Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15788 del 02/07/2010

Cassazione civile sez. lav., 02/07/2010, (ud. 23/03/2010, dep. 02/07/2010), n.15788

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. MONACI Stefano – Consigliere –

Dott. DI NUBILA Vincenzo – Consigliere –

Dott. STILE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.M., vedova M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

G. PISANELLI 2, presso lo studio dell’avvocato FELSANI MARIA

CECILIA, rappresentata e difesa dall’avvocato STORACE ISIDE B.

giusta delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.A.I.L. – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI

INFORTUNI SUL LAVORO, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE N. 144,

presso lo studio degli avvocati LUCIANA ROMEO, LA PECCERELLA LUIGI

che lo rappresentano e difendono, giusta procura speciale Atto Notar

CARLO FEDERICO TUCCARI di ROMA del 21/11/2006, rep. n. 72072;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 838/2006 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 23/08/2006 R.G.N. 1094/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/03/2010 dal Consigliere Dott. STILE Paolo;

udito l’Avvocato STORACE ISIDE;

udito l’Avvocato RASPANTI RITA per delega LA PECCERELLA LUIGI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio che ha concluso per l’accoglimento del ricorso (per

vizio di motivazione sentenza impugnata).

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Tribunale di Genova la signora M.M., vedova di M.G., chiedeva nei confronti dell’INAIL che venisse accertato il suo diritto a percepire la rendita superstiti a seguito del decesso del marito avvenuto l'(OMISSIS) per infarto del miocardio, a suo dire, riconducibile allo stress lavorativo al quale lo stesso era stato sottoposto.

Il Tribunale all’esito di ctu respingeva la domanda, ritenendo non sussistente il nesso causale tra l’evento e l’attività lavorativa.

Avverso tale decisione proponeva appello la M.M., contestando le risultanze della espletata consulenza, concernenti la ricaduta dello stress nella patologia infartuale nonchè la valutazione degli elementi probatoria ed infine, l’assunto che l’infarto non potesse considerarsi causa violenta ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965. Si costituiva in giudizio l’INAIL che chiedeva il rigetto del ricorso Con sentenza del 14 giugno – 23 agosto 2006, l’adita Corte di Appello di Genova, ritenuto che il materiale probatorio acquisito non consentiva di ritenere la sussistenza di quella violenza richiesta dalla normativa per qualificare l’evento morte infortunio sul lavoro, rigettava il gravame.

Per la cassazione di tale pronuncia, ricorre M.M. ved. M. con tre motivi. Resiste l’INAIL con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il proposto ricorso, articolato in tre motivi, la M.M. denuncia difetto di motivazione in ordine alla valutazione delle prove testimoniali, violazione di legge in ordine all’accertamento della c.d. “causa violenta” di infortunio nonchè in ordine all’applicazione del principio di equivalenza delle cause (D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, artt. 2 e 68 e art. 41 c.p.c.) e difetto di motivazione in ordine all’esercizio dei poteri istruttori circa il mancato rinnovo della consulenza tecnica. Più in dettaglio, sostiene la ricorrente che la sentenza, resa dalla Corte d’appello di Genova, sarebbe viziata per non avere il Giudice correttamente valutato le prove testimoniali relative alle circostanze in cui si era verificato il decesso del M. e per avere errato nel ritenere non sussistente la causa violenta e nel non avere applicato il principio della equivalenza causale con conseguente erronea esclusione dello stress lavorativo come concausa del decesso. Il ricorso, pur valutato nelle sue diverse articolazioni, non può trovare accoglimento.

Invero, quanto all’asserito difetto di motivazione in ordine alla valutazione delle testimonianze, va rammentato che – come questa Corte ha avuto più volte modo di affermare (cfr., in particolare, tra le tante, Cass. sez. un. 27 dicembre 1997 n. 13045) – il vizio di motivazione non può consistere in un apprezzamento dei l’atti e delle prove in senso difforme da quello auspicato dalle parti, perchè spetta solo al giudice del merito di individuare le fonti de proprio convincimento ed all’uopo valutarne le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute più idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvi i casi tassativamente previsti dall’ordinamento. Ne consegue che il giudice di merito è libero di formarsi il proprio convincimento utilizzando gli elementi probatori che ritiene rilevanti per la decisione, senza necessità di prendere in considerazione tutte le risultanze processuali e di confutare ogni argomentazione prospettata dalle parti, essendo sufficiente che indichi gli elementi sui quali fonda il suo convincimento, dovendosi ritenere per implicito disattesi tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene specificamente non menzionati, siano incompatibili con fa decisione adottata.

In questa prospettiva, pertanto, il controllo dei giudice di legittimità sulla motivazione del giudice del merito non deve tradursi in un riesame del fatto o in una ripetizione del giudizio di fatto, non tendendo il giudizio di cassazione a stabilire se gli elementi di prova confermino, in modo sufficiente, l’esistenza dei fatti posti a fondamento della decisione. Il controllo, dunque, non ha per oggetto le prove, ma solo il ragionamento giustificativo. Esso ripercorre l’argomentazione svolta nella motivazione dal giudice del merito a sostegno della decisione assunta e ne valuta la correttezza e la sufficienza.

Nel giudizio di cassazione, quindi, anche sotto il profilo della mancanza, insufficienza o contraddittorietà della motivazione il riesame ne merito è inammissibile (Cass. 9 maggio 1991 n. 5196).

Orbene, la Corte di appello, sin dall’inizio della motivazione adottata a sostegno della pronuncia, si è preoccupata di prendere in esame le testimonianze rese dai testi escussi, specie in ordine all’orario lavorativo seguito in azienda, escludendo, per un verso, la presenza di quegli elementi, indicati nel ricorso introduttivo, quali i massacranti turni nei cantieri “osservati nel periodo di causa” e “le concitate e drammatiche, telefonate, avvenute poche ore prima del decesso; dando rilievo, per altro verso, alla emersa circostanza che “il M. nutriva serie preoccupazioni per lo stato economico della società di cui era socio con alcuni familiari”. L’attribuzione di rilevanza ed attendibilità alle dichiarazioni dei testi, cosi come l’interpretazione delle testimonianze rese dagli stessi, costituiscono parte essenziale del potere discrezionale del giudice di valutazione delle prove e, di conseguenza, è questione di merito, inammissibile in sede di legittimità., quella prospettata in ricorso tendente ad ottenere una diversa valutazione delle testimonianze in ordine alla particolare gravosità dell’impegno lavorativo del de cuius ed alle sue condizioni di stress nel giorno dell’infarto.

Con specifico riferimento all’infarto, poi, va ulteriormente precisato che la giurisprudenza di legittimità richiede, perchè si abbia infortunio, che esso derivi da una causa esterna che agisca con azione rapida e intensa (Cass. n. 19682 del 2003) o in un brevissimo arco temporale (Cass. n. 12746 del 2003) o in una minima misura temporale (Cass. n. 13982 del 2000) desumendo la necessità di concentrazione dall’aggettivo violenta che specifica la causa dell’infortunio sul lavoro. Orbene, nel caso di specie, la Corte territoriale, valutando le prove testimoniali ha ritenuto non comprovata l’esistenza di particolari cause di stress derivate dall’attività lavorativa e, quindi ha escluso il nesso causale tra l’infarto e detta attività lavorativa.

Peraltro, le conclusioni espresse dal consulente tecnico d’ufficio del primo grado di giudizio la cui consulenza è stata ritenuta puntuale dal Giudice di appello avevano escluso che l’attività lavorativa potesse essere stata la causa dell’infarto avuto dal M., tanto perchè, dall’esame autoptico, questi era risultato affetto da “coronarosclerosi bilaterale con occlusione trombotica recente del ramo interventricolare anteriore dell’arteria coronaria sinistra”, sviluppatasi per fattori di rischio comuni quali “l’età, il sesso maschile e soprattutto il fumo di sigarette, prolungatosi per circa un ventennio alla media di 15 – 20 sigarette al dì”.

E’ chiarito, in particolare, in sentenza che “dal punto di vista medico legale… è stata indicata una causa certa che nel tempo ha logorato l’apparato cardiocircolatorio sul quale la situazione di preoccupazione (stress) non ha assunto il ruolo di causa o concausa, ma come indicato dal ctu. quella di mera possibilità”. Infine, con riferimento al mancato rinnovo della consulenza medico legale nel giudizio di appello, si osserva che, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, nelle controversie in materia di previdenza e assistenza obbligatoria, che richiedono accertamenti tecnici, la consulenza tecnica in appello, normalmente facoltativa, diviene obbligatoria se è stata omessa dal giudice di primo grado (Cass. n. 19434/06) e solo in questo caso costituisce una grave carenza nell’accertamento dei fatti, che si risolve in un vizio di motivazione della sentenza.

Il caso di specie, rientra, invece, diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente, tra quelli nei quali, il giudice di seconde cure, convinto della affidabilità, completezza, correttezza e puntualità della consulenza espletata nel primo grado di giudizio, legittimamente decide di non rinnovarla, senza che ciò possa costituire vizio della sentenza. Per quanto precede, il ricorso va rigettato.

Nulla deve disporsi per le spese del presente giudizio ai sensi dell’art. 152 disp. att. c.p.c., nel testo anteriore a quello di cui al D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art. 42, comma 11 nella specie inapplicabile ratione temporis.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso; nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2010

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