Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15698 del 23/06/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 23/06/2017, (ud. 24/05/2017, dep.23/06/2017),  n. 15698

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCININNI Carlo – Presidente –

Dott. CHINDEMI Domenico – Consigliere –

Dott. DE MASI Oronzo – rel. Consigliere –

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 643/2015 proposto da:

COMUNE DI MONTECICCARDO, elettivamente domiciliato in ROMA VIA F.

DENZA 15, presso lo studio dell’avvocato ANIELLO IZZO, rappresentato

e difeso dall’avvocato SILVIA OMICCIOLI;

– ricorrente –

contro

RESIDENCE HELENE SRL, elettivamente domiciliato, in ROMA VIA

GERMANICO 109, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNA SEBASTIO,

rappresentato, e difeso, dall’avvocato DANIELA GATTONI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 154/2014 della COMM. TRIB. REG. di ANCONA,

depositata il 12/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/05/2017 dal Consigliere Dott. ORONZO DE MASI.

Fatto

RITENUTO

che la Residence Helene s.r.l. appellava, nei confronti del Comune di Monteciccardo, la sentenza della CTP di Pesaro con cui era stato respinto il ricorso proposto avverso il diniego di rimborso dell’imposta comunale sugli immobili (ICI) versata per gli anni dal 1999 al 2010 (rectius 2011), relativamente ad un terreno ritenuto edificabile, in quanto inserito nel PRG, in zona C2, e la CTR delle Marche, con sentenza n. 154/1/14, depositata il 12/5/2014, riformava la decisione di primo grado rilevando che all’azione di ripetizione di indebito oggettivo proposta dalla contribuente, in quanto disciplinata dall’art. 2033 c.c., è applicabile il termine di prescrizione ordinaria decennale, ai sensi dell’art. 2935 c.c., decorrente dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, e quindi solo da quando il Comune aveva esplicitato, attraverso il parere espresso dalla Commissione edilizia in data 5/6/2008, l’esistenza di vincoli (P.P.A.R. e P.A.I.) di crinale e di frana sulla proprietà in questione, comportanti la inedificabilità del suolo, nonchè evidenziando la fondatezza nel merito della domanda, in quanto “il valore venale di mercato di un terreno deve corrispondere alla “effettiva” edificabilità dello stesso” e non è quello accertato dal Comune, trasfuso nell’atto impositivo, ed ancora, che “detto valore non è supportato da elementi giustificativi tranquillanti ed anzi risulta carente di obiettivi criteri valutativi tendenti a verificare la ridotta capacità edificatoria stante l’esistenza dei vincoli di frana e di crinale”, mentre il trasferimento di cubatura su altro terreno del comparto, costituendo ipotesi del tutto aleatoria, non può assumere rilievo ai fini della decisione, trovando ciò conferma in altra propria decisione (n. 24/1/12), favorevole alle tesi della contribuente, avente ad oggetto l’impugnazione dell’avviso di accertamento per l’annualità ICI del 2005;

che avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Comune con quattro motivi, illustrati con memoria, cui resiste l’intimata società con controricorso e memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che con il primo motivo il ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, artt. 112 e 345 c.p.c., giacchè la CTR non ha considerato che la contribuente aveva impugnato il diniego di rimborso relativamente all’ICI per gli anni dal 1999 al 2010 mentre con l’atto di appello la società ha esteso la controversia all’annualità 2011, introducendo, come inutilmente eccepito nelle difese svolte dal Comune, una domanda nuova;

che con il secondo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 13, artt. 2033 e 2935 c.c., D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 124, giacchè la CTR non ha considerato che il termine triennale per chiedere il rimborso, decorrente dal giorno del pagamento o dell’accertamento del diritto, applicabile al rapporto era irrimediabilmente prescritto relativamente ai versamenti effettuati sino al 31/12/2006, non trovando applicazione le norme del codice civile e non corrispondendo al vero che il diritto fosse azionabile soltanto a far data dal parere espresso dalla Commissione edilizia del Comune, riguardante non già l’esistenza di vincoli di frana e di crinale sull’area, comunque edificabile, ma la progettazione presentata dalla contribuente, la quale non teneva conto dei predetti vincoli;

