Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15773 del 29/07/2016


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Cassazione civile sez. III, 29/07/2016, (ud. 12/05/2016, dep. 29/07/2016), n.15773

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI AMATO Sergio – Presidente –

Dott. AMENDOLA Adelaide – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al numero 14345 del ruolo generale dell’anno

2013, proposto da:

C.A., (C.F.: (OMISSIS)) rappresentato e difeso, giusta

procura a margine del ricorso, dall’avvocato Davide Lo Giudice

(C.F.: LGD DVD 67617 B429C);

– ricorrente –

nei confronti di:

L.B., (C.F.: (OMISSIS)) L.M. (C.F.:

(OMISSIS)) rappresentati e difesi, giusta procura in calce al

controricorso, dall’avvocato Maurizio Di Benedetto (C.F.: DBN MRZ

56P01 B602M);

– controricorrenti –

per la cassazione della sentenza pronunziata dalla Corte di Appello

di Palermo n. 1653/2012, depositata in data 26 novembre 2012;

udita la relazione sulla causa svolta alla pubblica udienza in data

12 maggio 2016 dal consigliere Augusto Tatangelo;

udito il pubblico ministero, in persona del sostituto procuratore

generale dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per il

rigetto del ricorso e la condanna alle spese del ricorrente.

Fatto

FATTI E SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L.G. (deceduto nelle more del giudizio, che è stato proseguito dagli eredi B. e L.M.) intimò ad C.A. sfratto per morosità in relazione ad un immobile locato per uso commerciale in (OMISSIS), chiedendone la condanna al pagamento dei canoni insoluti.

Il C. si oppose alla convalida e propose in via riconvenzionale domanda per ottenere la risoluzione del contratto per inadempimento del locatore, la restituzione dei canoni pagati ed il risarcimento dei danni.

Il Tribunale di Agrigento – sezione distaccata di (OMISSIS), dichiarò risolto il contratto per inadempimento del conduttore, che condannò al pagamento dell’importo di Euro 14.750,00 per canoni insoluti, rigettando le sue domande riconvenzionali.

La Corte di Appello di Palermo ha confermato la decisione di primo grado.

Ricorre il C., sulla base di cinque motivi.

Resistono con controricorso B. e L.M..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “violazione o falsa applicazione di norme di diritto per error in iudicando (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla mancata applicazione nella fattispecie dell’art. 1575 c.c., n. 2 e dell’art. 1578 c.c.”.

Con il secondo motivo del ricorso si denunzia “violazione o falsa applicazione di norme di diritto per error in iudicando (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla mancata applicazione nella fattispecie degli arttt. 1176 e 1218 c.c.”.

Con il terzo motivo del ricorso si denunzia “violazione o falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in ordine alla mancata applicazione del principio dispositivo di cui all’art. 115 c.p.c.”. I primi tre motivi del ricorso – che hanno tutti ad oggetto la questione della sussistenza del preteso inadempimento del locatore al suo obbligo di consegnare e mantenere la cosa locata in modo da servire all’uso pattuito – sono connessi e possono essere esaminati congiuntamente.

Essi sono inammissibili.

La corte di appello ha accertato, in fatto: 1) che il conduttore era a conoscenza della situazione catastale dell’immobile locato (accatastato come magazzino, categoria C/2) e la aveva accettata; 2) che il locatore si era impegnato a richiederne il mutamento di destinazione d’uso (e a ciò aveva regolarmente provveduto), ma nulla aveva garantito sull’esito della pratica e sui tempi della stessa; 3) che non vi era prova che il mutamento di destinazione d’uso fosse stato negato o che non vi fossero i presupposti per ottenerlo; 4) che i locali erano stati comunque utilizzati in concreto dal conduttore per l’uso pattuito (quanto meno per l’esposizione di mobili, se non anche per la loro vendita).

Sulla base di tali insindacabili accertamenti di fatto (non censurati specificamente dal ricorrente, e comunque non censurabili in quanto sorretti da motivazione che certamente si sottrae alle censure tuttora ammissibili ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella attuale formulazione, applicabile alla fattispecie in ragione della data di emissione ella pronunzia impugnata), è stata esclusa, in diritto, la risoluzione del contratto per inadempimento del locatore.

La conclusione è corretta.

La risoluzione del contratto di locazione per inadempimento del locatore all’obbligazione di consegnare e mantenere la cosa in stato da servire all’uso convenuto, infatti – secondo l’indirizzo ormai prevalente di questa Corte, cui intende darsi continuità – richiede la prova che i provvedimenti amministrativi necessari per l’esercizio dell’attività convenzionalmente da esercitarsi nell’immobile locato siano stati definitivamente negati, o comunque che non sia possibile il loro rilascio a causa di carenze intrinseche o caratteristiche proprie del bene locato (cfr, Cass., Sez. 3, Sentenza n. 13651 del 16/06/2014, Rv. 631823; Sez. 3, Sentenza n. 26907 del 19/12/2014, Rv. 633840; Sez. 3, Sentenza n. 666 del 18/01/2016, Rv. 638364).

