Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15765 del 29/07/2016


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Cassazione civile sez. III, 29/07/2016, (ud. 20/04/2016, dep. 29/07/2016), n.15765

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23926-2012 proposto da:

B.G., ((OMISSIS)) e S.C. ((OMISSIS)),

elettivamente domiciliati in ROMA, V. FEDERICO CESI 30, presso lo

studio dell’avvocato EGIDIO MARULLO, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato ALDO TURCONI giusta procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

MERAVIGLIA S.P.A., in persona del Presidente del Consiglio di

Amministrazione Sig. M.M., e COGEME S.R.L., in persona

dell’Amministratore Unico Sig. M.B., considerate

domiciliate ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentate e difese dagli avvocati LUIGI OTTAVI,

MARIA CRISTINA FERRARI giusta procura speciale in calce al

controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 841/2012 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 07/03/2012, R.G.N. 673/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/04/2016 dal Consigliere Dott. ENZO VINCENTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO Alberto, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. – B.G. e S.C. convennero in giudizio, dinanzi al Tribunale di Como, la Meraviglia S.p.A. per sentirla condannare al risarcimento dei danni da loro subiti in conseguenza dell’incendio, verificatosi il (OMISSIS), all’interno dell’immobile di loro proprietà, acquistato dalla CO.GE.ME s.r.l., costruito dalla società evocata in causa e rivelatosi difettoso nella parte concernente la canna fumaria del camino.

La Meraviglia S.p.A., costituitasi in giudizio, eccepì, preliminarmente, il proprio difetto di legittimazione passiva e contestò, nel merito, le domande azionate dagli attori.

A fronte di tale eccezione, gli attori chiesero ed ottennero di chiamare in causa la CO.GE.ME. s.r.l., la quale si costituì in giudizio contestando la fondatezze delle domande.

Con sentenza del marzo 2007, il Tribunale di Como dichiarò la responsabilità solidale della Meraviglia S.p.A. e della CO.GE.ME. s.r.l. per i danni lamentati da B.G. e S.C. e, per l’effetto, condannò in solido le società convenute al pagamento, in favore degli attori, della somma di Euro 45.202,28, oltre interessi legali e spese di lite.

2. – Avverso tale decisione proponevano impugnazione principale la Meraviglia S.p.A. e la CO.GE.ME. s.r.l., nonchè gravame incidentale (al fine di ottenere il riconoscimento di un maggior risarcimento del danno) il B. e la S..

La Corte d’Appello di Milano, con sentenza resa pubblica il 7 marzo 2012, accoglieva l’appello principale e rigettava le domande di risarcimento danni proposte da B.G. e S.C., condannandoli al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.

2.1. – La Corte d’appello, dopo aver riconosciuto che lo stato originario delle caratteristiche costruttive dell’immobile era stato mutato dai sig.ri B.- S., i quali avevano installato in soggiorno un caminetto a legna, con chiusura termica e con ricircolo dell’aria, collegandolo alla canna fumaria esistente nell’edificio, rilevava che la ricostruzione della dinamica del sinistro operata dal Tribunale si fondava, principalmente, sulle risultanze dell’esperita c.t.u.

Il giudice di secondo grado, pertanto, osservava che il consulente tecnico aveva ricostruito il meccanismo causale dell’incendio affermando, da un lato, che il calore della combustione del fuoco acceso nel camino aveva innescato l’incendio per autocombustione, e, dall’altro, che lo spessore di 2 cm. delle pareti corte della canna fumaria posta in opera dall’impresa costruttrice costituiva una vera e propria anomalia, a causa della quale le citate pareti, nell’elemento terminale in calcestruzzo della canna fumaria, erano collassate, consentendo, così, la fuoriuscita di faville che avevano intaccato la perlinatura di legno del tetto, innescando, quindi, l’incendio.

La Corte territoriale riteneva, però, censurabile la predetta analisi, affermando che le conclusioni del c.t.u. “esprimono l’opinione di una mera possibilità (eventualità ipotetica) del nesso di causalità tra l’incendio (indicato come effetto) e il rilevato collassamento del tratto terminale della canna fumaria (ritenuto la causa)” e che una “siffatta opinione, mancando la verifica di elementi obiettivi di natura tecnica che giustifichino il convincimento del consulente, è insufficiente a giustificare l’accertamento tanto del vizio costruttivo, quanto del rapporto causale tra il vizio ipotizzato e l’evento e non consente, quindi, il riscontro dell’illecito dedotto e della colpa del costruttore e del venditore”.

In questa prospettiva, posto che era incontestato e rilevato dalla stessa c.t.u. che la canna fumaria era costituita da “elementi prefabbricati temo in calcestruzzo speciale” e, dunque, da materiali non combustibili, la Corte territoriale, prendendo le mosse della considerazione del consulente tecnico – secondo cui “il calore della combustione del fuoco ha innescato l’incendio per autocombustione” rilevava che, nel caso di specie, detto fenomeno, potendo interessare esclusivamente materiali infiammabili, quale non era sicuramente il calcestruzzo, non poteva che essere stato generato dalla “presenza di incrostazioni di fuliggine all’interno della canna fumaria”.

Il giudice di appello, allora, affermava che “l’origine dell’incendio non potrebbe essere collegata ad un difetto costruttivo, ma dovrebbe con ben più elevata probabilità, essere attribuita ad un difetto di manutenzione, di cui non potevano che essere responsabili gli stessi proprietari, custodi esclusivi dell’immobile e dei relativi impianti e manufatti di pertinenza dell’edificio sin dal suo acquisto”.

La Corte territoriale, peraltro, rilevava che il c.t.u. aveva confermato che la combustione del caminetto a legna, con chiusura termica e con ricircolo dell’aria, istallato dai sigg.ri B.- S., produceva non solo livelli di temperatura più alti, ma anche quantità di fuliggine maggiori rispetto ai camini tradizionali, richiedendo, pertanto, un’accurata manutenzione in caso di frequente uso dello stesso.

Ciò posto, il giudice del gravame, “considerato che gli attori non hanno nè allegato nè provato di aver mai disposto controlli della canna fumaria ed eventuali bonifiche ed opere di pulizia, nonostante la lunga durata del loro possesso, protratto per circa otto anni fino all’incendio”, riteneva che era ragionevolmente più probabile, rispetto alla ricostruzione del meccanismo causale offerta dal c.t.u., che la causa dell’incendio potesse essere attribuita all’autocombustione della fuliggine (depositata all’interno della canna fumaria) provocata dall’aumento del calore nella canna stessa.

Nello specifico, la Corte d’appello affermava che “il collassamento della parte terminale della canna fumaria deve essere ritenuto non la causa originaria, bensì l’effetto finale dell’aumento di calore all’interno della canna, il cui innalzamento conseguente di temperatura ha aumentato il tiraggio “espellendo fiamme dal comignolo”, che si è così danneggiato, fessurandosi (“collassando”) e proiettando, attraverso le fessure, faville che hanno intaccato la perlinatura in legno del tetto, innescando l’incendio”.

3. – Per la cassazione di tale sentenza ricorrono B.G. e S.C., affidando le sorti dell’impugnazione a tre motivi.

Resistono con un unico controricorso la Meraviglia S.p.A. e la CO.GE.ME. s.r.l..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. – Con il primo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2729 c.c. “per non avere, la Corte d’Appello, riconosciuto che la causa dell’incendio doveva attribuirsi a responsabilità esclusiva delle società resistenti dovendosi valutare le risultanze istruttorie di primo grado idonee e sufficienti a dimostrare che la causa dell’incendio doveva attribuirsi ad un vizio strutturale della canna fumaria”, nonchè, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, erronea, insufficiente e contraddittoria motivazione “in ordine al punto decisivo della controversia costituito dall’individuazione della causa dell’incendio.

La Corte d’Appello avrebbe erroneamente individuato la causa dell’incendio nell’autocombustione della fuliggine presente nella canna fumaria, nonostante la c.t.u. espletata in primo grado e le altre risultanze istruttorie acquisite nel corso del processo fossero idonee e sufficienti a dimostrare che la causa dell’incendio doveva, invece, attribuirsi ad un vizio costruttivo della canna fumaria.

Inoltre, il giudice del gravame, nell’affermare che l’incendio era stato l’effetto prodotto da una carente ed insufficiente manutenzione della canna fumaria, non solo non avrebbe considerato che la pulizia della stessa risultava già documentalmente provata sia dalla relazione del perito di parte N., che da quella del c.t.u., nonchè dal verbale dei vigili del fuoco, intervenuti immediatamente dopo l’incendio, ma, addirittura, avrebbe impedito agli odierni ricorrenti di poter provare testimonialmente che non vi erano strati di fuliggine all’interno della canna fumaria, rigettando le richieste istruttorie da essi ritualmente e tempestivamente formulate nella comparsa d’appello.