che con il terzo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, artt. 2 e 5, giacchè la CTR non ha considerato che l’atto regolamentare adottato dall’ente impositore è assimilabile agli studi di settore, nel senso che i valori ivi determinati ai fini dell’ICI rappresentano presunzioni desunte da dati di comune esperienza, cosicchè il contribuente, ove intenda contrastarne la congruità, ha l’onere di fornire la prova di quanto dedotto, cosa che la società contribuente non ha fatto, essendo inoltre erroneo trascurare la rilevanza economica dell’utilizzabilità a scopo edificatorio dell’area inserita all’interno del comparto perequativo;

che con il quarto motivo di doglianza deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza impugnata, per error in procedendo, nella parte in cui la CTR ha riconosciuto la rivalutazione monetaria nonostante la relativa domanda (“… oltre interessi e rivalutazione monetaria… “) della contribuente fosse stata formulata in modo del tutto generico, avuto riguardo agli oneri di allegazione e di prova, per cui era da dichiarare inammissibile;

che la censura svolta nel primo motivo di ricorso va disattesa perchè infondata in quanto, secondo un ormai consolidato principio giurisprudenziale, “Il giudice del merito, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non è tenuto ad uniformarsi al tenore meramente letterale degli atti nei quali esse sono contenute, ma deve, per converso, avere riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante, mentre incorre nel vizio di omesso esame ove limiti la sua pronuncia alla sola prospettazione letterale della pretesa, trascurando la ricerca dell’effettivo suo contenuto sostanziale”, che non può prescindere dalla disamina congiunta della causa petendi e del petitum (Cass. n. 118/2016; n. 7237/2017);

che, nella specie, il dibattito processuale tra le parti ha interessato, sia in primo che in secondo grado, il preteso credito restitutorio quantificato in Euro 69.610,59, come da prospetto riepilogativo ricomprendente tutti gli importi pretesamente pagati in eccesso e, dunque, anche l’importo relativo all’annualità 2011, comunque chiesto in ripetizione, come pure si ricava dalla sentenza (pag. 9) della CTR che fa menzione anche dell’annualità in questione;

che il terzo motivo di ricorso, da esaminare prioritariamente, è fondato e merita di essere accolto;

che, invero, la decisione della CTR si appalesa censurabile perchè ha escluso qualsivoglia rilievo alla possibilità di sfruttare economicamente l’edificazione potenziale attraverso il trasferimento del relativo diritto in area suscettibile di trasformazione, sicchè la valutazione del cespite operata dal giudicante si fonda essenzialmente sulla genericamente affermata non congruità dei valori individuati dall’Ente impositore, essendo il valore trasfuso nell’avviso di accertamento non “supportato da elementi giustificativi tranquillanti”, motivazione che presenta profili di palese illogicità atteso che la ritenuta aleatorietà della cessione di cubatura risente del mancato inquadramento dell’istituto esaminato, dell’inesatta conoscenza del complessivo sistema delineato dalla normativa urbanistica applicabile alla fattispecie, e della altrettanto erronea convinzione che, in detto ambito, l’eventuale necessità di accordi di natura più o meno complessa sia di per sè idonea ad escludere la vocazione edificatoria del suolo;

che la limitata considerazione, da parte del Giudice di appello, della “destinazione” del singolo fondo inserito nel comparto si traduce in una ulteriore violazione della definizione legale di “area fabbricabile” qui rilevante in quanto, ai fini della determinazione della base imponibile sulla quale calcolare l’imposta comunale, deve essere considerata fabbricabile “l’area utilizzabile a scopo edificatorio in base agli strumenti urbanistici generali o attuativi”;

che l’utizzabilità “effettiva” a scopo edificatorio deve essere riguardata come qualità derivata al fondo dagli “strumenti urbanistici generali o attuativi”, ovverosia dalla sua inclusione in una determinata “zona urbanistica”, con conseguente irrilevanza, come pure precisato da questa Corte con la sentenza n. 25676/2008, ” delle dimensioni e/o della conformazione dello stesso (se non espressamente considerate da detti “strumenti” attributive della qualità) essendo sempre possibile (come, ad esempio, per normali vicende negoziali traslative della proprietà) il suo accorpamento con fondi vicini della medesima “zona” ovvero (cfr. Consiglio Stato, 5^, 1 aprile 1998 n. 440; 11 aprile 1991 n. 530) l’asservimento “urbanistico” dello stesso a fondo contiguo avente identica destinazione “;

