMISSIS), dove si esprimono istanze indipendentiste di cui si è fatto portatore sin dagli inizi degli anni ottanta il Movimento delle Forze Democratiche (MFDC)”.

Il tribunale avrebbe mancato di esaminare la domanda di protezione internazionale ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, per tutti i fatti pertinenti il paese di origine dalla domanda all’attualità, anche avvalendosi di poteri istruttori ufficiosi (D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1-bis).

Il motivo è inammissibile per genericità non provvedendo a utilmente contestare, per i richiamati contenuti, il decreto là dove quest’ultimo, con riferimento a fonti aggiornate – quali il Country Reports on Terrorism 2017 – (OMISSIS), il Freedom in the World 2018 – (OMISSIS) ed il Report 2017-2018 di Amnesty International – esclude la sussistenza nella zona di provenienza del richiedente protezione, di una situazione di violenza generalizzata e indiscriminata legittimante, nella sua obiettiva e pervasiva affermazione rispetto ad un qualsiasi civile che si trovi ad essere al suo interno, la protezione sussidiaria (D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c); per la nozione, tra le altre: Cass. 02/04/2019 n. 9090; Cass. 08/07/2019 n. 18306).

In ragione della la portata critica non vi è alcun riferimento, puntuale, a differenti informazioni dirette a dare della situazione dei territori in esame una diversa ricostruzione, a tanto non valendo il richiamo, pure operato in ricorso, a “fonti reperibili” non altrimenti individualizzate e che soffrono, anche, di una mancata tempestiva deduzione nella fase di merito.

4. Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la contraddittoria valutazione da parte del giudice del merito di un fatto essenziale, integrato da produzione documentale, rispetto alla richiesta di un permesso umanitario.

Il tribunale non aveva vagliato, per apprezzare l’esistenza di una situazione di vulnerabilità personale del richiedente, la produzione in giudizio di documenti relativi all’attività lavorativa svolta dal ricorrente in Italia, attraverso buste paga dell’aprile 2018 e di giugno-luglio 2019.

I giudici di merito non avevano inoltre considerato lo stato di estrema povertà e disagio del Paese di provenienza, le persecuzioni subite dal ricorrente e la sua situazione individuale, attese anche la documentate sue precarie condizioni psicologiche, oltre che l’attività svolta dopo la fuga.

Il motivo è inammissibile.

Quanto alla documentazione del rapporto di lavoro che si vorrebbe mancata nella valutazione del giudice del merito, non si dà conto in ricorso della sua tempestiva allegazione dinanzi al tribunale e, di certo, il riferimento operato nell’atto difensivo alle buste paga dei mesi di giugno e luglio 2019 (doc. 25), mesi successivi a quello di adozione dell’impugnato provvedimento, la cui camera di consiglio si è svolta il 27 febbraio 2019, sostiene la inammissibile novità della deduzione in sede di legittimità.

Comunque in nessun modo il motivo si confronta con provvedimento impugnato.

Nel decreto non vi è infatti neppure un riferimento allo svolgimento di attività lavorativa da parte del ricorrente, ma solo di un volontariato sulla cui esistenza il tribunale esclude un livello di integrazione in Italia che possa dirsi compromesso dal rimpatrio; a fronte di siffatta affermazione il ricorso nulla deduce in ordine ad una pronta produzione di quell’evidenza fattuale e delle correlate produzioni nel giudizio di merito.

Lo stato di salute, poi, fugacemente trattato in ricorso come fattore integrativo di vulnerabilità, non si raccorda, ancora una volta, con la motivazione impugnata che qualifica gli esiti della relazione medica in atti come incapaci di documentare una psicopatologia in atto in capo al richiedente – e non vale a definire neppure, nel suo carattere meramente descrittivo, i contenuti di un motivo di impugnativa.

La situazione in cui versava poi il richiedente nel Paese di origine, tale da definire un suo stato di vulnerabilità, non viene che genericamente richiamata in ricorso, nel quale non si segnalano neppure i contenuti mancati nella valutazione del tribunale.

In nessun modo, comunque, il motivo si confronta con il tema della credibilità dei racconto che apprezzata come insussistente nel decreto vale, come tale, ad escludere ogni personale condizione di vulnerabilità presupposto del riconoscimento della protezione umanitaria (Cass. 03/04/2019 n. 9304).

5. Il ricorso è pertanto, in via conclusiva, inammissibile.

Nella irritualità della costituzione del Ministero, nulla sulle spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto (secondo la formula da ultimo indicata in Cass. SU n. 23535 del 2019) della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello eventualmente per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima civile, il 3 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2020

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