Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15718 del 04/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 04/06/2021, (ud. 24/02/2021, dep. 04/06/2021), n.15718

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. COSENTINO Antonello – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE AnnaMaria – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31477-2019 proposto da:

R.A., rappresentato e difeso dall’Avvocato FOLCIO DANILO per

procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

ZURICH INSURANCE P.L.C., rappresentata e difesa dall’Avvocato

CATTANEO DANIELE per procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

nonchè

B.G., S.W., AXA ASSICURAZIONI S.P.A. e

FALLIMENTO (OMISSIS) S.R.L.;

– intimati –

avverso la SENTENZA n. 2514/2019 DELLA CORTE D’APPELLO DI MILANO,

depositata il 10/6/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/2/2021 dal Consigliere GIUSEPPE DONGIACOMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il tribunale, per quanto ancora rileva, ha condannato Angelo Ratti, in qualità di progettista e direttore dei lavori, al risarcimento dei danni, in solido con la (OMISSIS) s.r.l., società committente e venditrice, e con S.W., titolare dell’impresa appaltatrice, in favore dell’attore Barzaghi Giovanni, per i vizi e i difetti che a norma dell’art. 1669 c.c. erano stati riscontrati sull’immobile acquistato da quest’ultimo con atto del 15/1/2008.

Il tribunale, inoltre, per ciò che riguarda i rapporti interni, ha ritenuto che R.A. e S.W. fossero responsabili, in via concorrente e paritaria, a norma dell’art. 2055 c.c., per i vizi e i difetti dell’immobile e li ha, quindi, condannati, in solido ed in parti uguali, a tenere indenne la (OMISSIS) s.r.l. (di cui escludeva qualsivoglia responsabilità) di quanto la stessa era tenuta a pagare all’attore in conseguenza della predetta condanna.

Il tribunale, infine, ha rigettato la domanda di manleva dallo stesso proposto nei confronti della Zurich Insurance p.l.c. sul rilievo che la polizza stipulata con la compagnia assicuratrice copriva solo i vizi che determinavano la rovina totale o parziale del bene garantito ovvero idonei a compromettere in maniera certa e attuale la stabilità dell’opera, vizi non presenti tra quelli che interessavano l’immobile acquistato dal B..

Il R. ha proposto appello insistendo per il rigetto delle domande proposte da B.G. nei suoi confronti e, di conseguenza, per il rigetto della domanda di manleva proposta dalla (OMISSIS) s.r.l., essendo tale società e il S. gli unici responsabili dei danni lamentati dal B., ed, in via subordinata, di limitare la sua responsabilità ai soli vizi accertati, insistendo, in ogni caso, per condannare la Zurich Insurance a manlevarlo di quanto tenuto a rimborsare all’attore.

La corte d’appello, con la sentenza in epigrafe, ha rigettato l’appello del R., confermando la sentenza del tribunale.

La corte, in particolare, dopo aver ritenuto che l’impugnazione del R. fosse inammissibile lì dove aveva inteso censurare la condanna al risarcimento dei danni pronunciata a suo carico in favore di B.G., sul rilievo che tale condanna, “già oggetto dell’ordinanza emessa ai sensi dell’art. 186-quater c.p.c.”, aveva “acquistato …, sui punti decisi, l’efficacia del giudicato, non avendo le parti intimate… manifestato entro trenta giorni dalla sua pronuncia la volontà che in merito a quelle stesse questioni il Tribunale si pronunciasse con sentenza (art. 186-quater c.p.c., u.c.)”, ha ritenuto che, per il resto, le censure svolte dall’appellante, pur ammissibili, erano, tuttavia, infondate.

La corte, in particolare, dopo aver evidenziato, al pari del tribunale, che i vizi accertati in sede di indagine peritale, e cioè la risalita dell’umidità, l’errata posa di alcuni pavimenti e l’errata esecuzione degli intonaci conseguente all’utilizzo di materiali inidonei, non sono idonei, pur se ritenuti gravi, a compromettere in maniera certa ed attuale la stabilità dell’edificio (v. la sentenza, p. 8 e p. 12), ha esaminato il motivo con il quale l’appellante aveva censurato la sentenza di primo grado lì dove l’aveva ritenuto responsabile dei vizi accertati sull’immobile in via paritaria con S.W., che aveva curato l’esecuzione dei lavori, deducendo che il direttore dei lavori non ha il dovere di assicurare una presenza continua e giornaliera sul cantiere nè di compiere operazioni di natura elementare atte a scongiurare i vizi: e l’ha ritenuto infondato.

La corte, sul punto, ha rilevato che, a fronte dei numerosi vizi accertati, tutti evitabili con un’attenta opera di vigilanza, come evidenziato nella consulenza tecnica d’ufficio, non specificamente contestata, sarebbe stato onere del R. non solo di indicare di aver adempiuto all’obbligazione di vigilanza gravante su di lui quale direttore dei lavori, ma anche di aver rappresentato i vizi alle altre parti, di averne preteso il rimedio da parte dell’appaltatrice e controllato che la stessa avesse provveduto ad intervenire nel rispetto delle regole di buona tecnica: ma tale prova, ha osservato la corte, non è stata fornita.

Quanto, infine, al rigetto della domanda di manleva proposta dal R. nei confronti della sua assicuratrice, e cioè la Zurich Insurance p.l.c., la corte ha evidenziato come l’appellante avesse censurato la sentenza impugnata lì dove aveva escluso l’operatività della polizza, sul rilievo che, al contrario di quanto sostenuto dal primo giudice, le condizioni generali di polizza prevedevano la copertura assicurativa anche per le spese imputabili all’assicurato per neutralizzare o limitare le conseguenze di un grave difetto che incidesse sulla stabilità dell’opera.

La corte, sul punto, condividendo il giudizio espresso dal tribunale, ha rilevato che l’oggetto dell’assicurazione è previsto dalla sezione B delle condizioni generali, la quale ha testualmente previsto che la compagnia assicurativa è obbligata a tenere indenne l’assicurato “di quanto questi sia tenuto a pagare, quale civilmente responsabile ai sensi di legge, a titolo di risarcimento dei danni involontariamente cagionati … al Committente… per danni alle opere progettate e/o dirette provocati esclusivamente da rovina totale o parziale delle opere stesse nell’espletamento delle attività di progettazione e direzione dei lavori” e che la rovina totale o parziale dell’opera si deve ravvisare, rispettivamente, nella “disintegrazione delle strutture essenziali di un’opera” ovvero nel “distacco di singoli elementi costruttivi stabilmente incorporati nell’opera”. Nel caso in esame, invece, ha osservato la corte, nessuno dei vizi accertati in causa, come finisce per riconoscere lo stesso appellante, seppure ritenuti gravi, tanto da essere ricondotti dal primo giudice alla previsione dell’art. 1669 c.c., presenta le peculiari connotazioni stabilite dalle predette pattuizioni contrattuali e sono stati, pertanto, correttamente esclusi dalla garanzia assicurativa.

E neppure, ha aggiunto la corte, può valere il richiamo alle condizioni generali, lì dove è stabilito che la copertura assicurativa vale anche per “le spese imputabili all’Assicurato per neutralizzare o limitare le conseguenza di un grave difetto che incide sulla stabilità dell’opera”, posto che tale previsione non ha inteso introdurre nella polizza il concetto di “grave difetto” mutuandone il significato dall’art. 1669 c.c. ma solo specificare che un grave difetto risulta indennizzabile “solo se ed in quanto idoneo ad incidere sulla stabilità dell’opera”, La clausola, peraltro, si concilia perfettamente, “ripetendone, in altra forma, i contenuti”, con la pattuizione che ha definito l’oggetto del contratto limitando la relativa copertura ai soli danni prodotti dalla rovina totale o parziale dell’edificio precisando che rientrano nei costi coperti dalla polizza anche quelli necessari per scongiurare vizi dai quali possa derivare un pericolo di crollo.

R.A., con ricorso notificato il 18/10/2019, ha chiesto, per due motivi, la cassazione della sentenza, dichiaratamente notificata il 22/7/2019.

Zurich Insurance p.l.c. ha resistito con controricorso e depositato memoria.

