Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15731 del 23/07/2020

Cassazione civile sez. trib., 23/07/2020, (ud. 30/01/2020, dep. 23/07/2020), n.15731

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. PUTATURO Donati Viscido di Nocera M.G. – Consigliere –

Dott. GORI Pierpao – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18368/2012 proposto da:

C.A., rappresentata e difesa dall’Avv. Armando Regina,

elettivamente domiciliata in Roma via Barnaba Tortolini 29 presso

l’Avv. Valeria Marsano;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore p.t., elettivamente

domiciliato in Roma Via Dei Portoghesi 12 presso l’Avvocatura

Generale Dello Stato che la rappresenta e difende costituita con

comparsa ai soli fini della eventuale partecipazione all’udienza;

– resistente –

Avverso la sentenza n. 80/14/2011 della COMM. TRIB. REG. PUGLIA,

depositata il 17/06/2011, non notificata;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/1/2020 dal consigliere Gori Pierpaolo.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– Con sentenza n. 80/14/11 depositata in data 17 giugno 2011 la Commissione tributaria regionale della Puglia, previa riunione, accoglieva l’appello principale proposto dall’Agenzia delle Entrate e rigettava l’appello incidentale di C.A., avverso la sentenza n. 126/2/09 della Commissione tributaria provinciale di Bari, la quale a sua volta aveva parzialmente accolto il ricorso della contribuente, avverso un avviso di accertamento per IVA e IRAP 2004.

– In particolare, le riprese avevano ad oggetto reddito non dichiarato in ragione di alcune cessioni di diritti televisivi, omessa istituzione di scritture contabili, omessa documentazione e registrazione di operazioni imponibili e omessa presentazione della dichiarazione annuale IVA, IRES e IRAP, oltre sanzioni ed interessi. La CTP aveva parzialmente annullato l’avviso con riferimento ad una cessione, registrata il 20.4.2004, e alle sanzioni per omessa presentazione delle dichiarazioni annuali. L’Agenzia impugnava i capi di soccombenza, la CTR accoglieva la prospettazione dell’Ufficio rigettando integralmente quella della contribuente e confermava integralmente l’atto impositivo.

– Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione la contribuente deducendo tre motivi, che illustra con memoria. L’Agenzia delle Entrate ha depositato mera comparsa di costituzione ai fini dell’eventuale partecipazione all’udienza.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– Con il primo motivo di ricorso – ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – la contribuente deduce la nullità dell’avviso di accertamento per difetto di legittimazione passiva e per violazione dell’art. 38 c.c., oltre che per violazione del principio di capacità contributiva ex art. 53 Cost.. Nel dettaglio, il motivo si articola in dieci sottomotivi, in cui in sintesi si censura il fatto che l’avviso è stato notificato alla contribuente in qualità di legale rappresentante dell’Associazione Azzurra 2 nel 2008 quando non rivestiva più la carica, non essendo altrimenti rinvenibile la responsabilità della contribuente, neppure solidale, in relazione alle riprese, essendo inesistente l’obbligazione principale e non legittima quella della garante e, comunque, essendosi fatto non corretto governo del canone di riparto dell’onere della prova nella fattispecie e, infine, le violazioni riscontrate nel p.v.c. alla base dell’atto impositivo sarebbero riferibili cronologicamente al 2005, periodo in cui la contribuente non era più effettivo legale rappresentante dell’associazione.

– Con il secondo motivo di ricorso – ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – la ricorrente deduce la violazione dell’art. 2697 c.c. e del D.Lgs. n. 472 del 1997, artt. 7 e 11, per aver la CTR erroneamente mancato di sanzionare il difetto di prova dei fatti accaduti da parte dell’Agenzia delle Entrate.

– Con il terzo motivo di ricorso – ex art. 360 comma 1 c.p.c. nn. 3 e 5. – la contribuente deduce l’illegittima applicazione delle sanzioni, in violazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, artt. 7 e 11, irrogate in assenza di imputabilità e colpevolezza della contribuente.

– I motivi possono essere esaminati congiuntamente, in quanto redatti secondo una medesima tecnica ancipite che mescola deduzioni di violazione di legge e di vizio motivazionale, e sono inammissibili. Va ribadito che “Il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, nel quale le censure alla pronuncia di merito devono trovare collocazione entro un elenco tassativo di motivi, in quanto la Corte di cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione che non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa. Ne consegue che la parte non può limitarsi a censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendovi la propria diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione degli accertamenti di fatto compiuti.” (Cass. 28 novembre 2014 n. 25332).

– Infatti, “Il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato e vincolato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito. Ne consegue che il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicchè è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleata dal codice di rito.” (Cass. 22 settembre 2014 n. 19959).

– Lo sviluppo delle censure collide frontalmente con i principi di diritto di cui a tali arresti giurisprudenziali dal momento che chiedono una rivalutazione dei fatti operata dal giudice d’appello anche nella parte in cui sono formalmente presentate come denuncianti violazioni di legge. La CTR ha ritenuto esistente la responsabilità solidale in capo alla contribuente, con accertamenti di merito non revocabili in dubbio in sede di legittimità in assenza di deduzione di elementi di prova decisivi e contrari ritualmente introdotti nel processo e non considerati dal giudice di appello.

-Al proposito la CTR dà conto del fatto che la contribuente aveva presentato dichiarazione di inizio attività e le era stata attribuita partita IVA sulla base della sua dichiarazione di essere legale rappresentante dell’associazione, con decorrenza 1.1.2004. Ciò è stato logicamente ritenuto decisivo sul piano sostanziale ai fini della tutela del terzo in relazione agli atti compiuti in nome e per conto della associazione stessa, in particolare circa le cessioni di diritti televisivi oggetto di contestazione e documentati nel p.v.c., a titolo di responsabilità solidale con l’autore materiale delle condotte. Va precisato a riguardo che l’assenza di responsabilità in capo all’obbligato principale è una mera deduzione di parte, priva di supporto probatorio.

-La circostanza dell’essere stata legale rappresentante al tempo dei fatti è inoltre determinante anche ai fini della notifica dell’avviso che, coerentemente, attinge la contribuente non quale persona fisica ma quale legale rappresentante. Ulteriore accertamento in fatto non smentito dalla ricorrente con indicazione di prove decisive e contrarie è l’assenza di comunicazione da parte della contribuente all’Agenzia delle entrate della data di cessazione della carica per dimissioni volontarie, rilevante ai fini del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 35. Conseguentemente, con un ragionamento immune da vizi logici sono stati ritenuti non sussistenti i presupposti per limitare la responsabilità a parte dei fatti in contestazione su di un piano cronologico, nè per rimuovere le sanzioni, in quanto l’assenza di imputabilità e colpevolezza della contribuente è una mera prospettazione di parte, priva di supporto probatorio non esaminato dal giudice di appello.

-In conclusione, il ricorso va rigettato per inammissibilità dei motivi e, in presenza di costituzione dell’Agenzia ai soli fini della partecipazione all’udienza quale mera resistente nessun provvedimento va adottata sulle spese.

PQM

La Corte rigetta il ricorso per inammissibilità dei motivi.

Così deciso in Roma, il 30 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2020

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA