Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15662 del 04/06/2021

Cassazione civile sez. I, 04/06/2021, (ud. 29/04/2021, dep. 04/06/2021), n.15662

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11731/2020 proposto da:

J.M.A., elettivamente domiciliato in Padova, Via Monte

Grappa 2 presso lo studio dell’avv. Elena Zaggia, che lo rappresenta

e difende per procura in calce al ricorso per cassazione;

– ricorrente –

contro

Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione

Internazionale – Ministero dell’Interno, (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 5149/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 19/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

29/04/2021da1 Dott. Dott. Roberto Bellè.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

J.M.A. ha proposto domanda di protezione internazionale, gradatamente attraverso la richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato, oppure nelle forme della c.d. protezione sussidiaria ed infine in via di protezione umanitaria;

egli ha raccontato di essere sunnita e di essersi innamorato di ragazza sciita, la cui famiglia aveva osteggiato il loro rapporto;

ha quindi riferito di un tentativo di fuga insieme alla ragazza sventato dai fratelli di lei che, in seguito, lo avevano aggredito con armi da fuoco, determinando la morte del di lui fratello in esito ad una ferita alla schiena;

aggiungeva altresì di avere saputo che la ragazza era stata anch’essa uccisa dalla sua stessa famiglia, la quale aveva poi mosso nei confronti del ricorrente l’odio della comunità sciita, al punto che vi sarebbe stata un’irruzione a casa sua;

dopo la sua fuga a Lahore, gli amici dei fratelli della ragazza lo avrebbero cercato al mercato con la sua foto in mano, fino a quando, dopo una ulteriore fuga a Karachi, egli era poi espatriato, perchè in quella città gli sciiti sono in maggioranza e vi sono gravi pericoli di terrorismo;

la Corte d’Appello di Venezia, rigettando il gravame contro il provvedimento del Tribunale della stessa città che aveva disatteso le domande proposte, ha ritenuto che le critiche alla valutazione di inverosimiglianza della narrazione affermata dal giudice di prime cure non fossero fondate per la mancanza di elementi sull’uccisione della ragazza, per la mancanza di elementi da cui ritenere che l’aggressione subita dal ricorrente e dal fratello sia stata dovuta a motivi di carattere religioso e per non esservi elementi dimostrativi dell’inerzia della polizia nel perseguire i responsabili, senza contare la presenza nel certificato di morte del fratello, leggibile anche come attestazione di un omicidio colposo, di criticità irrisolte; la Corte di merito ha poi ritenuto, citando fonti aggiornate fino al 2018, che solo in alcune aree, diverse da quella di provenienza del ricorrente, vi fossero situazioni di violenza indiscriminata e conflitti interni;

infine, quanto alla protezione umanitaria, la sentenza di secondo grado ha ritenuto che a determinarne i presupposti non fosse sufficiente la condizione di instabilità politica del Paese di provenienza, nè una generica recrudescenza della criminalità o di scontri per questioni tribali, così come lo svolgimento di un’attività lavorativa non potesse essere di per sè solo sufficiente a giustificare la concessione del permesso richiesto, finendo per sovrapporre la posizione con chi sia un mero migrante economico e per alterare il regime proprio dei regolari flussi di ingresso per ragioni lavorative; J.M.A. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi;

il Ministero dell’Interno ha depositato atto di costituzione in giudizio per l’eventuale partecipazione alla discussione orale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

con il primo motivo di ricorso è dedotta, richiamando l’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5, la violazione delle norme in tema di protezione internazionale, argomentandosi poi sulle regole legali in ordine alla necessità di ritenere provate le dichiarazioni del richiedente, qualora egli abbia fatto ogni sforzo possibile per circostanziarle (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5) ed in concreto soffermandosi sulla notorietà del ricorso al delitto d’onore e dei contrasti tra sciiti e sunniti, sottolineando altresì come la Corte avesse ravvisato criticità, dirimenti in senso negativo, nel racconto reso, solo in relazione al certificato di morte del fratello, criticità che erano in realtà insussistenti;

in proposito, la lettura che viene fornita rispetto alla valutazione di inattendibilità del racconto contenuta nella sentenza impugnata non è corretta, in quanto non può dirsi che la Corte territoriale, dopo avere riportato integralmente le ragioni di non credibilità evidenziate dalla Commissione, abbia ritenuto che solo alcuni profili, come le incongruenze del certificato di morte del fratello del ricorrente, esprimessero criticità intrinseche del suddetto racconto;

la motivazione afferma infatti che le dichiarazioni del J. “non superano le criticità rilevate dalla Commissione”, per poi aggiungere che “ad esempio” non sono spiegabili le incoerenze riguardanti l’età del defunto e la natura dell’omicidio;

ciò sta a significare che in generale la Corte territoriale condivideva le criticità riportate nella motivazione resa dalla Commissione, non a caso, come detto, immediatamente prima riportata ampiamente nella stessa sentenza, mentre solo in via di esemplificazione si faceva altresì riferimento alle questioni riguardanti il predetto certificato;