Ba.Gi., S.W., la Axa Assicurazioni s.p.a. ed il Fallimento (OMISSIS) s.r.l. sono rimasti intimati.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione degli artt. 1669 e 2236 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che, a fronte dei numerosi vizi accertati, tutti evitabili con un’attenta opera di vigilanza, sarebbe stato onere dell’appellante non solo di indicare di aver adempiuto all’obbligazione di vigilanza gravante su di lui quale direttore dei lavori ma anche di aver rappresentato i vizi alle altre parti, di averne preteso il rimedio da parte dell’appaltatrice e controllato che la stessa avesse provveduto ad intervenire nel rispetto delle regole di buona tecnica, senza, tuttavia, considerare che, in realtà, il direttore dei lavori nominato, come nella specie, dal committente deve limitarsi a vigilare la conformità delle opere ad un progetto al quale, però, rimane estraneo, e non può, quindi, ove abbia esercitato tale compito, essere ritenuto responsabile dei danni derivanti, come caso in esame, al committente dalla difettosa esecuzione dell’opera per i vizi, le carenze o le inesattezze del progetto. Il R., peraltro, ha aggiunto il ricorrente, lì dove ha ordinato all’impresa esecutrice di realizzare nuovamente le opere di impermeabilizzazione delle fondazioni e delle murature interrate, in quanto inidonee allo scopo, ha fornito in tal modo prova inconfutabile di aver vigilato nella direzione dei lavori.

2. Il motivo è infondato. Il ricorrente, intanto, non si confronta realmente con la sentenza che ha impugnato: la quale, invero, lungi dall’affermare che il R. fosse responsabile dei danni conseguenti ai difetti e alle carenze del progetto, ha, più semplicemente, ritenuto che, a fronte dei numerosi vizi dell’immobile accertati nel corso del giudizio e della loro evitabilità attraverso un’attenta opera di vigilanza, l’appellante (convenuto, peraltro, in giudizio nella dichiarata ed incontestata qualità di “progettista e direttore dei lavori”) fosse responsabile dei danni arrecati dagli stessi, in solido con l’appaltatore, per non aver adempiuto all’onere di fornire la prova di aver dato esecuzione all’obbligazione di vigilanza gravante su di lui nella predetta qualità, ed, in particolare, di aver rappresentato l’esistenza dei vizi alle altre parti, di averne preteso il rimedio da parte dell’appaltatrice e di aver controllato che la stessa intervenisse nel rispetto delle regole di buona tecnica.

2.2. D’altra parte, una volta accertati i vizi delle opere dirette e l’omesso controllo sulla relativa esecuzione da parte del direttore dei lavori, quest’ultimo è senz’altro responsabile nei confronti del committente per i conseguenti danni. Il direttore dei lavori, in effetti, presta, per conto del committente, un’opera professionale in esecuzione di un’obbligazione di mezzi e non di risultati ma, essendo chiamato a svolgere la propria attività in situazioni involgenti l’impiego di peculiari competenze tecniche, deve utilizzare le proprie risorse intellettive ed operative per assicurare, relativamente all’opera in corso di realizzazione, il risultato che il committente-preponente si aspetta di conseguire, onde il suo comportamento deve essere valutato non con riferimento al normale concetto di diligenza, ma alla stregua della diligentia quam in concreto, rientrando pertanto nelle obbligazioni del direttore dei lavori l’accertamento della conformità sia della progressiva realizzazione dell’opera al progetto, sia delle modalità dell’esecuzione di essa al capitolato e/o alle regole della tecnica, nonchè l’adozione di tutti i necessari accorgimenti tecnici volti a garantire la realizzazione dell’opera senza difetti costruttivi. Pertanto, non si sottrae a responsabilità il professionista che ometta di vigilare e di impartire le opportune disposizioni al riguardo, nonchè di controllarne l’ottemperanza da parte dell’appaltatore e di riferirne al committente: in particolare, l’attività del direttore dei lavori per conto del committente si concreta nell’alta sorveglianza delle opere, che, pur non richiedendo la presenza continua e giornaliera sul cantiere nè il compimento di operazioni di natura elementare, comporta il controllo della realizzazione dell’opera nelle sua varie fasi e pertanto l’obbligo del professionista di verificare, attraverso periodiche visite e contatti diretti con gli organi tecnici dell’impresa, da attuarsi in relazione a ciascuna di tali fasi, se sono state osservate le regole dell’arte e la corrispondenza dei materiali impiegati (Cass. n. 10728 del 2008; Cass. n. 2913 del 2020). Il direttore dei lavori, quindi, per le sue peculiari capacità tecniche, assume, nei confronti del committente, precisi doveri di vigilanza, correlati alla particolare diligenza richiestagli, gravando su di lui l’obbligazione di accertare la conformità sia della progressiva realizzazione dell’opera appaltata al progetto sia delle modalità dell’esecuzione di essa al capitolato e/o alle regole della tecnica nonchè l’adozione di tutti i necessari accorgimenti tecnici volti a garantire la realizzazione dell’opera senza difetti costruttivi: non è, pertanto, esclusa la sua responsabilità nel caso, come quello in esame, in cui sia stato accertato, in fatto, che il direttore dei lavori aveva omesso di vigilare e di impartire le opportune disposizioni al riguardo nonchè di controllarne l’ottemperanza da parte dell’appaltatore e, in difetto, di riferirne al committente (Cass. n. 8700 del 2016).