che, quindi, deve trovare applicazione il generale principio, più volte affermato dalla Corte di legittimità, secondo cui l’edificabilità di un’area, ai fini della determinazione della base imponibile ICI, dev’essere desunta dalla qualificazione attribuitale nel PRG del Comune anche indipendentemente dall’approvazione dello stesso da parte della Regione e dall’adozione di strumenti urbanistici attuativi, e che nella determinazione di tale base imponibile deve anche valutarsi “la maggiore o minore attualità delle potenzialità edificatorie dell’immobile, nonchè la possibile incidenza degli ulteriori oneri di urbanizzazione, in ragione delle concrete condizioni esistenti al momento dell’imposizione” (ex multis, Cass. n. 12377/2016; n. 5161/2014);

che, del resto, siffatto orientamento trova radice in quanto stabilito dalle Sezioni Unite nella nota sentenza n. 25506/2006, in sede di applicazione del D.L. n. 223 del 2006, art. 36, comma 2 (conv. in L. n. 248 del 2006, di interpretazione autentica del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 2, comma 1, lett. b), secondo cui la natura edificabile del terreno (desumibile dalla suddetta normativa) e la conseguente inapplicabilità del criterio fondato sul valore catastale dell’immobile impone “di tener conto, nella determinazione della base imponibile, della maggiore o minore attualità delle sue potenzialità edificatorie, nonchè della possibile incidenza degli ulteriori oneri di urbanizzazione sul valore dello stesso in comune commercio”;

che, pertanto, il presupposto della domanda di rimborso dell’imposta pretesamente versata in eccesso, e cioè il fatto costitutivo dell’indebito, la cui prova grava sul contribuente, nella sua qualità di attore in senso sostanziale, non risulta correttamente accertato, dovendosi valutare la congruità del valore venale attribuito al bene negli avvisi di accertamento, alla luce di tutti gli aspetti innanzi riportati, nonchè sulla base degli indicati parametri di incidenza dell’edificabilità del terreno, accertamento questo tipicamente fattuale, che va nuovamente effettuato dalla CTR, considerata anche la circostanza che la richiamata sentenza n. 24/1/12 della CTR delle Marche, favorevole alla contribuente, avente ad oggetto l’impugnazione dell’avviso di accertamento per l’annualità ICI del 2005 (anno ricompreso nella domanda di ripetizione) non risulta passata in giudicato;

che, passando all’esame della censura di cui al secondo motivo di ricorso, la CTR, dissentendo dalla decisione di primo grado, per la quale il credito restitutorio si era prescritto per le annualità antecedenti il 2007, ha affermato la tempestiva dell’istanza di rimborso, presentata con raccomandata a.r. del 13/9/2008, in quanto rispettosa del termine di prescrizione decennale di cui all’art. 2946 c.c., decorrente dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, ai sensi dell’art. 2035 c.c. e cioè dal momento (anno 2008) in cui la contribuente, come riferisce, è venuta a conoscenza, a seguito del parere della Commissione edilizia del Comune di Monteciccardo, dell’esistenza dei vincoli di crinale e frana gravanti sul terreno per effetto di strumenti urbanistici sovraordinati (P.P.A.R. e P.A.I.);

che la censura del ricorrente Comune è fondata poichè nell’ordinamento tributario vige, per la ripetizione del pagamento indebito, un regime speciale basato sull’istanza di parte, da presentare, a pena di decadenza, nel termine previsto dalle singole leggi di imposta (in specie, per i rimborsi dei versamenti dell’ICI, dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 13, abrogato dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 173), o, comunque, in difetto, dalle norme sul contenzioso tributario (D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16, comma 6 e, ora, del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, comma 1, lett. g e art. 21, comma 2), regime che impedisce, in linea di principio, l’applicazione della disciplina prevista per l’indebito di diritto comune (Cass. n. 25872/2009; n. 15840/2006; n. 17918/2004);

che, come questa Corte ha avuto modo di precisare, “In tema di ICI, il termine triennale per il rimborso delle somme versate e non dovute di cui al D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, art. 13, ha natura speciale rispetto a quello previsto dalle regole civilistiche in tema di prescrizione e decorre “dal giorno del pagamento, ovvero da quello in cui è stato definitivamente accertato il diritto alla restituzione” (Cass. n. 20003/2011; n. 15440/2010; n. 13142/2010; n. 11094/2008; n. 14291/2003), e “decorre senz’altro dal giorno del versamento, nel caso in cui quest’ultimo, già al momento in cui venne eseguito, non era dovuto o non lo era nella misura in cui fu effettuato ovvero qualora fosse inapplicabile la disposizione di legge, in base alla quale venne effettuato, poichè in questi casi l’interesse e la possibilità di richiedere il rimborso sorge sin dal momento in cui avviene il versamento” (Cass. n. 21557/2005; n. 9516/2003; 14.5.2003, n. 74519/2003);

