Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15659 del 01/07/2010

Cassazione civile sez. lav., 01/07/2010, (ud. 25/05/2010, dep. 01/07/2010), n.15659

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. DI NUBILA Vincenzo – Consigliere –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.T., gia’ elettivamente domiciliato in Roma, Via dei Monti

di Creta n. 111, presso lo studio dell’Avv. Calogero Lo Giudice,

rappresentato e difeso dall’avv. Spinnato Lorenzo del foro di Lecce

per procura a margine del ricorso ed ora dovuta d’Ufficio la

cancelleria della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in Roma, Via

della Frezza 17 presso l’Avvocatura Centrale dello stesso Istituto,

rappresentato e difeso, anche disgiuntamente, dagli Avv.ti Riccio

Alessandro, Nicola Valente e Giuseppina Giannico per procura in atti;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza n. 60/06 della Corte di Appello di

Palermo del 12.01.2006 – 8.05.2006 nella causa n. 362 R.G. 2005;

Udita la relazione nella pubblica udienza del 25.05.2010 svolta dal

Consigliere Dott. De Renzis Alessandro;

sentito il P.M., in persona del Sost. Proc. Gen. Dott. PATRONE

Ignazio che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso, ritualmente depositato, C.T. conveniva in giudizio l’INPS per sentir ripristinare l’assegno ordinario di invalidita’ previsto dalla L. n. 222 del 1984, che l’ente previdenziale aveva revocato con lettera del 16.05.2003.

All’esito il Tribunale di Agrigento con sentenza n. 126 del 2005 dopo l’espletamento di consulenza tecnica di ufficio accoglieva il ricorso.

Tale decisione, appellata dall’INPS, e’ stata riformata, a seguito del rinnovo della consulenza tecnica, dalla Corte di Appello di Palermo con sentenza n. 60 del 2006, che ha rigettato la domanda originaria della C., ritenendo che le infermita’ riscontrate dal consulente tecnico non determinassero una riduzione della capacita’ lavorativa dell’appellata in occupazioni confacenti alle sue attitudini nei limiti posti dalla L. n. 222 del 1984 (meno di un terzo).

La C. ricorre per Cassazione con un motivo.

L’INPS resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo la ricorrente denuncia omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5).

La C. in particolare sostiene che la Corte territoriale ha prima disposto una consulenza tecnica e poi, acriticamente, sulla scorta delle risultanze della stessa, ha riformato la decisione di primo grado, senza tenere in alcuna considerazione tutte le altre risoluzioni peritali, che anch’essa aveva letto.

Orbene, aggiunge la ricorrente, una accurata valutazione di tutte le risultanze mediche avrebbe potuto far evidenziare le sue condizioni psico – fisiche conseguenti alla malattia neoplastica sofferta, che erano tali da menomare grandemente e permanentemente le capacita’ di lavoro in occupazioni confacenti alle proprie abitudini.

Le esposte doglianze sono prive di pregio e vanno disattese.

L’impugnata decisione non si e’ limitata a riportare puramente e semplicemente le risultanze peritali del secondo consulente, ma ha proceduto – in modo puntuale – all’esame delle patologie descritte nella relazione di consulenza, escludendo la loro incidenza sull’attivita’ lavorativa di artigiana – puliziera. La C. da parte sua ha mosso critiche del tutto generiche a tale consulenza, non contrastando gli accurati accertamenti contenuti in essa con precisi elementi probatori in ordine a carenze o deficienze diagnostiche e limitandosi ad opporre un diverso apprezzamento.

Trattasi in ogni caso di valutazione di merito non censurabile in sede di legittimita’, come piu’ volte ribadito da questa Corte, la quale ha osservato che nel giudizio in materia di invalidita’ i lamentati errori e lacune della consulenza sono suscettibili di esame unicamente sotto il profilo del vizio di motivazione dell’impugnata sentenza, quando siano riscontrabili carenze e deficienze diagnostiche o affermazioni scientificamente errate e non gia’ quando si prospettino semplici difformita’ tra la valutazione del consulente circa l’entita’ e l’incidenza del dato patologico e la valutazione della parte (Cass. 11 gennaio 2000, n. 225; Cass. 8 agosto 1998, n. 7798; Cass. 9 gennaio 1992, 142). In questo quadro la denuncia dell’erroneita’ delle valutazioni del quadro anamnestico e della natura delle affezioni si risolve in una censura non ammissibile in sede di legittimita’, e cio’ alla stregua del richiamato indirizzo giurisprudenziale in ordine alla necessita’ di indicazione di precise carenze e deficienze diagnostiche, il che non e’ dato riscontrare, come gia’ si e’ detto, nel caso di specie, in cui si prospetta un diverso apprezzamento del requisito sanitario e della sua incidenza sulla capacita’ lavorativa.

2. In conclusione il ricorso e’ destituito di fondamento e va rigettato.

Ricorrono giustificate ragioni per compensare le spese del giudizio di cassazione, in considerazione della particolarita’ della fattispecie, cha ha comportato il rinnovo di indagini peritali.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e compensa le spese.

Cosi’ deciso in Roma, il 25 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 1 luglio 2010

 

 

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