2.3. D’altra parte, nel contratto di appalto, il vincolo di

responsabilità solidale fra l’appaltatore ed il progettista e direttore dei lavori, i cui rispettivi inadempimenti abbiano concorso (come nel caso in esame neppure risulta contestato) in modo efficiente a produrre il danno risentito dal committente, trova fondamento nel principio di cui all’art. 2055 c.c., il quale, anche se dettato in tema di responsabilità extracontrattuale, si estende all’ipotesi in cui taluno degli autori del danno debba rispondere a titolo di responsabilità contrattuale (Cass. n. 18289 del 2020; Cass. n. 14650 del 2012; conf. Cass. n. 29218 del 2017). L’ipotesi di responsabilità regolata dall’art. 1669 c.c. in tema di rovina e difetti di immobili ha, in effetti, natura extracontrattuale e, conseguentemente, nella stessa possono incorrere, a titolo di concorso con l’appaltatore che abbia costruito un fabbricato minato da gravi difetti di costruzione, tutti quei soggetti che, prestando a vario titolo la loro opera nella realizzazione dell’opera, abbiano contribuito, per colpa professionale (segnatamente il progettista e/o il direttore dei lavori), alla determinazione dell’evento dannoso, costituito dall’insorgenza dei vizi in questione (Cass. n. 17874 del 2013).

2.4. Quanto al resto, la Corte non può che rilevare come il ricorrente, pur invocando la violazione di norme di legge (sostanziale), abbia finito, in sostanza, per sollecitare un inammissibile riesame del materiale istruttorio acquisito nel corso del giudizio. La valutazione delle prove raccolte, però, costituisce un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.). Rimane, pertanto, estranea ai vizi deducibili con ricorso per cassazione, compreso quello previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5, qualsiasi censura volta a criticare il “convincimento” che il giudice si è formato, a norma dell’art. 116 c.p.c., commi 1 e 2, in esito all’esame del materiale probatorio mediante la valutazione della maggiore o minore attendibilità delle fonti di prova. Com’è noto, il compito di questa Corte non è quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata nè quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dai giudici di merito (Cass. n. 3267 del 2008), ma solo quella di verificare, a seguito di specifica censura sul punto (nella specie, tuttavia, mancante) ad opera di chi ne abbia l’interesse, se costoro abbiano provveduto alla ricognizione della fattispecie

concreta dando legittimamente conto delle relative ragioni e se, in definitiva, l’accertamento così compiuto, qual è reso manifesto dal provvedimento impugnato, non sia viziato per “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, per “motivazione apparente”, per “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” o per “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione, ovvero se abbiano del tutto omesso l’esame di un fatto storico, principale o secondario, che risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, ed abbia carattere decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato con certezza una differente ricognizione della fattispecie.

3. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione dell’art. 1669 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, interpretando la clausola contrattuale relativa alle fattispecie di rovina e difetti di beni immobili, ha ritenuto che nessuno dei vizi accertati in causa, seppure ritenuti gravi, tanto da essere sussunti dal primo giudice nella previsione dell’art. 1669 c.c., presentava le peculiari connotazioni stabilite dalle pattuizioni contenute nella polizza di assicurazioni e che erano, quindi, esclusi dalla relativa copertura, senza, tuttavia, considerare che, come si evince dall’esame della polizza, la copertura assicurativa opera espressamente anche per le spese imputabili all’assicurato per neutralizzare o limitare le conseguenze di un “grave difetto” che incida sulla stabilità dell’opera, e che tale concetto, dovendo essere interpretato nella sua accezione più ampia, non comprende solo la rovina dell’opera ma anche le alterazioni che, come quelle in esame, interessino solo su una parte dell’opera ma tali da incidere direttamente sulla struttura riducendone la funzionalità.

4.1. Il motivo è infondato. L’interpretazione del contratto costituisce, in effetti, un tipico accertamento in fatto, riservato come tale al giudice di merito e sindacabile in cassazione solo per violazione delle norme che ne regolano l’ermeneutica ai sensi degli artt. 1362 c.c. e ss. ovvero per omesso esame di un fatto a tal fine decisivo. Il ricorrente che intenda utilmente censurare in sede di legittimità il significato attribuito dal giudice di merito ad un contratto, ha, dunque, l’onere (rimasto, nel caso di specie, inadempiuto) di invocare il vizio consistito o nell’omesso esame di fatti decisivi, indicandone la loro specifica deduzione in giudizio, ovvero nella violazione dei criteri di ermeneutica contrattuale previsti dagli artt. 1362 c.c. e ss., indicando altresì, a pena d’inammissibilità, le considerazioni del giudice in contrasto con i criteri ermeneutici (cfr. Cass. n. 16057 del 2016; Cass. n. 6226 del 2014; Cass. n. 11343 del 2003; più di recente, Cass. n. 12574 del 2019).

4.1. Nel caso di specie, come detto, tale onere non è stato adempiuto. Il ricorrente, infatti, pur dolendosi dell’interpretazione che la corte d’appello ha fornito della polizza, non ha indicato nè i criteri ermeneutici che sarebbero stati violati, nell’espletamento di tale accertamento, dalla corte territoriale e il modo in cui la stessa se ne sarebbe discostata, nè i fatti, dedotti in giudizio, che la stessa avrebbe del tutto omesso di esaminare pur se decisivi.

4.2. D’altra parte, risponde ad un orientamento consolidato il principio per cui, in sede di interpretazione del contratto, ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti, il primo e principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate (Cass. n. 7927 del 2017, in motiv.): solo nel caso in cui il dato letterale della norma possa risultare ambiguo, può farsi ricorso agli altri canoni strettamente interpretativi, stabiliti dagli artt. 1362-1365 c.c., ed, in caso d’insufficienza, a quelli interpretativi integrativi, previsti dagli artt. 1366-1371 c.c. (Cass. n. 27256 del 2018). Si è, peraltro, precisato al riguardo che il rilievo da assegnare alla formulazione letterale dev’essere verificato alla luce dell’intero contesto contrattuale. Il giudice, infatti, non può arrestarsi ad una considerazione atomistica delle singole clausole, neppure quando la loro interpretazione possa essere compiuta, senza incertezze, sulla base del “senso letterale delle parole”, giacchè per senso letterale delle parole va intesa tutta la formulazione letterale della dichiarazione negoziale, in ogni sua parte ed in ogni parola che la compone, e non già in una parte soltanto (Cass. n. 7927 del 2017, in motiv.; Cass. 23701 del 2016, in motiv.). Il giudice, quindi, deve raffrontare e coordinare tra loro le varie espressioni che figurano nella dichiarazione negoziale, riconducendole ad armonica unità e concordanza (Cass. n. 2267 del 2018; Cass. n. 8876 del 2006).

