Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15685 del 28/07/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. lav., 28/07/2016, (ud. 04/05/2016, dep. 28/07/2016), n.15685

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VENUTI Pietro – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLE TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1586 – 2012 proposto da:

RETE FERROVIARIA ITALIANA S.P.A. C.F. (OMISSIS) (già FERROVIE DELLO

STATO S.p.A. Società di Trasporti e Servizi per Azioni), in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA VIA DI RIPETTA 22, presso lo studio dell’avvocato GERARDO

VESCI, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

S.M. C.F. (OMISSIS), M.G., C.F. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI GRACCHI 209, presso lo

studio degli avvocati ALBERTO BUZZI, PATRIZIA PELLICCIONI che li

rappresentano e difendono, giusta delega in atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 7191/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 17/12/2011 R.G.N. 371/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/05/2016 dal Consigliere Dott. LORITO MATILDE;

udito l’Avvocato VESCI GERARDO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza resa pubblica il 17/10/2011, in riforma della decisione di primo grado, dichiarava il diritto di S.M. e M.G. all’inquadramento nella nona categoria, profilo capo settore stazioni, dal 1/1/92 e condannava la Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. al pagamento delle differenze retributive a tale titolo spettanti.

A fondamento del decisum, in estrema sintesi, la Corte osservava che le mansioni espletate dai dipendenti, come definite alla luce della attività istruttoria svolta, erano state qualificate da attività di direzione e coordinamento del traffico su di una pluralità di impianti articolati in 14 stazioni su di un tratto di 150 km di linea; intervento in caso di anomalie; decisione di soppressione o sostituzione dei treni con responsabilità della circolazione in caso di anomalie. Riteneva, quindi, la Corte di merito che dette mansioni esorbitassero da quelle inerenti alla ottava categoria (di appartenenza), che postulava lo svolgimento di attività di direzione di importanti impianti e unità organiche ovvero attività di coordinamento e controllo in settori particolari di esercizio, essendo più propriamente sussumibile nella nona categoria rivendicata, qualificata dalla attività di direzione di impianti di rilevante entità ovvero di vigilanza, coordinamento e controllo su più impianti, anche di rilevante importanza.

Avverso tale pronuncia interpone ricorso per Cassazione la Rete Ferroviaria Italiana Società per Azioni sostenuto da tre motivi.

Resistono con controricorso gli intimati. Le parti tutte hanno depositato memoria illustrativa ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 2103, 1362 e 1363 c.c., in relazione al c.c.n.l. 1990 – 92, all’Accordo sindacale del 26/7/91 e al decreto ministeriale 14/5/1985 n. 1085 ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si critica la sentenza impugnata per contraddittorietà della motivazione, laddove procede all’inquadramento delle mansioni facendo riferimento all’Accordo sindacale del 26/7/91 e successivamente al D.M. n. 1085 del 1985 non rendendo comprensibile sulla base di quale disposizione fondi la propria motivazione.

Sotto altro versante, ci si duole di una erronea esegesi del c.c.n.l. di settore 1990/92. Si deduce che l’espletata attività istruttoria non aveva consentito di affermare con certezza che l’impianto al quale erano addetti i ricorrenti fosse di rilevante importanza, circostanza questa che non poteva essere desunta unicamente dalla lunghezza della linea di competenza, atteso che dovevano necessariamente aggiungersi ulteriori valutazioni attinenti, ad esempio, al volume di traffico ed al numero di binari e scambi presenti sui vari tratti di linea.

2. Con il secondo mezzo di impugnazione si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., e art. 2697 c.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si lamenta che i giudici dell’impugnazione, abbiano modulato il proprio argomentare conferendo rilievo solo ad alcune deposizioni testimoniali (testi D. e L.), senza nulla motivare in ordine alla implicita inattendibilità delle restanti testimonianze dalle quali era emerso, per contro, che gli interventi e le decisioni in caso di anomalie del traffico venivano assunti dai soggetti immediatamente sovraordinati agli odierni ricorrenti.

3. I motivi, che possono congiuntamente trattarsi siccome connessi, sono privi di fondamento.

In particolare, quanto al primo motivo, si osserva che nel procedimento logico – giuridico diretto alla determinazione dell’inquadramento dei dipendenti, la Corte di appello ha correttamente operato l’accertamento in fatto delle mansioni lavorative in concreto svolte dagli odierni controricorrenti, richiamando, ai fini della esegesi delle declaratorie di categoria applicabili nella fattispecie, precedenti giurisprudenziali di legittimità attinenti ai previgenti parametri normativi di cui al D.M. n. 1085 del 1985, secondo cui le attività descritte in ciascun profilo professionale non sono cumulative ma si riferiscono ad alternative ipotesi di utilizzazione.

Si tratta di un corretto procedimento ermeneutico fondato su criteri elaborati dalla giurisprudenza di legittimità, che non inficia la correttezza del procedimento logico – giuridico seguito dai giudici dell’impugnazione.

4. Non va, peraltro, sottaciuto che l’accertamento della natura delle mansioni concretamente svolte dal dipendente, ai fini dell’inquadramento del medesimo in una determinata categoria di lavoratori, costituisce giudizio di fatto riservato al giudice del merito ed è insindacabile, in sede di legittimità, se sorretto, come nella fattispecie, da logica ed adeguata motivazione.

Invero, la Corte distrettuale ha desunto il dato delle mansioni espletate dagli odierni intimati dalle testimonianze raccolte in giudizio ed ha accertato che le stesse corrispondevano a quelle contemplate dalla seconda ipotesi della declaratoria di cui all’Accordo sindacale del 26 luglio 1991 che, nel definire il contenuto professionale della 9^ categoria, cioè quella del Capo Settore Stazioni, prevede lo svolgimento di “attività di direzione di impianti di rilevante entità ed importanza” oppure “attività di vigilanza, coordinamento e controllo su più impianti anche di rilevante importanza nel settore della circolazione”. Così in particolare, ha evidenziato che gli appellanti “avevano il compito di dirigere e coordinare il traffico su più impianti, occupandosi di 14 stazioni telecomandate su di un tratto di circa 150 km. di linea; verificavano la regolarità della circolazione, intervenivano in caso di anomalie a risolvere i problemi, decidevano la soppressione o la sostituzione dei treni, erano gli unici responsabili in caso di anomalia, informavano successivamente la direzione delle irregolarità riscontrate”.

5. Inoltre, la stessa Corte ha spiegato che l’attività del Dirigente Centrale Operativo è quella della direzione generale della circolazione dei treni realizzata mediante il controllo e la vigilanza sull’andamento della circolazione nelle stazioni assegnate al medesimo Dirigente, oltre che attraverso ordini e consigli diretti agli agenti operanti localmente al fine di mantenere o ristabilire la regolarità della corsa dei treni, attività complessa, questa, che ha ritenuto non contemplata nella declaratoria della 8^ ottava categoria ove erano inquadrati i lavoratori.

In maniera altrettanto corretta la Corte di merito ha fondato la propria decisione sulla disamina dei profili professionali previsti dallo specifico Accordo sindacale del 26 luglio 1991, per cui il richiamo operato dalla ricorrente alle più generiche declaratorie del contratto collettivo nazionale non scalfisce la validità della suddetta “ratio decidendi”. Si è infatti, avuto già modo di affermare (Cass. 23 febbraio 2016 n. 3547, Cass. 15 novembre 2012 n. 20015, Cass. 13 dicembre 2005, n. 27430) che “in sede di interpretazione delle clausole di un contratto collettivo relative alla classificazione del personale in livelli o categorie, ha rilievo preminente, soprattutto se il contratto ha carattere aziendale, la considerazione degli specifici profili professionali indicati come corrispondenti ai vari livelli, rispetto alle declaratorie contenenti la definizione astratta dei livelli di professionalità delle varie categorie, poichè le parti collettive classificano il personale non sulla base di astratti contenuti professionali, bensì in riferimento alle specifiche figure professionali dei singoli settori produttivi, che ordinano in una scala gerarchica, ed elaborano successivamente le declaratorie astratte, allo – scopo di consentire l’inquadramento di figure professionali atipiche o nuove”.

6. Con riferimento ai rapporti di lavoro dei ferrovieri si è anche affermato (Cass. 24 gennaio 2003, n. 1083) che “in sede di interpretazione delle clausole di un contratto collettivo relative alla classificazione del personale in livelli o categorie, ha rilievo preminente, soprattutto se il contratto ha, come nella specie, carattere aziendale, la considerazione degli specifici profili professionali indicati come corrispondenti ai vari livelli, rispetto alle declaratorie contenenti la definizione astratta dei livelli di professionalità delle varie categorie, poichè le parti collettive classificano il personale non sulla base di astratti contenuti professionali, bensì in riferimento alle specifiche figure professionali dei singoli settori produttivi, che ordinano in una scala gerarchica, elaborando successivamente le declaratorie astratte, allo scopo di consentire l’inserimento di figure professionali atipiche o nuove” (in senso conforme v. anche Cass. 18 novembre 1997).

Oltretutto, l’interpretazione del suddetto accordo sindacale operata dalla Corte di merito è rispettosa del canone ermeneutico letterale, così come la valutazione del materiale probatorio è immune da vizi logico – giuridici.

7. In definitiva, le censure appaiono prive di pregio, sia perchè non scalfiscono la ratio decidendi basata sull’interpretazione dei profili professionali dell’Accordo sindacale specifico del 26 luglio 1991, sia perchè attraverso le stesse si tenta una rivisitazione del materiale istruttorio non consentita nella presente sede di legittimità.

8. Le considerazioni sinora esposte si attagliano anche al secondo motivo di ricorso concernente la non condivisa valutazione delle risultanze testimoniali che hanno consentito alla Corte territoriale di acquisire elementi utili alla verifica delle mansioni espletate in concreto dai lavoratori e sul conseguente inquadramento delle stesse nella corrispondente categoria rivendicata di cui al suddetto Accordo sindacale, risolvendosi nel sollecitare soltanto una nuova lettura delle risultanze probatorie, operazione preclusa in questa sede di legittimità.

Quanto alla contestuale denuncia di una violazione di legge ed in particolare dell’art. 116 c.p.c., e art. 2697 c.c., parte ricorrente incorre nell’equivoco di ritenere che la violazione o la falsa applicazione di norme di legge, sostanziale o processuale, dipendano o siano ad ogni modo dimostrate dall’erronea valutazione del materiale istruttorio. Al contrario, un’autonoma questione di non corretta applicazione dell’art. 116 c.p.c. e art. 2697 c.c., può porsi, rispettivamente, solo allorchè il ricorrente alleghi che il giudice di merito: 1) abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; 2) abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova che invece siano soggetti a valutazione; 3) abbia invertito gli oneri probatori. E poichè nessuna di queste tre situazioni è rappresentata nei motivi anzidetti, le relative doglianze sono prive di pregio (vedi in tali sensi, Cass. cit. n. 3547/2016).

9. Va, peraltro rimarcato, quanto ai profili di violazione di legge, che è costante l’insegnamento di questa Corte per cui il vizio di violazione e falsa applicazione della legge di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, giusta il disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, deve essere, a pena d’inammissibilità, dedotto non solo con l’indicazione delle norme di diritto asseritamente violate ma anche mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, così da prospettare criticamente una valutazione comparativa fra opposte soluzioni, non risultando altrimenti consentito alla S.C. di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (cfr. Cass. n. 16038/13).

E’ di tutta evidenza, pertanto, che pur con una intitolazione della violazione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, parte ricorrente non ha posto altro che pure questioni di merito, il cui esame è per definizione escluso nella presente sede di legittimità.

10. Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2946 c.c., art. 2948 c.c., n. 4, art. 2697 c.c., nonchè dell’art. 116 c.p.c., ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia. Si critica la sentenza impugnata per aver conferito valore interruttivo della prescrizione alle lettere con le quali i ricorrenti rivendicavano il superiore inquadramento e le conseguenti differenze retributive, nonostante la genericità del tenore delle stesse.

Al di là di ogni considerazione in ordine ai profili di inammissibilità che connotano il motivo nel cui contesto trovino formulazione, al tempo stesso, censure aventi ad oggetto violazione di legge e vizi della motivazione, giacchè in tal modo si finisce per affidare alla Corte di cassazione il compito di enucleare dalla mescolanza dei motivi la parte concernente il vizio di motivazione, che invece deve avere una autonoma collocazione, (vedi ex plurimis, Cass. 8 giugno 2012 n. 9431), si impone l’evidenza della ulteriore ragione di inammissibilità che connota la censura per difetto di specificità ed autosufficienza. Essa non reca, invero, l’esposizione del tenore delle missive oggetto della statuizione impugnata per quanto di rilievo ai fini della doglianza sollevata, non essendo compito della Corte stessa quello di ricercarlo autonomamente.

In conclusione, alla stregua delle superiori argomentazioni, il ricorso è respinto.

La regolamentazione delle spese del presente giudizio segue la soccombenza nella misura in dispositivo liquidata, con distrazione in favore degli avv.ti Buzzi e Pelliccioni.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore dei controricorrenti, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge da distrarsi in favore degli avv.ti Buzzi e Pelliccioni.

Così deciso in Roma, il 4 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 luglio 2016

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA