Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15725 del 23/06/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 23/06/2017, (ud. 25/05/2017, dep.23/06/2017),  n. 15725

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22799/2013 proposto da:

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, UNIVERSITA’ E RICERCA – C.F. (OMISSIS), in

persona del Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

A.T., elettivamente domiciliata in ROMA, V. NAZARIO SAURO

16, presso lo studio dell’avvocato STEFANIA REHO, rappresentata e

difesa dall’avvocato MASSIMO PISTILLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 9614/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 07/09/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 25/05/2017 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che il Tribunale di Viterbo, in accoglimento parziale della domanda di A.T., docente alle dipendenze del Miur in virtù di cinque successivi contratti di lavoro a tempo determinato a partire dal 4 settembre 2002 e fino al 30 giugno 2007, dichiarava l’illegittimità dei contratti a termine stipulati in successione tra la ricorrente e il MIUR dopo il 24 ottobre 2001 e condannava il Ministero al risarcimento dei danni, quantificato in misura pari a 5,5 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, facendo applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 8 e tenendo conto della durata complessiva dei rapporti a termine stipulati dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 368 del 2001;

che la Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 9614/2012 depositata il 7 settembre 2013, pronunciando sull’appello principale proposto dalla A. nei confronti del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), e sull’appello incidentale proposto dal MIUR nei confronti della predetto, entrambi avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Viterbo, in parziale accoglimento dell’appello principale, respinto l’incidentale, ed in parziale riforma della impugnata sentenza – che confermava nel resto condannava il MIUR al pagamento di venti mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto percepita, oltre interessi e rivalutazione, con la decorrenza fissata dalla sentenza impugnata;

che si riteneva formato il giudicato sul diniego di conversione del rapporto e che, per il resto, precisato che i contratti a termine del settore scolastico, tanto per il personale docente quanto per quello amministrativo, tecnico ed ausiliario, non erano disciplinati dal D.Lgs. n. 368 del 2001, ma dalle norme speciali contenute nel D.Lgs. n. 297 del 1994 e nella L. n. 124 del 1999, veniva rilevato che la speciale disciplina fosse in contrasto con la direttiva 1999/70/CE, affermandosi che nella fattispecie dedotta in giudizio – riguardante cinque contratti di supplenza annuale ai sensi della L. n. 194 del 1999, art. 4, comma 1 (in tal senso la qualificazione della Corte del merito che parla di esigenza dell’amministrazione stabile e di riconducibilità della fattispecie alla L. n. 194 del 1999, art. 4) – il ricorso alla supplenza annuale era stato finalizzato a soddisfare un’esigenza dell’amministrazione non meramente temporanea ma destinata alla copertura di posti in organico vacanti, senza che il Ministero avesse provato e prima ancora allegato di avere provveduto ad espletare con la cadenza richiesta dal TU le procedure concorsuali;

che, della indicata decisione ha domandato la cassazione il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, affidando l’impugnazione ad unico motivo, cui ha opposto difese, con controricorso, la A.;

che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in Camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata;

2. che, con il primo motivo, viene dal Ministero dedotta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 386, art. 1 e della L. 3 maggio 1999, n. 124, art. 4, nonchè del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 5, comma 4 bis, anche in combinato disposto con il D.M. Pubblica Istruzione 13 giugno 2007, art. 1, nonchè della Direttiva 99/70 CE, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, assumendosi che: – la normativa comunitaria di riferimento è costituita dalla suddetta direttiva 1999/70/CE e dall’Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato – ai quali ha dato attuazione nell’ordinamento nazionale il D.Lgs. n. 368 del 2001 – che individuano le ipotesi in cui è ammesso il ricorso ai contratti a termine e che dall’esame della richiamata disciplina comunitaria si evince una favorevole considerazione nei confronti dei contratti a tempo determinato, in ragione della garanzia di flessibilità che forniscono, che è considerata un valore da tutelare, purchè la conclusione dei rapporti avvenga nel rispetto delle condizioni che ne limitano la praticabilità; L’Accordo quadro intende rafforzare la protezione dei lavoratori a tempo determinato, per tutelarli da discriminazioni rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato e da abusi nell’utilizzazione di contratti a termine, ma pur sempre tenendo conto delle peculiarità che, in concreto, possono connotare un determinato ambito nazionale, ovvero determinati settori pubblici o privati; – il comparto scuola, per la specificità del settore, esula dall’ambito di applicazione dell’Accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE, e della disciplina di carattere generale del contratto a tempo determinato contenuta nel D.Lgs. n. 368 del 2001, essendo ciò confermato dal D.L. n. 70 del 2011, art. 9, comma 18, convertito dalla L. n. 106 del 2011, che ha escluso in modo espresso il rapporto di lavoro nella scuola dall’applicazione della disciplina dei contratti a termine; – il legislatore, per garantire il diritto costituzionale all’educazione, all’istruzione e allo studio, con la L. n. 124 del 1999, art. 4, ha disciplinato le supplenze per le scuole statali, sia a copertura di posti vacanti, sia a copertura di posti non vacanti, rimettendo alla normativa secondaria la disciplina di dettaglio dei contratti a tempo determinato; – La reiterazione dei contratti a termine nella scuola, sia per le supplenze annuali di cui alla L. n. 124 del 1999, art. 4, comma 1, sia per le supplenze temporanee di cui ai commi 2 e 3 dell’art. 4 della medesima legge, è compatibile con la direttiva 1999/70/CE in quanto sorretta da ragioni obiettive che la giustificano;

