Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15788 del 23/07/2020

Cassazione civile sez. I, 23/07/2020, (ud. 03/03/2020, dep. 23/07/2020), n.15788

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 8975/2019 proposto da:

I.S., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza Cavour

presso la cancelleria della Corte di cassazione e rappresentato e

difeso dall’avvocato Daniela Gasparin per procura speciale in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., elettivamente

domiciliato ex lege presso l’Avvocatura dello Stato in Roma, Via dei

Portoghesi, 12;

– intimato –

avverso il decreto n. 1362/2019 del Tribunale di Milano, Sezione

specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale

e ibera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea del

09/02/2019;

udita la relazione della causa svolta dal Cons. Dott. Laura Scalia

nella camera di consiglio del 03/03/2020.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Tribunale di Milano, Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con il decreto in epigrafe indicato ha rigettato il ricorso proposto ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis da I.S., cittadino (OMISSIS), avverso il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ne aveva respinto la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria ed umanitaria.

Nel racconto reso dal dichiarante dinanzi alla Commissione territoriale, egli, quale ambulante, vendeva erbe medicinali ad un soldato ed a sua moglie che poi le rivendevano ad altri Paesi.

In occasione di un aspro litigio insorto per il pagamento di una partita di merce, il debitore lo invitava a seguirlo in banca dove doveva procurarsi il denaro ed in quel frangente si verificava un attentato dinamitardo di stampo terroristico a (OMISSIS), sobborgo di (OMISSIS), all’esito del quale egli abbandonava il proprio Paese temendo nuove azioni del gruppo di (OMISSIS) e la vendetta della moglie di una vittima dell’attentato che lo riteneva responsabile della morte del congiunto.

Il tribunale aveva respinto il ricorso ritenendo il racconto non credibile ed insussistenti le condizioni per l’accoglimento della protezione internazionale, non ravvisando gli estremi degli atti persecutori, di una minaccia alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale e condizioni di vulnerabilità personale integrative della protezione umanitaria.

2. I.S. ricorre per la cassazione dell’indicato decreto con tre motivi.

Il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente “al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1”.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente, cittadino (OMISSIS), nato ad (OMISSIS), nell'(OMISSIS), commerciante al dettaglio di erbe medicinali, nel racconto reso alla competente Commissione territoriale aveva dichiarato di aver lasciato il proprio Paese perchè temeva per la propria incolumità dopo essere stato accusato dalla moglie di un proprio acquirente che si era presenta presso l’abitazione del primo con dieci uomini armati che avevano distrutto il laboratorio del primo e che lo avevano minacciato di morte – di avere provocato la morte del congiunto, coinvolto in un attentato dinamitardo di impronta terroristica nel cui contesto era presente anche il richiedente.

2. In ricorso vengono articolati tre motivi.

2.1. Con il primo motivo si fa valere violazione o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3,4,5,6,7, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, artt. 2 e 3 Cedu, nonchè omesso esame di fatti decisivi e assenza di motivazione nonchè violazione dei parametri normativi relativi agli atti di persecuzione e minacce subite nel proprio Paese di origine ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Nel racconto reso, all’esito dell’attentato subito, il richiedente aveva fatto valere: il timore verso la vedova del militare con cui faceva affari che lo avrebbe ritenuto causa della morte del marito; nuovi attentati di “(OMISSIS)” e persecuzioni contro i (OMISSIS), profili, questi ultimi, omessi nella motivazione che avrebbe mancato di rendere, anche, ogni valutazione circa la brutalità dell’attacco terroristico subito e dell’aggressione sofferta per mano di dieci uomini che gli avevano distrutto casa e laboratorio.

Non si era tenuto conto che gli attacchi terroristicisi susseguivano di continuo in tutta la (OMISSIS) (rapporto Amnesty International 2017-18), come accertato anche dai giudici di merito (p.9 ricorso), e sarebbero state omesse evidenze come la morte dei genitori, la fede (OMISSIS), l’attività di lavoro, l’attacco terroristico, pure ritenuto esistente, e l’aggressione subita dal ricorrente a titolo di vendetta da uomini armati condotti dalla moglie del socio in affari rimasto ucciso nel corso di un attentato terroristico.

2. Con il secondo motivo, il ricorrente fa valere la violazione dei parametri normativi relativi alla credibilità delle dichiarazioni del richiedente D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c) in violazione degli obblighi di cooperazione istruttoria; omesso esame di fatti decisivi; violazione e falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3,14, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, artt. 2 e 3 Cedu; violazione dei parametri normativi di “danno grave”; violazione di legge in riferimento agli artt. 6 e 13 della Convenzione Edu, all’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ed all’art. 46 della direttiva n. 2013/32.

3. Dei due motivi deve darsi trattazione congiunta nella loro connessione, per i termini di seguito indicati.

Sono chiari i profili di inammissibilità.

3.1. Il tribunale esclude infatti la verosimiglianza logica dell’attribuzione al ricorrente della morte del socio in affari in esito all’attentato terroristico e tanto fa per un giudizio che sfugge al sindacato di legittimità.

3.1.1. In tema di riconoscimento della protezione internazionale, l’intrinseca inattendibilità delle dichiarazioni del richiedente, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 attiene al giudizio di fatto, censurabile in sede di legittimità, solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile (Cass. 05/02/2019 n. 3340; vd. Cass. 30/10/2018 n. 27503), estremi non riscontrabili nella specie.

Nella indicata motivazione, infatti, il fatto “decisivo” la cui valutazione si vorrebbe mancata nell’impugnato decreto – l’episodio di violenza avvenuto presso il laboratorio del ricorrente il (OMISSIS) – non assume il dedotto rilievo e tanto nella espressa, dai giudici di merito: inverosimiglianza dell’attribuzione al ricorrente da parte della vedova della morte del marito avvenuta nel corso dell’attentato terroristico, nella segnalata assenza di nuovi attacchi terroristici del gruppo “(OMISSIS)” ad (OMISSIS), capitale della (OMISSIS).

Si tratta di motivazione con la quale neppure il motivo si confronta, peccando, per l’effetto, anche di genericità.

3.1.2. Quanto poi alla fede (OMISSIS) ed al timore di persecuzioni espresso in racconto dal ricorrente ed alle vicende sofferte lungo la permanenza in Libia, vero è che le indicate evidenze mancano di compiuta allegazione, non avendo il ricorrente, per il principio di specificità ed autosufficienza, provveduto ad indicare in quali atti del processo, tempestivamente, la deduzione in fatto venne effettuata (Cass. 13/12/2019 n. 32804) perchè poi della prima possa apprezzarsi la “decisività”, oggetto di contraddittorio tra le parti nel corso del giudizio.

3.1.3. La non credibilità del racconto del richiedente protezione osta, poi, secondo consolidato principio di questa Corte di cassazione, al compimento di approfondimenti istruttori officiosi (Cass. 27/06/2018 n. 16925; Cass. 19/12/2019 n. 33858) sulle condizioni del Paese di provenienza, situazioni di incertezza e di violazione dei diritti umani, in tesi integrative della protezione sussidiaria o di ragioni di persecuzione.

3.2. La condizione generale del Paese di provenienza viene poi apprezzata sub D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) ed esclusa quanto a sussistenza – attraverso l’indicazione, in decreto, di fonti aggiornate del 2017 e del 2018 – nella incapacità della prima di esporre i territori di provenienza a rischio di conflitto armato o violenza generalizzata, secondo definizione fatta propria da questa Corte di cassazione, in adesione ai principi della Corte di Giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), e, quindi, “per un grado di violenza indiscriminata di livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia” (tra le altre, su questa nozione: Cass. 08/07/2019 n. 18306).

4. Con il terzo motivo si fa valere la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, art. 19, comma 2 e dell’art. 10 Cost., comma 3; motivazione apparente e nullità della sentenza in relazione alla domanda di protezione umanitaria (violazione artt. 112,132 c.p.c. e art. 156 c.p.c., comma 2, e art. 111 Cost., comma 6) ed alla valutazione dell’assenza di specifica vulnerabilità, con omesso esame di fatti decisivi in ordine ai presupposti applicativi della protezione umanitaria.

4.1. Il tribunale aveva ritenuto che la patologia psichiatrica dedotta dal ricorrente (disturbo da stress post traumatico e disturbo dell’adattamento) non avesse natura invalidante e che non ponesse il ricorrente a rischio della propria vita ove egli avesse fatto rientro in (OMISSIS); i giudici di merito avevano altresì escluso che il richiedente si sarebbe trovato in uno stato di particolare vulnerabilità in ragione degli stabili legami familiari mantenuti con la terra di origine (sorella e zio).

Il ricorrente invece non aveva conservato legami stabili con i propri parenti nel paese di origine e la patologia dedotta in ricorso, attestata dalle disposte relazioni mediche, non avrebbe potuto essere risolta, come ritenuto dal tribunale, con il rilievo che la stessa non necessita di cure.

Il giudice aveva comunque omesso di motivare sulla perdita dei genitori sofferta dal richiedente e di considerare il contesto di permanente violazione dei diritti fondamentali in (OMISSIS) che integrava, in caso di rientro, una condizione di specifica, estrema vulnerabilità del richiedente in pregiudizio all’esercizio dei diritti fondamentali.

Sarebbe stato sottovalutato il rischio del ricorrente di subire trattamenti inumani e degradanti ai fini della protezione umanitaria, senza apprezzamento della drammatica situazione di detenzione e tortura vissuta in Libia dal ricorrente che si era mostrato in grado di effettuare in Italia un percorso di inserimento sociale.

4.2. Il motivo è inammissibile.

4.2.1. Il tribunale ha accertato, in fatto, che la patologia psichiatrica accusata da richiedente, da stress post-traumatico con disturbo dell’adattamento, non è incompatibile con il rimpatrio, accompagnandosi alle indicate patologie, “dovute alla diversa cultura di appartenenza e trattate con la mera somministrazione alla sera di 4 gocce di Serenase”, la necessità di una routinaria attività di controllo, eseguibile anche nel Paese di origine.

Si tratta di ipotesi non integrativa dei presupposti di riconoscimento della richiesta misura, rispetto alla quale la critica portata in ricorso reitera, inefficacemente, le originarie censure.

4.2.2. Le ulteriori deduzioni sulla presenza in patria di familiari e sulle sofferenze patite in Libia mancano di autosufficienza, non avendo il ricorrente indicato l’atto di lite in cui egli avrebbe tempestivamente provveduto, nel giudizio di merito, a sollevare la relativa evidenza in fatto e tanto per non incorrere, poi, in sede di legittimità, nella inammissibilità da novità della questione (Cass. 13/12/2019 n. 32804).

4.2.3. La non credibilità del narrato rileva poi anche per il riconoscimento di un permesso di soggiorno a fini umanitari (Cass. 24/04/2019 n. 11267), mancando, nella non verosimiglianza del racconto, l’individualizzazione del rischio.

Secondo principio affermato da questa corte di cassazione, infatti, “la valutazione della condizione di vulnerabilità che giustifica il riconoscimento della protezione umanitaria deve essere ancorata ad una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio, poichè, in caso contrario, si prenderebbe in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6” (Cass. 03/04/2019 n. 9304).

4.2.4. Il dedotto processo di integrazione sociale, personale e lavorativa in Italia, ha trovato corretta disamina nel decreto là dove il tribunale esclude, all’indicato fine, il rilievo delle attività di formazione ed accoglienza di cui il richiedente è stato protagonista, profilo rispetto al quale il motivo reitera genericamente l’iniziale istanza, ferma, in ogni caso, la scrutinata insussistenza di condizioni di vulnerabilità al rientro nel Paese di origine, estremo destinato ad integrare i presupposti per il riconoscimento della misura.

5. Il ricorso è, pertanto e conclusivamente, inammissibile.

Nella irritualità della costituzione del Ministero, nulla sulle spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto (secondo la formula da ultimo indicata in Cass. SU n. 23535 del 2019) della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima civile, il 3 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2020

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA