Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15787 del 23/07/2020

Cassazione civile sez. I, 23/07/2020, (ud. 03/03/2020, dep. 23/07/2020), n.15787

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 8227/2019 proposto da:

A.J., elettivamente domiciliata in Roma, Piazza Cavour presso

la cancelleria della Corte di cassazione e rappresentata e difesa

dall’avvocato Anna Moretti per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., elettivamente

domiciliato ex lege presso l’Avvocatura dello Stato in Roma, Via dei

Portoghesi, 12;

– intimato –

avverso il decreto n. 1130/2019 del Tribunale di Milano, Sezione

specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale

e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea del

01/02/2019; udita la relazione della causa svolta dal Cons. Laura

Scalia nella camera di consiglio del 03/03/2020.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Tribunale di Milano, Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con il decreto in epigrafe indicato ha rigettato il ricorso proposto ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis da A.J. avverso il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ne aveva respinto la domanda di riconoscimento dello status di rifugiata, della protezione sussidiaria ed umanitaria.

Il tribunale aveva ritenuto non credibile il racconto della ricorrente ed il pericolo dedotto in caso di rientro nel Paese di origine, la (OMISSIS), sia quanto ai sofferti tentativi di violenza sessuale da parte del padre che in ordine al timore di essere uccisa dal “cult” al quale il congiunto sarebbe appartenuto.

I giudici di merito avevano escluso altresì l’esistenza del rischio della richiedente di essere coinvolta in un conflitto armato generalizzato D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c) e l’esistenza di “gravi motivi” legittimanti l’accesso alla protezione umanitaria, dopo aver apprezzato il grado di integrazione raggiunto dalla ricorrente in Italia, che non godeva di autonomia abitativa e non aveva conseguito un’apprezzabile conoscenza della lingua italiana, svolgeva lavori di pulizia retribuiti con somme mai superiori ai 300 Euro, e valorizzando, altresì, della prima in caso di rientro in (OMISSIS), la possibilità di riabbracciare il figlio ivi lasciato, nella maturata e dichiarata scelta, invece, di non tornare, dal padre di cui aveva denunciato i tentativi di violenza.

2. A.J. ricorre per la cassazione dell’indicato decreto con quattro motivi.

Il Ministero dell’Interno è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La ricorrente, nata a (OMISSIS), (OMISSIS), nel racconto reso alla competente Commissione territoriale aveva dichiarato di aver abbandonato il proprio Paese, trasferendosi in Libia, Paese in cui aveva lavorato presso una signora che vendeva “creme e parrucche” e successivamente in Italia, per sfuggire ai tentativi di violenza sessuale perpetrati in suo danno dal padre, a tanto determinata nonostante gli interventi spiegati in suo favore dal fidanzato – da cui aveva avuto un figlio e presso la cui famiglia era andata a vivere sino a chè il compagno non era morto in seguito ad un incidente stradale – i fratelli, ed uno zio.

La richiedente aveva altresì dichiarato di non essersi rivolta alla polizia nella difficoltà di riferire le violenze subite e nel timore di non essere creduta.

2. Il tribunale, all’esito anche dell’audizione della ricorrente in udienza aveva, da un canto, rilevato che la situazione descritta in suo danno non integrava gli estremi della persecuzione e del pericolo di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) – avendo la richiedente protezione dichiarato, in risposta a domanda formulata in sede amministrativa, “se tornassi in (OMISSIS) andrei a cercare mio figlio, non andrei a casa di mio padre” ed avendo la Commissione territoriale rilevato che “la richiedente non ha di fatto espresso alcun plausibile timore in caso di rimpatrio” – e dall’altro ritenuto non credibile la dichiarazione resa in udienza dalla prima e secondo la quale i fratelli le avrebbero riferito, nel corso di una telefonata avvenuta l’anno precedente, che il padre sarebbe appartenuto ad un “cult” e che l’avrebbe uccisa in caso di suo rientro in (OMISSIS).

I giudici di merito avevano altresì apprezzato l’insussistenza del rischio di “retrafficking”, avendo la dichiarante espressamente escluso di essere stata vittima di tratta, e, comunque, anche all’esito di uno scrutinio del fenomeno e dei suoi presupposti integrativi.

Negata l’esistenza di in conflitto armato generalizzato D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c) nell'(OMISSIS) e dei presupposti di riconoscimento della protezione umanitaria, nella precarietà dell’integrazione raggiunta dalla ricorrente in Italia e nella maturata autonomia rispetto al padre, presso il quale aveva dichiarato che non sarebbe tornata in caso di rientro in (OMISSIS), il tribunale aveva rigettato la domanda.

3. In ricorso vengono articolati quattro motivi.

3.1. Con il primo motivo si fa valere la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per omesso approfondimento della situazione del paese d’origine e la condizione delle donne in (OMISSIS), esposte al rischio di traffico sessuale e per le violenze subite dalla ricorrente nel Paese di origine.

3.2. Con il secondo motivo si deduce la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1, lett. g), art. 5, art. 7, lett. d) e art. 14, lett. b) in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; il tribunale aveva negato la protezione sussidiaria non valutando le violenze subite dalla richiedente come integrative del rischio effettivo di tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante.

3.3. Con il terzo motivo si denuncia la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e art. 14, lett. c) e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; il tribunale aveva omesso di approfondire la situazione del paese di provenienza della ricorrente con particolare riferimento alla violenza diffusa ed indiscriminata in (OMISSIS) e nell'(OMISSIS).

3.4. Con il quarto motivo si deduce la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in ordine all’esistenza di situazioni di vulnerabilità per il riconoscimento della protezione umanitaria.

4. I motivi sono infondati.

4.1. Possono trovare congiunta trattazione il primo ed il secondo motivo di ricorso perchè tra loro connessi.

Il Tribunale di Milano non è incorso nella violazione dell’obbligo di cooperazione istruttoria il cui adempimento non si rendeva necessario all’esito del giudizio, formulato dai giudici di merito, sulla inesistenza di concrete e gravi minacce da parte del padre ai danni della ricorrente in caso di suo rientro in (OMISSIS) e quindi, ogni rilievo alla capacità, o meno, dell’apparato statale attraverso le forze di polizia di apprestare tutela alla donna rispetto al fenomeno della violenza domestica.

Il tribunale ha sul punto valorizzato la consapevolezza acquisita dalla ricorrente circa il rapporto con il genitore ed espressa nella dichiarazione da lei resa dinanzi alla Commissione “se tornassi in (OMISSIS) andrei a cercare mio figlio, non andrei a casa di mio padre” (p. 5), condividendo in tal modo, i giudici di Milano, il giudizio dell’organo amministrativo secondo il quale “la richiedente non ha di fatto espresso alcun plausibile timore in caso di rimpatrio” (p. 5).

L’appartenenza ad un “cult” da parte del genitore ed il suo proposito di uccidere la figlia al suo rientro in (OMISSIS) è dichiarazione poi analiticamente scrutinata dal tribunale in punto di credibilità, debitamente esclusa per la sua genericità, per le circostante di tempo in cui viene resa e per un ritenuto rapporto di incompatibilità del dedotto atteggiamento violento del genitore con le circostanze narrate secondo le quali, si segnala in modo puntuale nel decreto impugnato, il padre aveva, in realtà, violentemente reagito nei confronti dei fratelli della ricorrente che ne avevano preso in più occasioni le difese e la richiedente aveva potuto allontanarsi “senza problemi dalla casa paterna” (p. 5) avviando una convivenza con il fidanzato con cui aveva concepito un figlio.

Il rischio del fenomeno della tratta (retrafficking) viene escluso dal tribunale attraverso una compiuta analisi della fattispecie in esame che non si segnala, giusta la proposta critica, come violativi dei presupposti di legge d’integrazione delle protezioni internazionali invocate o, ancora, per omessa valutazione di fatti decisivi: la donna non aveva riferito di essere vittima di una tale fenomeno, di cui mancavano comunque gli indicatori (indicati in decreto: negli interventi di induzione alla prostituzione; nell’esistenza di un debito con i trafficanti).

4.2. Il terzo motivo è anch’esso infondato e persino contraddistinto da profili di inammissibilità.

Il tribunale non ha mancato, nell’osservanza delle disposizioni di legge come interpretate dalla giurisprudenza di questa Corte di legittimità ed in applicazione di quella della Corte di Giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014 Diakitè c-285/12), di valutare le condizioni del Paese di origine, la (OMISSIS).

Tanto è avvenuto secondo informazioni precise e aggiornate (Easo COI giugno 2017; Ecoi (OMISSIS) 2018) all’esito del cui scrutinio i giudici di merito hanno escluso che le registrate situazioni di instabilità della (OMISSIS) potessero integrare una violenza indiscriminata di livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (tra le altre, sulla nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale: Cass. 08/07/2019 n. 18306; Cass. 02/04/2019 n. 9090).

La critica sul punto portata al provvedimento impugnato è altresì generica ed inconcludente rispetto alla motivazione adottata dal tribunale che muove dalla concreta fattispecie, debitamente ricostruita, rimettendo la prima in contestazione profili – quale il rischio della tratta – puntualmente esclusi nel decreto per contenuti di prova neppure direttamente attaccati in ricorso (così per la stessa dichiarazione resa in materia dalla richiedente).

Il richiamo, poi, in ricorso, ai contenuti del sito M.A.E. “(OMISSIS)”, e di altre fonti (p. 14-15), che si vorrebbero attestare l’esistenza nell'(OMISSIS) di una situazione di violenza generalizzata, mirando a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, manca di evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate, estremo al cui ricorso si accompagna l’integrazione della censura (Cass. 18/02/2020 n. 4037).

4.3. Il quarto motivo è infondato.

Il tribunale ha correttamente escluso il radicamento in Italia della ricorrente vagliando significativamente, a tal fine, il lavoro da costei svolto – “piccoli avori di pulizia” retribuiti con “somme mai superiori ai 300 Euro” – e la mancanza di una sua autonomia abitativa e di un apprezzabile livello di conoscenza della lingua italiana e, nel contempo, apprezzando la posizione nel Paese di origine.

Il tutto per un giudizio complessivamente ancorato ad una valutazione individuale, secondo i principi affermati da questa Corte di cassazione (Cass. 03/04/2019 n. 9304), per poi escludere in capo alla richiedente una condizione di vulnerabilità positivamente stimabile ai fini della concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

5. Il ricorso, conclusivamente infondato, va pertanto rigettato. Nulla sulle spese, essendo l’Amministrazione rimasta intimata. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto (secondo la formula da ultimo indicata in Cass. SU n. 23535 del 2019) della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 3 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2020

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