L’argomentazione in diritto della corte di merito non è del resto oggetto di specifica censura da parte del ricorrente, il quale si limita a sostenere, con i motivi di ricorso in esame, che la mancanza delle autorizzazioni amministrative necessarie per l’utilizzazione dell’immobile secondo quanto pattuito in contratto (che il locatore si era impegnato a conseguire, ma che non erano state ancora rilasciate, avendo questi solo presentato la relativa istanza, disinteressandosi dell’esito del procedimento), costituirebbe di per sè inadempimento di quest’ultimo, tale da giustificare la risoluzione del contratto stesso.

Come è evidente, le suddette censure, per un verso non colgono la effettiva ratio decidendi della pronuncia impugnata (costituita, come già osservato, dal rilievo che mancava la prova che le suddette autorizzazioni – benchè richieste dal locatore, in adempimento del suo impegno contrattuale – fossero state definitivamente negate, o comunque che non potessero essere ottenute per carenze intrinseche o caratteristiche proprie del bene locato) e, per altro verso, si risolvono nella inammissibile richiesta di riesame degli accertamenti in fatto svolti in sede di merito (ciò sia con riguardo all’interpretazione del contratto di locazione ed alla individuazione degli obblighi contrattuali effettivamente assunti dal locatore, sia con riguardo all’attività da questi posta in essere in adempimento di tali obblighi, sia con riguardo al procedimento amministrativo in corso per il rilascio dell’autorizzazione al mutamento di destinazione d’uso dell’immobile locato).

2. Con il quarto motivo del ricorso si denunzia “omesso esame (art. 360 c.p.c., n. 5) in ordine alla richiesta istruttoria di informazioni ex art. 213 c.p.c. al Comune di (OMISSIS), al fine di accertare il reale accatastamento dell’immobile oggetto del contratto di locazione, costituente circostanza decisiva per il giudizio”.

Con il quinto motivo del ricorso si denunzia “omesso esame (art. 360 c.p.c., n. 5) in ordine alla richiesta prova testimoniale avendo la Corte d’Appello rigettato la richiesta istruttoria senza motivare tale diniego”.

Gli ultimi due motivi del ricorso – aventi ad oggetto l’omesso esame delle richieste istruttorie avanzate in sede di merito – sono evidentemente connessi e possono quindi esaminarsi congiuntamente.

Sono peraltro anch’essi inammissibili.

Si premette che la sentenza impugnata è stata pronunziata e pubblicata in data successiva all’11 settembre 2012, onde è applicabile il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, che “introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sìa stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie”; e la suddetta riformulazione “deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione; pertanto, è denunciabile ìn cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali; tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass., Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830 e 629831).

Orbene, nel caso di specie non vi è dubbio che i fatti storici rilevanti ai fini della decisione siano stati presi tutti in considerazione dalla corte di merito, la quale ha espressamente delibato anche le istanze istruttorie formulate dal conduttore, e che sui punti in discussione il provvedimento impugnato contenga una motivazione non apparente nè insanabilmente contraddittoria, onde in relazione ad essa non sono proponibili censure ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

In ogni caso, è evidente che i mezzi di prova di cui il ricorrente lamenta la mancata ammissione – ivi inclusa la richiesta avanzata ai sensi dell’art. 213 c.p.c., di assumere informazioni dal comune di (OMISSIS) “al fine di accertare il reale accatastamento dell’immobile oggetto del contratto di locazione” (di cui peraltro non è trascritto in ricorso l’esatto contenuto, nè è specificato in quale atto sarebbe stata originariamente avanzata e se era stata riproposta con specifico motivo di impugnazione) – erano del tutto privi di rilievo ai fini della decisione, e quindi del dedotto carattere di decisività per il giudizio.

Sia la circostanza che l’immobile fosse accatastato come magazzi-no/deposito (categoria C/2), sia la necessità del mutamento di destinazione d’uso ai fini dell’ottenimento della licenza per uso commerciale (che infatti il locatore si era impegnato a richiedere e che di fatto regolarmente ebbe a richiedere) non erano affatto in contestazione, e anzi hanno costituito il presupposto della decisione di merito.

Nè risulta, infine, chiarito nel ricorso quale specifico rilievo potessero avere ai fini della decisione le questioni attinenti alle caratteristiche e alle rifiniture dell’immobile, oggetto della richiesta prova per testi.

3. Il ricorso è dichiarato inammissibile.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.

Dal momento che il ricorso risulta notificato successivamente al termine previsto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 18, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla citata L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte:

dichiara inammissibile il ricorso;

condanna il ricorrente a pagare le spese del presente giudizio in favore dei controricorrenti, liquidandole in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 12 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2016

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