che, inoltre, come è stato evidenziato in altre pronunce, il più ampio termine di decadenza per la presentazione della istanza di rimborso delle imposte stabilito da una legge sopravvenuta e, nel caso di specie, il termine quinquennale dalla data del versamento previsto dal sopra richiamato della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 173, in luogo dei tre anni originariamente previsti dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 13 “mentre trova applicazione nel caso in cui alla data di entrata in vigore di detta legge (1 gennaio 2007), sia ancora pendente il termine originario, non è applicabile qualora… alla data predetta, tale termine sia già scaduto, avendo ciò determinato, in base ai principi generali in tema di inefficacia delle leggi nel tempo, il definitivo esaurimento del rapporto tra il contribuente che pretende il rimborso, e l’amministrazione finanziaria” (Cass. n. 20003/2011; n. 1918/2007; n. 924/2005);

che la decisione impugnata in parte qua non ha fatto applicazione dei principi sopra riportati essendosi del Giudice di appello limitato ad individuare, per l’inizio del decorso del termine della prescrizione ordinaria, il momento di asserita conoscenza dell’esistenza dei vincoli su terreno, senza alcun riferimento alle date dei singoli versamenti in tesi effettuati in eccesso;

che è fondata anche la censura, contenuta nel quarto motivo di doglianza, concernente l’accoglimento della domanda restitutoria della contribuente, quanto al riconoscimento del danno da svalutazione monetaria sulle somme dovute a titolo di rimborso d’imposta, per quanto dedotto dall’impugnante Comune formulata, in entrambi i gradi di giudizio, in maniera del tutto generica, trovando applicazione il principio, affermato da questa Corte a Sezioni Unite, secondo cui “Nel caso di ritardato adempimento di una obbligazione pecuniaria il danno da svalutazione monetaria non è in re ipsa, ma può essere liquidato soltanto ove il creditore deduca e dimostri che un tempestivo adempimento gli avrebbe consentito di impiegare il denaro in modo tale da elidere gli effetti dell’inflazione. Tale principio trova applicazione anche alle pretese restitutorie vantate dal contribuente nei confronti dell’erario, rispetto alle quali peraltro – in considerazione della specificità della disciplina dell’obbligazione tributaria – la prova del danno da svalutazione monetaria deve essere valutata con particolare rigore da parte del giudice di merito” (Cass. S.U. n. 16871/2007);

che, pertanto, il giudice di appello avrebbe dovuto considerare che la domanda di rivalutazione monetaria del credito tributario doveva essere dichiarata inammissibile, “sotto il profilo dell’onere di allegazione, che costituisce presupposto tanto dell’onere della prova, ove nel ricorso originario il contribuente non abbia” dedotto l’esistenza di alcun danno eccedente quello risarcito dalla corresponsione degli interessi moratori nella speciale misura prevista dalla legge tributaria “e nemmeno abbia allegato” di appartenere ad una specifica categoria di soggetti – quali quelle individuate dalla giurisprudenza nella figura dell’imprenditore, del risparmiatore abituale, del creditore occasionale o del modesto consumatore (v. Cass. n. 2368 del 1986) – con propensioni economiche tali da giustificare, mediante l’impiego di “dati personalizzati” (che devono essere anch’essi forniti dall’interessato), l’utilizzo di presunzioni in ordine all’impiego del denaro se tempestivamente riscosso” (Cass. S.U. n. 16871/2007 citata);

che la sentenza impugnata va, in conclusione, cassata, con rinvio della causa alla medesima CTR, in diversa composizione, per nuovo esame e per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

 

La Corte, accoglie il secondo, il terzo ed il quarto motivo di ricorso, rigetta il primo, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Commissione Tributaria Regionale delle Marche, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio.

Ai sensi del Testo Unico approvato con il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), dà atto della non sussistenza dei presupposti per il pagamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 23 giugno 2017

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