4.3. Così stando le cose, risulta, allora, evidente come

nessun addebito possa muoversi alla sentenza impugnata se essa, limitando le proprie riflessioni ermeneutiche alla lettera del testo contrattuale sottoposto al suo giudizio ma al tempo stesso confrontando le diverse clausole che lo compongono, abbia, alla fine, ritenuto che i vizi accertati nel corso del giudizio, pur se ritenuti gravi al punto di essere stati sussunti dal primo giudice nella previsione dell’art. 1669 c.c., non erano riconducibili alle previsioni contrattuali in tema di copertura assicurativa.

4.4. In effetti, a fronte della ritenuta chiarezza del testo contrattuale, per il quale la compagnia era obbligata a tenere indenne l’assicurato “… per danni alle opere progettate e/o dirette provocati” ma solo se derivanti “da rovina totale o parziale delle opere stesse”, da ravvisare, rispettivamente, nella “disintegrazione delle strutture essenziali di un’opera” ovvero nel “distacco di singoli elementi costruttivi stabilmente incorporati nell’opera”, l’interpretazione che di tali clausole ha fornito il giudice di merito risulta (esatta o meno che sia) senz’altro conforme alle norme che presiedono all’interpretazione degli atti negoziali, come sopra esposte, e non è, quindi, censurabile per violazione di legge, al pari, evidentemente, dell’altra che ha stabilito che la copertura assicurativa vale anche per “le spese imputabili all’Assicurato per neutralizzare o limitare le conseguenza di un grave difetto che incide sulla stabilità dell’opera”, sull’espresso rilievo in fatto che tale previsione ha inteso non già introdurre nella polizza il concetto di “grave difetto” mutuandone il significato dall’art. 1669 c.c. ma solo specificare che un grave difetto risulta indennizzabile “solo se ed in quanto idoneo ad incidere sulla stabilità dell’opera”, e che, in tal modo, essa si concilia perfettamente, “ripetendone, in altra forma, i contenuti”, con la pattuizione che ha definito l’oggetto del contratto limitando la relativa copertura ai soli danni prodotti dalla rovina totale o parziale dell’edificio ed ai costi necessari per scongiurare vizi dai quali possa derivare un pericolo di crollo: vale a dire vizi diversi da quelli riscontrati nel caso in esame (e cioè la risalita dell’umidità, l’errata posa di alcuni pavimenti e l’errata esecuzione degli intonaci conseguente all’utilizzo di materiali inidonei) che la corte, con accertamento in fatto rimasto incensurato, ha ritenuto, pur se gravi, non idonei a compromettere in maniera certa ed attuale la stabilità dell’edificio (cfr. sul punto, Cass. n. 33422 del 2019, in motiv., lì dove questa Corte, in una vicenda del tutto simile, aveva già evidenziato che “… non sussiste affatto la denunciata contraddizione tra la qualificazione giuridica della fattispecie in termini di grave difetto a norma dell’art. 1669 c.c. e l’esclusione della garanzia assicurativa rispetto alla stessa: se solo si considera che la corte d’appello, da un lato, ha (correttamente o meno non importa) ritenuto che costituiscono gravi difetti ai fini della norma indicata anche le infiltrazioni d’acqua causate da difetti di impermeabilizzazione, e, dall’altro lato, (implicitamente ma inequivocamente) affermato che non tutti i gravi difetti sono coperti dalla polizza la quale, infatti, in caso di errore di progettazione e di direzione dei lavori, limita la copertura “alle spese imputabili all’assicurato per neutralizzare o limitare le conseguenze di un grave difetto che incide sulla stabilità dell’opera”: laddove, nella specie, la corte, con accertamento in fatto rimasto incensurato, ha escluso che il sinistro in esame avesse compromesso la stabilità del fabbricato”).

4.5. D’altra parte, “per sottrarsi al sindacato di legittimità, l’interpretazione data dal giudice di merito ad un contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicchè, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra” (Cass. 27136 del 2017; Cass. n. 6125 del 2014).

5. Il ricorso dev’essere, quindi, rigettato.

6. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

7. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte così provvede: rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare alla società controricorrente le spese di lite, che liquida in Euro 7.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali nella misura del 15%; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sesta Sezione Civile – 2, il 24 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2021

 

 

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