Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1577 del 26/01/2021

Cassazione civile sez. trib., 26/01/2021, (ud. 03/11/2020, dep. 26/01/2021), n.1577

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – Presidente –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. FASANO Anna Maria – rel. Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. D’ORIANO Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28303-2018 proposto da:

F.N., B.V., F.F., elettivamente

domiciliati in ROMA, Piazza Cavour presso la cancelleria della Corte

di Cassazione, rappresentati e difesi dall’avvocato SALVATORE

ORSINI;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE DI LATINA – AGENZIA DELLE

ENTRATE – in persona del Direttore pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 989/2018 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 16/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/11/2020 dal Consigliere Dott. FASANO ANNA MARIA;

lette le conclusioni scritte del pubblico ministero in persona del

sostituto procuratore generale Dott. DE AUGUSTINIS UMBERTO che ha

chiesto l’inammissibilità del ricorso o, in subordine, il suo

rigetto.

 

Fatto

RITENUTO

CHE:

B.V., F.N. e F.F. impugnavano gli avvisi di rettifica e liquidazione notificati dall’Agenzia delle entrate, sulla base della denuncia di successione dagli stessi presentata a seguito del decesso di F.A., titolare dell’impresa individuale “Piscicoltura B.F. e figlio di A.F.”. Con gli atti impositivi veniva contestata la sussistenza del requisito della “ruralità” degli immobili dichiarati con valore zero ai sensi del D.L. n. 557 del 1993, art. 9, commi 3 e 3 bis. L’Ufficio, pertanto, procedeva all’accertamento di una maggiore imposta di successione per Euro 31.912,20, di una maggiore imposta ipotecaria per l’importo di Euro 15.312,06 e di una maggiore imposta catastale per l’importo di Euro 7.656,02, oltre interessi e sanzioni, rettificando il valore degli immobili sulla base dei dati OMI relativi alla zona dichiarata e ad un’indagine di mercato.

La Commissione Tributaria Provinciale di Latina, con sentenza n. 909-4-15, accoglieva il ricorso proposto dalle contribuenti. L’Ufficio spiegava appello, che veniva accolto dalla Commissione Tributaria Regionale del Lazio con sentenza n. 989/18 B.V., F.N. e F.F. propongono ricorso per la cassazione della sentenza, svolgendo tre motivi.

L’Agenzia delle entrate si è costituita con controricorso. La Procura Generale presso la Corte di Cassazione, in data 3.10.2020, ha depositato memorie, concludendo per l’inammissibilità del ricorso o, in subordine, per il suo rigetto.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con il primo motivo si denuncia in rubrica: “violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 57 e 58 – divieto di produrre domande nuove nonchè nuove eccezioni in appello e di produrre nuove prove laddove non indispensabili ai fini della decisione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4”.

Secondo le parti ricorrenti la sentenza impugnata sarebbe errata, in quanto la Commissione Tributaria Regionale avrebbe dovuto dichiarare l’inammissibilità dell’unico motivo di appello proposto, in quanto avente ad oggetto doglianze che non sarebbero state proposte dall’Ufficio in primo grado, ciò in violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57. Inoltre, il giudice di secondo grado avrebbe preso a fondamento della propria decisione prove nuove, non proposte dall’Ufficio in primo grado e ciò in violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 58, comma 1, il quale dispone il divieto di produrre nuove prove in appello. Si deduce, inoltre, che il Collegio giudicante avrebbe errato in quanto, in palese violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, ha ritenuto ammissibile l’appello, nonostante la palese inammissibilità, in quanto fondato su domande e/o eccezioni nuove non proposte in primo grado dall’Ufficio ed, inoltre, in violazione il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 58, avrebbe ammesso nuove prove pur non indispensabili.

1.1. Il motivo è infondato.

Emerge dai fatti di causa – essendo evincibile dal contenuto della sentenza impugnata, nonchè dal controricorso dell’Agenzia delle entrate, in cui, per ossequio al principio di autosufficienza sono riportati stralci delle censure proposte con l’atto di impugnazione – che l’Ufficio aveva contestato fin da primo grado di merito la ruralità degli immobili, sicchè le argomentazioni introdotte nel gravame sono state finalizzate a censurare a sentenza nella Commissione Tributaria Provinciale di Primo grado nella sua interezza, e quindi anche l’assenza di motivazione sotto tale profilo. Il giudice di primo grado aveva sostanzialmente accolto il ricorso sulla base del rilievo che nella fattispecie gli immobili oggetto di accertamento erano destinati ad abitazione dei dipendenti esencenti attività agricola nell’Azienda e come tali asserviti all’attività aziendale svolta, sicchè le argomentazioni introdotte nel corso del giudizio di appello non hanno ampliato il thema decidendi, ma hanno rappresentato deduzioni difensive finalizzate a confutare quanto asserito nella decisione impugnata.

Prive di rilievo le ulteriori doglianze circa l’inammissibilità delle prove allegate in appello, tenuto conto che, secondo l’indirizzo più volte espresso da questa Corte, a cui si intende dare continuità: “Nell’ambito del processo tributario il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 58, fa salva la facoltà delle parti di produrre nuovi documenti, anche al di fuori degli stretti limiti posti dall’art. 345 c.p.c.” (Cass. n. 29087 del 2018) … ” anche quanto gli stessi comportino un ampliamento della materia del contendere e siano preesistenti al giudizio di I grado purchè ciò avvenga, ai fini del rispetto del principio del contraddittorio nei confronti di altre parti (Cass. n. 17164 del 2018).

2. Con il secondo motivo si denuncia in rubrica: “violazione degli artt. 329 e 112 c.p.c., in combinato disposto con il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53 e con l’art. 342 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per aver il collegio di secondo grado ritenuto legittimi e validi tutti e quattro gli avvisi di accertamento impugnati, nonostante dalle argomentazioni contenute in sentenza due dovevano essere annullati”.

Le contribuenti deducono che l’Agenzia delle entrate avrebbe appellato la sentenza di primo grado solo parzialmente, opponendosi solo all’argomentazione, contenuta nella decisione di primo grado, secondo la quale solo due degli immobili oggetto di accertamento sarebbero stati destinati alle abitazioni dei dipendenti dell’azienda, con la conseguenza che, ai sensi dell’art. 329 c.p.c., u.c., avrebbe espresso acquiescenza alle parti della sentenza non impugnate, le quali, per tale ragione dovrebbero intendersi passate in giudicato.

2.2. Le censure sono prive di rilievo.

Si evince dalla piana lettura della sentenza impugnata che l’Ufficio con l’atto di appello ha contestato la ruralità degli immobili oggetto di accertamento; infatti ha sollevato critiche alla sentenza di primo grado che hanno riguardato non solo “erronea valutazione degli elementi probatori, ma anche la violazione e/o falsa applicazione del D.L. n. 557 del 1993, art. 9, nonchè l’insufficiente motivazione. In particolare, nella parte in fatto della pronuncia della Commissione Tributaria Regionale si precisa anche che: “L’Ufficio fa presente che gli immobili erano accatastati in categoria A/3 e non era possibile evincere una destinazione esclusiva all’esercizio dell’impresa agricola. Inoltre, i requisiti di ruralità non ricorrerebbero in quanto il de cuius ( F.A.) aveva la residenza in Minturno e, quindi, veniva meno il requisito dell’uso abitativo e, conseguentemente, la ruralità del fabbricato”.

Emerge all’evidenza l’infondatezza delle critiche, posto che con il proposto gravame l’Ufficio ha espresso a volontà di contestare la decisione di primo grado nella sua interezza.

3. Con il terzo motivo si denuncia in rubrica: “violazione e falsa applicazione del D.L. n. 557 del 1993, art. 9, comma 3, come convertito in L. 25 febbraio 1994, n. 133, ed integrato dalla L. 24 novembre 2006, n. 286, art. 1, comma 37, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.” Secondo le ricorrenti la sentenza impugnata sarebbe errata in quanto farebbe una falsa applicazione del D.L. n. 557 del 1992, art. 9, commi 3 e 3 bis, non ritenendo sussistente il carattere di ruralità degli immobili sulla base del rilievo che: “dalle prove fornite dall’Ufficio non può che dedursi che non tutti i quattro fabbricati siano stati utilizzati quale abitazione dei dipendenti, con la conseguenza che non si può riconoscere il carattere rurale a tali costruzioni”. Nel caso di specie, tutti i requisiti previsti dall’articolo richiamato sarebbero sussistenti in merito ai beni immobili oggetto di accertamento. Gli immobili dovrebbero essere considerati rurali, come rilevato dalla Commissione Tributaria Provinciale, non solo perchè adibiti a residenza dei dipendenti dell’azienda, ma anche sulla base di altre motivazioni quali: a) la natura e destinazione rurale dell’azienda condotta dal de cuius F.A. prima e dagli eredi poi, confermata dalle attestazioni dell’avvenuta voltura delle autorizzazioni sanitarie rilasciata da vari Enti; b) il carattere rurale per la presenza dei requisiti soggettivi di riferimento di cui al D.L. n. 557 del 1993, art. 9, commi 3 e 3 bis), trattandosi di immobili destinati ad abitazione dei dipendenti esercenti attività agricola dell’Azienda e con l’asservimento di tali immobili all’attività aziendale svolta; c) per esserci al servizio dell’impresa la presenza di una sala mensa per i dipendenti; d) e per aver fornito, infine, la parte ricorrente elementi probatori certi con la rappresentazione di un fatto concorrente a quanto dichiarato.

3.1. Il motivo è fondato per i principi di seguito enunciati.

I fabbricati rurali sono immobili posti al servizio di terreni agricoli, in quanto utilizzati in modo strumentale all’attività di coltivazione, oppure quale abitazione dell’imprenditore agricolo. Questi fabbricati usufruiscono di un regime agevolato, a condizione che siano presenti tutti i requisiti previsti dalla legge.

Ai sensi del D.L. 30 dicembre 1993, n. 557, art. 9, convertito dalla L. 26 febbraio 1994, n. 133, e modificato dal D.L. 1 ottobre 2007, n. 159, art. 42 bis, convertito con modificazioni dalla L. 29 novembre 2007, n. 222: “Ai fini del riconoscimento della ruralità degli immobili agli effetti fiscali, i fabbricati o porzioni di fabbricati destinati ad edilizia abitativa devono soddisfare le seguenti condizioni: a) il fabbricato deve essere utilizzato quale abitazione: 1) dal soggetto titolare del diritto di proprietà o di altro diritto reale sul terreno per esigenze connessa all’attività agricola svolta; 2) dall’affittuario del terreno stesso o dal soggetto che con altro titolo idoneo conduce il terreno a cui l’immobile è asservito; 3) dai familiari conviventi a carico dei soggetti di cui ai numeri 1) e 2) risultanti dalle certificazioni anagrafiche; da coadiuvanti iscritti come tali a fini previdenziali; 4) da soggetti titolari di trattamenti pensionistici corrisposti a seguito di attività svolta in agricoltura; 5) da uno dei soci o amministratori delle società agricole di cui al D.Lgs. 29 marzo 2004, n. 99, art. 2, aventi la qualifica di imprenditore agricolo professionale; a-bis) i soggetti di cui ai numeri 1), 2) e 5) della lettera a) del presente comma devono rivestire la qualifica di imprenditore agricolo ed essere iscritti nel registro delle imprese di cui alla L. 29 dicembre 1993, n. 580, art. 8”.

Ai fini fiscali, alle costruzioni strumentali deve riconoscersi il carattere della ruralità, ai sensi del D.L. n. 557 del 1993, art. 9, comma 3 bis, se necessari allo svolgimento dell’attività agricola, di cui all’art. 2135 c.c. e, tra queste, quelle destinate ad abitazione dei dipendenti esercenti attività agricole dell’azienda a tempo indeterminato o a tempo determinato per un numero annuo di giornate lavorative superiore a cento, assunti in conformità alla normativa vigente in materia di collocamento.

3.2. Ciò premesso, con riferimenti, alla “ruralità” degli immobili oggetto di accertamento, la Commissione Tributaria Regionale si è espressa in modo contraddittorio, atteso che, pur riconoscendo che sulla base delle prove offerte dalle appellate alcuni degli immobili erano destinati ad abitazione dei dipendenti, ha poi concluso che nessuno degli stessi aveva le caratteristiche della “ruralità”, non argomentando sulla mancanza di tale requisito. In particolare, i giudici di appello hanno concluso affermando che: “Dalle prove fornite dall’Ufficio non può che dedursi che non tutti i quattro fabbricati siano stati utilizzati quale abitazione dei dipendenti, con la conseguenza che non si può riconoscere il carattere rurale a tali costruzioni”.

E’, quindi, incomprensibile il percorso logico-giuridico che ha determinato i giudici al loro convincimento, essendo all’evidenza chiaro che alcuni degli immobili erano utilizzati come abitazione dai dipendenti, ma non si chiarisce quali e, soprattutto, perchè si è poi giunti ad escludere il carattere di ruralità di tutte le costruzioni.

Ne consegue che, nella specie, ricorre il denunciato vizio di violazione di legge, ravvisandosi una erronea ricognizione da parte del provvedimento impugnato della fattispecie astratta recata dalla previsione normativa.

Sulla base dei rilievi espressi, la sentenza va in parte qua cassata.

4. In definitiva, va accolto il terzo motivo di ricorso e rigettato il primo e secondo mezzo, la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto con rinvio alla Commissione Tributaria Regionale del Lazio, in diversa composizione, per il riesame, la quale provvederà anche alla liquidazione delle spese di legittimità

PQM

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, rigetta il primo ed il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione Tributaria Regionale del Lazio, in diversa composizione, per il riesame e per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 3 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2021

 

 

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