1.1. – Il motivo non può trovare accoglimento.

Esso, per come è prospettato (alla stregua di quanto già si evince dalla sintesi riportata nella relativa rubrica e, segnatamente, dallo sviluppo degli argomenti a sostegno), lungi dal denunciare anche degli errores in iudicando sotto il profilo del riparto dell’onus probandi e della prova presuntiva (che, del resto, non si riscontrano, in quanto tali, nella sentenza impugnata), si condensa nella deduzione di vizi motivazionali ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione previgente (applicabile ratione temporis) a quella recata dalla novella legislativa del 2012.

A tal riguardo, occorre rammentare, alla luce della giurisprudenza di questa Corte (tra le tante, Cass. 21 agosto 2006, n. 18214; Cass., 26 gennaio 2007, n. 1754; Cass., 16 dicembre 2011, n. 27197; Cass., 14 novembre 2013, n. 25608) che il vizio veicolabile in base alla predetta norma processuale può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito (al quale spetta in via esclusiva il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere e bilanciare – salvo i casi tassativamente previsti dalla legge -, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi), sia rinvenibile traccia evidente del mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia (vale a dire che, se esaminati, avrebbero portato ad una diversa soluzione della vertenza, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità), ovvero quando esista un insanabile contrasto fra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento giuridico posto a base della decisione.

In questo contesto va, altresì, evidenziato, orientamento consolidato (tra le tante, Cass., 3 marzo 2011, n. 5148) che le valutazioni espresse dal consulente tecnico d’ufficio non hanno efficacia vincolante per il giudice, il quale può legittimamente disattenderle attraverso una valutazione critica, che sia ancorata alle risultanze processuali e risulti congruamente e logicamente motivata, dovendo il giudice indicare gli elementi di cui si è avvalso per ritenere erronei gli argomenti sui quali il consulente si è basato, ovvero gli elementi probatori, i criteri di valutazione e gli argomenti logico-giuridici per addivenire alla decisione contrastante con il parere del c.t.u.

Scrutinata alla luce dei principi appena ribaditi, la decisione assunta dalla Corte territoriale – in forza della motivazione riportata in sintesi al par. 2.1. del “Ritenuto in fatto” che precede e cui si rinvia integralmente, da essa chiaramente evincendosi l’adeguato esame di complessivi fatti rilevanti in base a tutte le risultanze probatorie acquisite, in forza delle quali si è sviluppata la argomentata critica alle conclusioni della c.t.u. espletata in corso di giudizio – si sottrae alle censure mosse dai ricorrenti.

Queste, infatti, oltre a non conformarsi appieno alle prescrizioni in punto di specificità e localizzazione, ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, (quanto ai contenuti rilevanti degli atti e documenti su cui si fondano e, soprattutto, all’indicazione della sede processuale di iniziale riversamento e di attuale collocazione), non solo impingono nel merito della valutazione del giudice di secondo grado, ma esitano in forza di una ricostruzione della complessiva vicenda alla luce di un apprezzamento delle risultanze istruttorie in senso più favorevole alla parte in un accertamento fattuale (cfr. pp. 16 e 17 del ricorso) che si contrappone a quello operato dalla stessa Corte territoriale.

Quest’ultima, difatti, è giunta alla decisione attraverso il rilievo che la canna fumaria presentava “strati ancora vistosi di fuliggine depositati sulle pareti interne quasi a formare una crosta di un rilevante spessore (peraltro non misurato dai tecnici)” (p. 14 della sentenza impugnata), come era dimostrato dalla documentazione fotografica allegata alla relazione del 13 febbraio 2006 predisposta dal consulente di parte degli stessi attori (cfr. anche pp. 18/19 della sentenza impugnata, in cui si ribadisce la “presenza di rilevanti strati di fuliggine nella canna fumaria, rappresentati nella documentazione fotografica in atti”).

Elemento, questo che rappresenta il fulcro centrale della ratio decidendi della Corte d’appello in ordine al nesso causale da cui è derivato l’incendio: ossia, la presenza fuliggine e, quindi, di sporcizia all’interno della canna fumaria che ha determinato, dapprima, il surriscaldamento e, poi, il collassamento della stessa canna fumaria.

