Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1569 del 23/01/2018

Civile Ord. Sez. 3 Num. 1569 Anno 2018
Presidente: VIVALDI ROBERTA
Relatore: DELL’UTRI MARCO

ORDINANZA

sul ricorso 3150-2016 proposto da:
G.H. , elettivamente domiciliato in ROMA, presso
lo studio dell’avvocato Y.Z., rappresentato
e difeso dall’avvocato X.S. giusta procura
speciale in calce al ricorso;
– ricorrente contro
2017
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F.A. SAS in persona del 1.r.p.t.
N.P., elettivamente domiciliata in ROMA,
presso lo studio dell’avvocato P.G., rappresentata e difesa dall’avvocato
G.C. giusta procura speciale in calce al

Data pubblicazione: 23/01/2018

controricorso;
controricorrente –

avverso la sentenza n. 2203/2015 del TRIBUNALE di
TORRE ANNUNZIATA, depositata il 17/11/2015;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 23/11/2017 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI;

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Rilevato che, con sentenza resa in data 17/11/2015, il Tribunale
di Torre Annunziata, in accoglimento dell’appello proposto dalla
F.A. SAS s.a.s., e in riforma della sentenza di primo
grado, ha rigettato la domanda proposta da G.H. diretta
all’accertamento della legittimità del recesso da quest’ultimo esercita-

cluso con la F.A. SAS s.a.s., con la condanna di
quest’ultima alla restituzione degli importi corrisposti all’atto della
conclusione del contratto;
che, a sostegno della decisione assunta, il tribunale, esclusa la legittimità del recesso dello G.H., siccome mai convenuto tra le parti,
ha accolto la domanda proposta dalla società F.A. SAS s.a.s. ai sensi dell’art. 1385 c.c., accertando il relativo diritto di
trattenere l’importo già ricevuto a titolo di caparra;
che, avverso la sentenza d’appello, G.H. propone ricorso
per cassazione sulla base di otto motivi d’impugnazione;
che la  F.A. SAS s.a.s. resiste con controricorso;
considerato che, con il primo motivo, il ricorrente censura la
sentenza impugnata per violazione degli artt. 1372 e 1373 c.c., per
avere il giudice d’appello erroneamente escluso l’avvenuta pattuizione
tra le parti del diritto di recesso del compratore, tanto desumendosi
dalla stessa proposta di commissione prodotta in giudizio, al di là del
tema relativo all’applicabilità, al caso di specie, della disciplina di cui
all’art. 64 del codice del consumo;
che il motivo è inammissibile;
che, al riguardo, osserva il Collegio come, secondo il consolidato
insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, il ricorrente che
agendo in sede di legittimità denunci una violazione di legge riscontrabile attraverso i termini incontestati della fattispecie concreta (là
dove l’eventuale carattere controverso di questi ultimi rileverebbe
sotto il profilo del vizio motivazionale), ha l’onere di indicare specifi-

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to in relazione al contratto di compravendita di taluni beni mobili con-

camente le circostanze di fatto e i relativi elementi di riscontro probatorio acquisiti nel corso del giudizio, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo
dell’effettivo carattere incontroverso dei fatti su cui incide l’errata interpretazione della norma denunciata; un controllo che, per il princi-

zione normativa di cui all’art. 366, n. 6, c.p.c.), la Suprema Corte
dev’essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute
nell’atto d’impugnazione, alle cui lacune non è consentito sopperire
con indagini integrative (cfr. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 17915 del
30/07/2010, Rv. 614538 e successive conformi);
che, sul punto, è appena il caso di ricordare come tali principi abbiano ricevuto l’espresso avallo della giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte, le quali, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli
artt. 366, co. 1, n. 6, e 369, co. 2, n. 4, c.p.c., hanno ribadito la necessità dell’assolvimento di oneri di specifica e completa allegazione,
ad opera della parte interessata, al fine di consentire al giudice di legittimità di procedere al controllo demandatogli dalla legge (cfr. per
tutte, Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629831);
che, nella specie, l’odierno ricorrente risulta essere incorso nella
violazione del principio indicato, atteso che lo stesso, nel dolersi che il
giudice d’appello abbia erroneamente escluso l’avvenuta pattuizione
tra le parti del diritto di recesso del compratore, ha tuttavia omesso
di fornire alcuna indicazione circa i documenti (e il relativo contenuto)
attestanti inequivocabilmente l’errore del giudicante, con ciò precludendo a questa Corte la possibilità di apprezzare la concludenza delle
censure formulate al fine di giudicare la fondatezza del motivo
d’impugnazione proposto;
che, con il secondo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1385 1386 c.c., avendo il giudice
d’appello giustificato il diritto della controparte a trattenere la caparra