3. che il Collegio ritiene il ricorso manifestamente fondato, dovendo confermarsi quanto già statuito da questa Corte in ordine alla legittimità della reiterazioni di più contratti di supplenza annuale ai sensi della L. n. 124 del 1999, art. 4, comma 2, attesa la compatibilità di tale reiterazione con la normativa comunitaria;

3.1 che, invero, premesso che, come sottolineato dalla Corte Costituzionale nelle sentenze nn. 279/2012 e 200/2009 (in materia di revisione dell’organico del personale ATA), il comparto scolastico presenta profili di complessità, di flessibilità e di necessaria integrazione tra ragioni di unità ed uniformità nazionale ed esigenze locali, – profili che concernono la razionalizzazione e l’accorpamento delle classi di concorso (al fine di garantire una maggiore flessibilità nell’impiego di docenti), la ridefinizione dei “curricoli vigenti nei diversi ordini di scuola” (attraverso la razionalizzazione dei piani di studio e degli orari), la revisione dei criteri di formazione delle classi (al fine di adeguare il rapporto alunni/docente agli standards europei); la rimodulazione dell’organizzazione didattica delle scuole primarie, la revisione di criteri e parametri per la determinazione complessiva degli organici; la ridefinizione dell’assetto organizzativo-didattico dei centri di formazione per gli adulti – la Corte di Giustizia nella sentenza Mascolo ha affermato (par. 91-95) che la sostituzione temporanea di un altro dipendente al fine di soddisfare esigenze provvisorie del datore di lavoro in termini di personale, al pari della necessità per lo Stato di organizzare il servizio scolastico in modo da garantire un adeguamento costante tra numero di docenti e numero degli scolari, in relazione a non preventivabili flussi migratori interni ed esterni ed alle scelte di indirizzi scolastici da parte degli scolari, possono, in linea di principio, costituire una “ragione obiettiva”, ai sensi della clausola 5, punto 1, lettera a), dell’Accordo quadro per il ricorso ad una successione di contratti di lavoro a tempo determinato al fine di rispondere adeguatamente alla domanda scolastica ed evitare allo Stato, datore di lavoro, di immettere in ruolo un numero di docenti significativamente superiore a quello effettivamente necessario. Ha riconosciuto anche (par. 96) che quando uno Stato membro riservi nelle scuole dal medesimo gestite, l’accesso ai posti permanenti al personale vincitore di tali concorsi, tramite l’immissione in ruolo, può altresì oggettivamente giustificarsi che, in attesa dell’espletamento di detti concorsi, i posti da occupare siano coperti con una successione di contratti a tempo determinato;

che a ciò consegue, pertanto, che non può configurarsi, in relazione ai posti individuati per le supplenze su “organico di fatto” e per le supplenze temporanee, l’abuso, contrario alla Direttiva 1999/70/CE, salvo che non sia allegato e provato da parte del lavoratore che, nella concreta attribuzione delle supplenze della tipologia in esame, vi sia stato un uso improprio o distorto del potere di organizzazione del servizio scolastico, delegato dal legislatore al Ministero, e quindi prospettandosi non già la sola reiterazione ma le condizioni concrete della medesima (quali il susseguirsi delle assegnazioni presso lo stesso Istituto e con riguardo alla stessa cattedra) (cfr., in tali termini Cass. 22557/2016);

che il caso considerato, diversamente dalla qualificazione definitoria fattane dalla Corte di appello, ricade nell’ipotesi si supplenze su organico di fatto, trattandosi di cinque contratti – di cui i primi quattro presso lo stesso istituto scolastico – stipulati ciascuno fino al mese di giugno;

3.2. che, sul piano delle ricadute economiche, non essendo in sè configurabile alcun abuso ai sensi dell’Accordo Quadro allegato alla Direttiva, non è configurabile alcun danno, fermo restando il diritto del lavoratore di allegare e provare il ricorso improprio o distorto a siffatta tipologia di supplenze, prospettando non già la sola reiterazione ma le sintomatiche condizioni concrete della medesima, fonte di danno risarcibile (cfr. Cass. 22557/2016 cit., punto 125, H);

4. che, pertanto, in dissenso con la proposta del relatore, il ricorso deve essere accolto e la decisione impugnata va cassata, con rinvio anche per le spese del presente giudizio, alla Corte di appello designata affinchè proceda all’accertamento di eventuale abuso discendete dall’uso distorto del potere di ricorso a tale tipo di supplenza, considerato che la stessa si era verificata, per i primi quattro contratti, presso lo stesso istituto scolastico.

PQM

 

accoglie il ricorso, cassa la decisione impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Roma in diversa composizione.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 25 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 23 giugno 2017

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