si deve allora evidenziare come la motivazione della Commissione richiamata e trascritta dalla Corte territoriale evidenziasse l’incongruenza di un racconto secondo cui la medesima persecuzione per motivi religiosi potesse essere proseguita, nei riguardi di un singolo individuo, pur quando egli era fuggito a Lahore, città lontana da quella di provenienza e popolata da milioni di persone;

incongruenza cui la Corte ha aggiunto le criticità della certificazione, sotto il profilo dell’inspiegabile ragione per cui in essa sarebbe stata indicata l’età del padre del ricorrente e non del fratello, che sarebbe invece stata la vittima dell’omicidio, come anche del perchè nella certificazione si facesse riferimento ad un omicidio, ma “accidental”, spiegabile essenzialmente sulla base della natura colposa e non preterintenzionale, nè dolosa dell’accaduto;

la tesi contenuta nel motivo secondo cui quello sull’età costituirebbe esito di una mera svista burocratica, e che la dizione “accidental” non sarebbe ad indicare una fattispecie tipica di reato, sono del resto mere ricostruzioni alternative dei dati istruttori, tali da prospettare una diversa ricostruzione del merito e come tali certamente estranee al giudizio di legittimità (Cass., S.U., 27 dicembre 2019, n. 34476; Cass., S.U., 25 ottobre 2013, n. 24148) e pertanto inammissibili;

vale poi il principio per cui, il non implausibile apprezzamento in ordine alla inattendibilità “intrinseca” del racconto, per la sussistenza di incoerenze o contraddizioni valorizzate a tal fine dal giudice del merito, è in sè sufficiente ad escludere ulteriori approfondimenti anche sotto il profilo della cooperazione istruttoria, che resterebbero privi di sostegno rispetto a forme di protezione, come quella per i rifugiati, che trovano il fondamento in condizioni o vicende personali dell’interessato, evidentemente condizionate dalla veridicità o meno del racconto dal fornito dal medesimo (Cass. 4 novembre 2020, n. 24506);

tale principio è infatti del tutto coerente con la previsione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 lett. c) secondo cui, se taluni elementi o aspetti delle dichiarazioni del richiedente la protezione internazionale non siano suffragati da prove, essi sono considerati veritieri, ma a condizione, tra l’altro, che “le dichiarazioni del richiedente” siano “ritenute coerenti e plausibili” (lett. c);

risulta quindi superflua ogni questione sulla diffusione in (OMISSIS) del delitto d’onore o sull’effettiva esistenza di scontri religiosi tra sciiti e sunniti;

il secondo motivo indica ancora la violazione di varie norme in tema di protezione umanitaria;

gli argomenti in esso sviluppati fanno riferimento a tale forma di salvaguardia adducendo l’esistenza, nel Paese di provenienza, di pericoli di terrorismo ed attentati, come anche il verificarsi di soprusi delle forze di polizia, uniti ad una povertà diffusa, sicchè il rientro in Patria comporterebbe il peggioramento delle prospettive di vita o la sottoposizione a rischio dei “diritti fondamentali come sanciti dalla carta costituzionale italiana”;

i rischi rispetto a diritti fondamentali sono però dedotti del tutto genericamente, mentre è necessario che il richiedente indichi i fatti costitutivi del diritto azionato e cioè fornisca elementi idonei a far desumere che il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale (Cass. 2 luglio 2020, n. 13573);

neppure sono stati addotti specifici elementi che qualifichino la condizione del ricorrente con caratteri differenziati rispetto a quella diffusa in un Paese, come quello di provenienza, caratterizzato da un livello di sviluppo inferiore, non essendo ipotizzabile un obbligo dello Stato italiano di garantire ai cittadini stranieri determinati parametri di benessere o di impedire, in caso di rimpatrio, l’insorgere di difficoltà economiche e sociali (Cass. 6 novembre 2020, n. 24904) ed essendo pertanto necessario, per il riconoscimento della tutela residuale umanitaria, l’individuazione di una condizione personale e specifica di vulnerabilità, che consenta di ritenere integrati i “seri motivi” cui il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, ratione temporis, riconnette la protezione richiesta;

a tale fine non valendo il solo riferimento al fatto che il ricorrente “lavora e si mantiene in Italia”, in sè espressione soltanto di un possibile miglioramento delle condizioni personali rispetto a quelle prospettabili nel Paese di origine, che però non integra, in assenza dei profili qualificatori sopra detti, i presupposti richiesti, da ravvisare nel concreto rischio che sia messo a repentaglio il nucleo inalienabile dei diritti fondamentali dell’individuo e della sua dignità (Cass. 16 marzo 2021, n. 7396; Cass. 10 settembre 2020, n. 18805; Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455);

la genericità del motivo lo rende dunque inidoneo ad incidere sulla ratio decidendi e come tale inammissibile in quanto anch’esso sostanzialmente finalizzato ad ottenere, su presupposti inconsistenti, una diversa conclusione di merito;

nulla sulle spese, in quanto il Ministero si è limitato al deposito di “atto di costituzione”, senza svolgere attività difensiva.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 29 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2021

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