Invero, su tale ratio decidendi il ricorso non si sofferma adeguatamente, insistendo, piuttosto, a contrapporvi gli apprezzamenti di c.t.u. e periti in ordine alla “causa” dell’incendio, ma senza confutare direttamente nella sua materiale portata l’elemento che la sostanzia, non essendo a tal fine producente il mero apprezzamento sulla pulizia della canna fumaria tratto dalla c.t.u. peraltro decontestualizzato dal complessivo tenore dell’atto e, in ogni caso, in assenza di una sua puntuale localizzazione -, là dove, poi, delle altre asserite fonti probatorie (perizia N.; verbale dei Vigili del fuoco) si assume soltanto in modo apodittico (senza riferimenti agli effettivi contenuti ed indicazioni ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) che da esse si evincerebbe della pulizia della canna fumaria.

Peraltro, non è nemmeno contrastato dai ricorrenti l’ulteriore rilievo della Corte di appello, inerente alla anzidetta ratio decisoria, sul fatto che era obbligo degli attori valutare la compatibilità del camino, successivamente installato, con le caratteristiche della canna fumaria (pp. 17/18 della sentenza impugnata).

Donde, il conclusivo convincimento – sorretto da motivazione adeguata e non implausibile – per cui (alla stregua dell’ipotesi più probabile e, dunque, della regola di struttura del nesso causale in materia di responsabilità civile) non si era trattato di un collassamento per autocombustione, bensì di una anomalia di conduzione del camino, dalla rilevante potenza di riscaldamento, la quale avrebbe determinato un innalzamento delle fiamme, poi passate nella canna fumaria, che, a sua volta, scaldandosi avrebbe aumentato il tiraggio, espellendo fiamme dal comignolo, innescando l’incendio.

Quanto, infine, alla doglianza che investe la mancata ammissione delle prova testimoniale, essa appare soltanto accennata in coda alle argomentazioni del motivo in esame, per essere poi fatta oggetto del secondo mezzo, nel cui contesto, pertanto, verrà complessivamente scrutinata.

2. – Con il secondo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 356 c.p.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla mancata prova da parte degli odierni ricorrenti della regolare manutenzione della canna fumaria, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La Corte territoriale avrebbe erroneamente omesso di disporre “l’assunzione della prova testimoniale in ordine allo stato di manutenzione e pulizia della canna fumaria benchè la richiesta di prova fosse stata ritualmente formulata”, tanto in primo grado che nel giudizio di “seconde cure”.

Il motivo è inammissibile.

Esso non coglie appieno la ratio decidendi della sentenza impugnata, giacchè la pur affermata carenza di allegazioni e prova da parte degli attori in ordine alla pulizia continuativa della canna fumaria si pone come motivazione ultronea, ad abundantiam, soltanto rafforzativa della premessa logica che da sola è idonea a sorreggere la decisione assunta, con essa non contrastante, risultando, come tale, superflua (tra le altre, Cass., 26 maggio 2004, n. 10134) e, dunque, non suscettibile di essere utilmente impugnata ai fini della cassazione della sentenza.

Difatti, come già messo in evidenza, l’accertamento della Corte di appello si è formato, in positivo, sulla presenza, comprovata da documentazione fotografica, di “rilevanti strati di fuliggine nella canna fumaria” e su tale elemento il giudice del merito ha, poi, ricostruito, alla luce della regola del “più probabile che non”, la serie causale determinativa dell’evento lesivo, secondo un complesso argomentativo del tutto autonomo e autosufficiente rispetto al profilo, per l’appunto ulteriore e soltanto rafforzativo della decisione, relativo alla mancata prova anzidetta.

3. – Con il terzo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 112 c.p.c..

La Corte territoriale avrebbe omesso di pronunciarsi sull’appello incidentale proposto dagli odierni ricorrenti e con il quale veniva richiesta la parziale riforma della sentenza del Tribunale di Como e la condanna delle società appellanti a risarcire gli ulteriori danni patiti in conseguenza dell’incendio di cui è causa.

3.1. – Il motivo è inammissibile, giacchè, vertendo sul quantum debeatur, non può più essere oggetto di utile scrutinio, essendosi ormai formato il giudicato sull’insussistenza di responsabilità in capo alle società convenute, all’esito, negativo per i ricorrenti, dell’esame dei motivi che precedono.

4. – Il ricorso va, pertanto, rigettato ed i ricorrenti condannati, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, come liquidate come in dispositivo in conformità ai parametri introdotti dal D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Verificare notif controe.

PQM

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida, in favore delle società controricorrrenti, in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza civile della Corte suprema di Cassazione, il 20 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2016

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