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pio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione (nella sua consacra-

versata, nonostante il compratore non fosse incorso in alcun inadempimento, e nonostante le somme versate all’atto della conclusione del
contratto fossero state corrisposte unicamente a titolo di anticipo in
conto prezzo e non già a titolo di caparra (confirmatoria o penitenziale),

che, al riguardo, ferma la corretta qualificazione del comportamento del compratore alla stregua di un inadempimento contrattuale
(nella specie consistito nella manifestata volontà di non voler adempiere agli obblighi derivanti dalla conclusione del contratto, rivendicando il diritto di recederne), del tutto inammissibilmente l’odierno ricorrente pretende, in contrasto con quanto dedotto dal giudice a quo,
di reinterpretare il contenuto degli accordi intercorsi tra le parti, in relazione all’imputazione del pagamento delle somme corrisposte
all’atto della conclusione del contratto, trattandosi di una censura
avente a oggetto l’interpretazione della volontà delle parti contraenti
fatta propria dal giudice d’appello, non adeguatamente articolata, in
sede di legittimità, attraverso l’individuazione delle ragioni e dei modi
dell’eventuale violazione, da parte del giudice di merito, dei canoni
legali di ermeneutica contrattuale;
che, con il terzo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per omesso esame di un fatto decisivo controverso, per avere
la corte territoriale erroneamente escluso l’interpretazione, alla stregua di una clausola vessatoria (nella specie non formalmente approvata), della clausola con le quali le parti avrebbero convenuto il pagamento di una caparra confirmatoria;
che, con il quarto motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per omessa applicazione dell’art. 33 del codice del consumo
(d.lgs. n. 206/2005), nella parte in cui qualifica quale clausola vessatoria quella con il quale il professionista viene abilitato, in caso di recesso della controparte, a trattenere le somme versate dal consuma-

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che il motivo è infondato;

tore (senza previsione della facoltà di quest’ultimo di pretendere il
pagamento del doppio di quanto versato in caso contrario), ovvero
quella con il quale viene imposto al consumatore, in caso di inadempimento o di ritardo, il pagamento di somme di importo manifestamente eccessivo;

che al riguardo, escluso che la previsione convenzionale di una
caparra confirmatoria valga a individuare il ricorso di una clausola
contrattuale c.d. vessatoria (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 6558 del
18/03/2010, Rv. 611810 – 01), nessuna rilevanza può essere attribuita al tenore dell’art. 33 del codice del consumo, attesa la mancata
pattuizione, tra le odierne parti in lite, di alcuna delle clausole indicate da tale norma (segnatamente in corrispondenza alle lettere e) ed
f), richiamate dal ricorrente), avuto riguardo alla pacifica sussistenza,
in conformità alle previsioni dell’art. 1385 c.c., del diritto del consumatore di esigere il doppio della somma corrisposta a titolo di caparra
in caso di recesso del professionista, ed avuto riguardo al mancato
accertamento, nel corso del giudizio di merito, di alcuna pretesa manifesta eccessività dell’importo corrisposto dallo G.H. all’atto della
conclusione del contratto di compravendita in esame;
che, con il quinto motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per omessa applicazione dell’art. 1328 c.c., avendo il tribunale
erroneamente escluso che la proposta di commissione dell’acquirente
non generasse la conclusione del contratto, con la conseguente legittimità del recesso dalle trattative ancora in corso, ai sensi dell’art.
1328 c.c.;
che il motivo è inammissibile;
che, al riguardo, osserva il Collegio come, una volta positivamente attestata, nel corso del giudizio di merito, l’avvenuta conclusione
del contratto di compravendita tra le parti (e dunque il definitivo superamento della fase precontrattuale della formazione e della conclu-

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che entrambi i motivi sono infondati;

sione dell’accordo negoziale), tale accertamento non è suscettibile di
contestazione, in sede di legittimità, sulla base di una prospettata rilettura degli elementi istruttori complessivamente acquisiti nel corso
del giudizio (e richiamati dinanzi alla Corte di cassazione), trattandosi
di una valutazione che, in quanto diretta alla ricostruzione del signifi-

te riservata ai compiti del solo giudice di merito;
che, con il sesto motivo, il ricorrente si duole della nullità della
sentenza impugnata per violazione dell’art. 345 c.p.c., avendo il giudice d’appello accolto la domanda di controparte (proposta ai sensi
dell’art. 1385 c.c.) sulla base di un’arbitraria inversione della graduazione e del vincolo di subordinazione tra le domande proposte in primo grado, con il conseguente accoglimento di una domanda da ritenersi sostanzialmente ‘nuova’;
che il motivo è manifestamente infondato;
che, sul punto, osserva il Collegio come, avendo il giudice
d’appello espressamente sottolineato l’avvenuta proposizione, in via
riconvenzionale, da parte della società convenuta in primo grado, in
primo luogo della domanda di accertamento del proprio diritto di recedere dal contratto, con il conseguente diritto di trattenere la caparra (e, solo in via subordinata, l’adempimento del contratto o la pronuncia della relativa risoluzione), del tutto correttamente il tribunale
ha accolto detta domanda riconvenzionale proposta in via principale
dalla F.A. s.a.s., senza incorrere in alcuna arbitraria o indebita inversione della graduazione o del vincolo di subordinazione tra le domande proposte;
che, con il settimo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 91 c.p.c., per avere il giudice d’appello
erroneamente condannato l’odierno ricorrente al rimborso delle spese
di entrambi i gradi del giudizio di merito, nonostante la reciprocità
della soccombenza delle parti;

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cato delle evidenze probatorie dedotte, deve ritenersi istituzionalmen-

che il motivo è infondato;
che, al riguardo, nel pronunciare sul punto concernente la regolazione delle spese del giudizio, il giudice d’appello si è correttamente
allineato al consolidato principio, affermato nella giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale, in tema di condanna alle spese proces-

la parte interamente vittoriosa non può essere condannata, nemmeno
per una minima quota, al pagamento delle spese stesse, e il suddetto
criterio non può essere frazionato secondo l’esito delle varie fasi del
giudizio, dovendo essere riferito unitariamente all’esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte,
poi soccombente, abbia conseguito un esito a lei favorevole;
che, ciò posto, con riferimento al regolamento delle spese, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti
violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste
a carico della parte vittoriosa, con la conseguenza che esula da tale
sindacato, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la
valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese
di lite; e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi
di concorso con altri giusti motivi (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 406 del
11/01/2008, Rv. 601214) delle altre cause legittimanti;
che, con l’ottavo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 342 c.p.c., per avere il tribunale trascurato di rilevare l’inammissibilità dell’appello in ragione della mancata
indicazione delle parti appellate della sentenza di primo grado e delle
modifiche alla stessa richieste, al di là della complessiva genericità
dell’impugnazione proposta;
che la censura è manifestamente infondato;
che, al riguardo, osserva il Collegio come il giudice d’appello risulta aver individuato con sufficiente certezza il contenuto delle doglianze avanzate in sede d’appello e le parti della sentenza impugnata,

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suali, il principio della soccombenza va inteso nel senso che soltanto

pervenendo alla decisione nel merito del gravame sulla base di
un’interpretazione dell’impugnazione proposta dalla società convenuta sorretta da una motivazione del tutto corretta sul piano giuridico e
pienamente congrua in termini logico-formali;
che, pertanto, sulla base delle considerazioni sin qui richiamate,

dev’essere pronunciato il rigetto del ricorso, con la conseguente condanna del ricorrente al rimborso, in favore della società controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, secondo la liquidazione di cui al dispositivo, oltre alla condanna al pagamento del
doppio contributo ai sensi dell’art.13 comma 1-quater del d.P.R. n.
115 del 2002;

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso, in favore
della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, liquidate
in complessivi euro 1.800,00, oltre alle spese forfettarie nella misura
del 15%, agli esborsi liquidati in euro 200,00, e agli accessori come
per legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002,
dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte
del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 1-bis, dello stesso
articolo 13.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione
Civile della Corte Suprema di Cassazione del 23/11/2017.

rilevata la complessiva infondatezza dei motivi d’impugnazione,

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