Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15788 del 29/07/2016


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Cassazione civile sez. III, 29/07/2016, (ud. 26/05/2016, dep. 29/07/2016), n.15788

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20710-2014 proposto da:

N.N., N.C., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA PASUBIO 15, presso lo studio dell’avvocato CARLO TARDELLA,

che li rappresenta e difende unitamente agli avvocati PAOLO

MENEGHEL, MASSIMILIANO DE BENETTI giusta procura speciale a margine

del ricorso;

– ricorrenti –

contro

CONSORZIO ZONA INDUSTRIALE E PORTO FLUVIALE PADOVA in persona del

Presidente pro tempore D.L. elettivamente domiciliato in

ROMA, PIAZZA CAVOUR 17, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO

PANZARANI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

DAVIDE MILAN giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n 1818/2013 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 23/08/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

26/05/2016 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito l’Avvocato STEFANO MUNGO per delega;

udito l’Avvocato DAVIDE MILAN;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per il rigetto del ricorso e

condanna alle spese e statuizioni sul C.U..

Fatto

I FATTI

Nel 1998 N.N. e N.C. convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Padova il Consorzio Zona Industriale e Porto Fluviale di Padova (ZIP), acquirente dal sig. D.R.S. di un compendio di beni immobili urbani e rurali comprendente anche un fondo agricolo rispetto al quale assumevano di essere proprietari coltivatori diretti di un terreno confinante, di non essere stati messi in condizione di esercitare il loro diritto di prelazione agraria e di esercitare pertanto il diritto di riscatto.

Il Tribunale di Padova accoglieva la domanda dei N., sostituendo gli stessi al Consorzio nell’atto di compravendita del 1997 limitatamente al fondo agricolo confinante con il proprio e determinava il prezzo da corrispondere.

La Corte d’Appello di Venezia, con la sentenza qui impugnata, riformava la sentenza di primo grado e rigettava la domanda dei N., sull’assunto che i ricorrenti svolgessero in principalità una attività di allevamento del bestiame su vari terreni e che il fondo effettivamente confinante con quello oggetto di retratto non fosse in alcun modo coltivato, bensì costituisse il centro aziendale, con abitazioni e magazzini.

N.N. e N.C. propongono ricorso articolato in tre motivi ed illustrato da memoria nei confronti di Consorzio Zona Industriale e Porto Fluviale di Padova, per la cassazione della sentenza n. 1818/2013, depositata dalla Corte d’Appello di Venezia in data 23 agosto 2013, non notificata.

Il Consorzio Zona Industriale e Porto Fluviale di Padova resiste con controricorso.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione della L. n. 590 del 1965, art. 8 come novellato dalla L. n. 817 del 1971, artt. 7 e 8 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, laddove la corte ha escluso la configurabilità della qualifica di coltivatore diretto in capo ai ricorrenti, indispensabile ai fini dell’accoglimento della domanda di retratto agrario, sul presupposto che essi, sul terreno confinante, esercitassero esclusivamente una attività di allevamento del bestiame. Contestano che la corte territoriale non abbia preso in considerazione che i consorti N. invece esercitavano effettivamente (anche) attività di coltivazione, pur essendo la questione dell’attività svolta sul fondo stata ampiamente dibattuta ed essendo stato oggetto di specifico accertamento da parte del c.t.u.. Sostengono che dalla consulenza sarebbe risultato che l’attività dell’azienda agricola dei N. era di prevalente indirizzo zootecnico, e tuttavia che esistevano sul fondo alcuni terreni coltivati, prevalentemente a mais e ceroso, e che l’azienda era autosufficiente sotto il profilo della unità foraggere.

Con il secondo motivo, i N. denunciano la violazione o falsa applicazione della L. n. 817 del 1971, artt. 7 e 8 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e l’omesso esame, circa la ritenuta mancanza di prova, che i ricorrenti stessi avrebbero dovuto fornire, di esercitare in concreto l’attività di coltivatori diretti.

Essi ribadiscono che, pur essendo stato accertato dal consulente e confermato dai testi che essi ricorrenti, benchè svolgano l’attività principale di allevatori, coltivino però direttamente e con l’apporto della loro famiglia il fondo di loro proprietà, la corte d’appello non avrebbe tenuto in alcun conto tali elementi, limitandosi ad escludere il possesso del requisito dello svolgimento dell’attività di coltivatori diretti in capo ai ricorrenti perchè li ha considerati esclusivamente dediti all’allevamento del bestiame.

I due motivi possono essere trattati congiuntamente in quanto connessi.

Entrambi sono infondati.

Essi non denunciano in effetti alcuna violazione di legge e non ripropongono neppure i passi della sentenza impugnata che questa violazione conterrebbe o dai quali si potrebbe evincere la presenza del vizio di motivazione che attualmente rileva, che potrebbe consistere solo nella totale pretermissione di circostanze decisive che, ove considerate, avrebbero potuto condurre ad un esito diverso. Si limita a richiamare risultanze istruttorie, prese per altro in considerazione dalla sentenza impugnata che si è formata un convincimento diverso rispetto a quello auspicato dai ricorrenti.

Con il terzo motivo, i ricorrenti denunciano sempre la violazione della L. n. 590 del 1965, art. 8 come modificato dalla L. n. 817 del 1971, nonchè la violazione degli artt. 817 e 818 c.p.c. e l’omesso esame di risultanze istruttorie decisive.

Criticano all’interno del motivo il punto della sentenza impugnata che ha escluso anche il requisito della confinanza tra i fondi, puntualizzando che la parte di terreno dei N. sulla quale era in corso una qualche attività agricola, in ogni caso, non era confinante con il terreno oggetto di retratto.

Sostengono che nel formulare tale affermazione la corte non avrebbe considerato il rapporto di pertinenzialità tra i mappali ove veniva da loro esercitata l’attività agricola e gli altri mappali, confinanti con quelli del Consorzio (accatastati come fabbricato rurale e sui quali insistevano l’abitazione dei N., una stalla e un rustico adibito a deposito di macchine ed attrezzi).

La questione del rapporto di pertinenzialità tra i mappali effettivamente coltivati ed il mappale, unico, confinante con il terreno oggetto di retratto, non risulta essere stata riproposta in appello dai ricorrenti e non può essere quindi presa in considerazione. Risulta peraltro implicitamente esclusa dalla stessa ricostruzione della corte d’appello, che assegna un ruolo centrale, all’interno dell’azienda dei N., adibita all’allevamento del bestiame, al mappale confinante con quello acquistato dal Consorzio Zip, perchè su quel mappale si svolgeva il centro dell’attività aziendale, e non può quindi essere ritenuto pertinenziale rispetto al modesto terreno, lontano dal confine, adibito a colture foraggere volte a rendere autosufficiente sotto il profilo della produzione del foraggio l’azienda.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

Atteso che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ed in ragione della soccombenza del ricorrente, la Corte, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Pone a carico dei ricorrenti le spese di giudizio sostenute dal controricorrente, che liquida in complessivi Euro 6.200,00, di cui 200,00 per spese, oltre contributo spese generali ed accessori.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di cassazione, il 26 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2016

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