Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15648 del 04/06/2021

Cassazione civile sez. I, 04/06/2021, (ud. 20/04/2021, dep. 04/06/2021), n.15648

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 16811/2020 proposto da:

D.B., rappresentato e difeso dall’Avv. Rossella Scandurra,

come da procura speciale su foglio separato ed allegato al ricorso

per cassazione, ed elettivamente domiciliato presso lo studio

dell’Avv. Vittorio Grieco, in Roma, via Archimede, n. 72;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro in carica,

domiciliato ex lege in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato;

– intimato –

e

Ufficio Territoriale del Governo di Ascoli Piceno, nella persona del

Prefetto pro tempore, domiciliato ex lege in Roma, Via dei

Portoghesi, 12, presso gli uffici dell’Avvocatura Generale dello

Stato;

– intimato –

avverso il decreto del Giudice di pace di Ascoli Piceno n. 43/2020,

del 9 giugno 2020, notificato in pari data;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20/04/2021 dal consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Con decreto del 9 giugno 2020, il Giudice di pace di Ascoli Piceno ha confermato il decreto di espulsione emesso dalla Prefettura di Ascoli Piceno del 27 gennaio 2020 nei confronti di D.B., nato in (OMISSIS), nonchè l’ordine del Questore della Provincia di Ascoli Piceno di intimazione a lasciare il territorio nazionale.

2. Il Giudice di pace ha rilevato che la Commissione territoriale di Forlì aveva respinto la domanda di protezione internazionale con provvedimento del 31 marzo 2006; che in data 9 ottobre 2017, il ricorrente era stato destinatario di un provvedimento di espulsione adottato dal Prefetto di Rimini; che in data 13 giugno 2018 il ricorrente aveva reiterato la domanda di protezione internazionale che la Commissione territoriale di Forlì aveva dichiarato inammissibile in data 14 marzo 2019 perchè le dichiarazioni dell’interessato non valevano a rendere la domanda diversa da quella precedentemente inviata; che in data 14 marzo 2019 il Prefetto di Ascoli Piceno aveva emesso un provvedimento di espulsione ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 14, comma 5 ter affidandone l’esecuzione al Questore, il quale gli aveva concesso il termine di sette giorni per lasciare il territorio nazionale; che il 14 ottobre 2019 il ricorrente aveva reiterato nuovamente la domanda di protezione internazionale presso la Questura di Ascoli Piceno che veniva dichiarata inammissibile ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 29 bis.

3. Il Giudice di pace ha rigettato il ricorso, contestualmente affermando che la procedura amministrativa seguita per emanare il decreto di espulsione e per l’adozione del provvedimento di esecuzione si erano svolte in osservanza delle disposizioni di legge e che la domanda di protezione reiterata in ogni caso non aveva potuto essere presa in considerazione in quanto proposta in fase di esecuzione del decreto di espulsione, alla luce di quanto previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 29 bis; inoltre, ha evidenziato che la condizione di clandestinità del ricorrente comportava che il decreto di espulsione costituisse un atto a contenuto vincolato, la cui adozione non richiedeva l’accertamento e la valutazione da parte del Prefetto della ricorrenza di ulteriori ragioni giustificative dell’adozione della misura.

4. D.B. ricorre per la cassazione del provvedimento con atto affidato a cinque motivi.

5. Le Amministrazioni intimate non hanno svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione di legge per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5; la violazione di legge, in particolare degli artt. 10 e 13 Cost. per illegittimità costituzionale del respingimento e del combinato disposto del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 e art. 19 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione di legge in relazione all’art. 1A della Convenzione di Ginevra del 1951 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 in quanto erroneamente era stata esclusa l’applicabilità delle citate disposizioni normative a seguito di una superficiale valutazione della situazione del ricorrente, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, poichè nel caso in esame sussisteva la gravità relativa alla situazione politica del Paese di origine, tale da far ritenere la sussistenza di un pericolo grave per l’incolumità della persona.

3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, e della L. n. 241 del 1990, art. 21 octies in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5; la violazione di legge per difetto formale dell’atto espulsivo; la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2 bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., commi 3 e 5, essendo il decreto di espulsione mancante della sottoscrizione del Prefetto e non vi era prova dell’esistenza di una delega scritta da parte del Prefetto al suo vice alla emanazione del decreto; il Giudice di pace, inoltre, aveva compiuto una istruttoria superficiale, omettendo una valutazione comparativa del diritto alla vita privata del ricorrente con l’interesse pubblico alla sua espulsione.

4. Con il quarto motivo il ricorrente lamenta la violazione di legge per eccesso di potere da parte della P.A. e, in particolare, dell’art. 97 Cost., per mancato rispetto dei criteri generali del miglior contemperamento degli interessi e del minor danno per i destinatari dell’azione amministrativa, avendo la P.A. omesso di verificare la presenza eventuale di elementi che impedivano il rigetto della domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e avendo respinto la domanda reiterata senza tenere conto che il rientro in patria impediva l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione; che la Questura di Ascoli Piceno non era l’organo predisposto ad esprimersi in materia di inammissibilità di istanze reiterate la cui competenza spettava alla Commissione territoriale di Ancona e che la notifica del provvedimento era avvenuta in assenza di un traduttore.

5. Con il quinto motivo il ricorrente lamenta la violazione di legge, in particolare dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; la violazione o falsa applicazione di norme di diritto in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1 e art. 5, comma 6, e all’art. 3 CEDU, avendo errato il Giudice di Pace nell’applicazione della normativa sul divieto di respingimento verso la frontiera del soggetto nei cui confronti era ipotizzabile la condizione di rifugiato.

6. Il primo e il quinto motivo, che vanno trattati unitariamente perchè i profili di censura sono in parte ripetitivi e sovrapponibili, sono inammissibili.

6.1 Le censure relative all’esecuzione dell’espulsione, sono inammissibili, poichè le regole sull’esecuzione dell’espulsione amministrativa dello straniero, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 5, non hanno alcuna incidenza sulla legittimità del decreto prefettizio di espulsione, atteso che eventuali difformità attinenti all’esecuzione rilevano in sede di sindacato della convalida dell’accompagnamento o del trattenimento non legittimi, ma non in ordine al parametro alla stregua del quale deve essere valutata la legittimità del decreto di espulsione, desumibile unicamente dal medesimo D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2 (Cass., 16 dicembre 2019, n. 33171).

6.2 E’ pure inammissibile l’ulteriore profilo di censura relativo alla violazione del divieto di refoulement, perchè questione nuova proposta per la prima volta in questa sede.

Nel giudizio di cassazione, infatti, non si possono prospettare nuove questioni di diritto ovvero nuovi temi di contestazione che implichino indagini e accertamenti di fatto non effettuati dal giudice di merito, nemmeno se si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 13 giugno 2018, n. 15430) e, in quest’ottica, il ricorrente ha l’onere di riportare, a pena d’inammissibilità, dettagliatamente in ricorso gli esatti termini della questione posta al giudice di merito (Cass., 9 luglio 2013, n. 17041).

7. Il secondo motivo è inammissibile perchè, oltre che del tutto generico e non contenente specifiche censure sul contenuto del provvedimento impugnato, non rispetta le prescrizioni sulle modalità di deduzione del vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come individuate dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza 7 aprile 2014, n. 8053, che ha chiarito che “la parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale (emergente dalla sentenza) o extratestuale (emergente dagli atti processuali), da cui ne risulti l’esistenza, il come ed il quando (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti”.

8. Il terzo motivo è infondato, pur non potendosi condividere interamente, la motivazione della sentenza impugnata, che va pertanto corretta, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c., risultando il dispositivo conforme al diritto.

8.1 Questa Corte, infatti, con riferimento all’ordinanza ingiunzione di pagamento di somme a titolo di sanzione amministrativa emessa dal Prefetto, ha statuito il principio, applicabile anche nel caso in esame, che l’opponente, il quale deduca l’illegittimità del provvedimento per insussistenza della delega di firma in capo al funzionario che, in sostituzione del prefetto o del vice-prefetto vicario, ha emesso il provvedimento, ha l’onere di provare detto fatto negativo; sicchè, ove non riesca a procurarsi la pertinente relativa attestazione da parte dell’Amministrazione, il ricorrente è tenuto comunque a sollecitare il giudice ad acquisire informazioni ex art. 213 c.p.c., ovvero ad avvalersi dei poteri istruttori di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 23, comma 6, presso l’Amministrazione medesima, la quale non può esimersi dalla relativa risposta, con l’ulteriore conseguenza che, se l’opponente rimanga del tutto inerte processualmente, la presunzione di legittimità che assiste il provvedimento sanzionatorio non può reputarsi superata (Cass., 22 agosto 2018, n. 20972).

E ciò sulla base dell’ulteriore principio che il decreto di espulsione dello straniero dal territorio dello stato emesso dal Viceprefetto aggiunto, a ciò delegato dal Viceprefetto Vicario o dal Prefetto, senza che nell’atto sia menzionata la delega è, comunque, valido, essendo sufficiente che tale delega sussista e sia stata conferita prima dell’adozione del provvedimento (Cass., 29 marzo 2018, n. 7873).

9. Il quarto motivo è pure infondato, dovendosi correggere, anche in questo caso, la motivazione, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c..

9.1 Ed invero, il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 7, comma 2, lett. e), conforme all’art. 41, par. 1, lett. b), della direttiva 2013/32/UE, dispone che non sussiste il diritto a rimanere nel territorio nazionale fino alla decisine della Commissione territoriale ai sensi dell’art. 32, in capo a coloro che “manifestano la volontà di presentare un’altra domanda reiterata a seguito di una decisione definitiva che considera inammissibile una prima domanda reiterata ai sensi dell’art. 29, comma 1, o dopo una decisione definitiva che respinge la prima domanda reiterata ai sensi dell’art. 32, comma 1, lett. b) e b-bis)”.

9.2 Nel caso in esame, come si legge a pag. 2 del provvedimento impugnato, il ricorrente aveva presentato la domanda per il riconoscimento della protezione internazionale che era stata respinta con provvedimento del 31 marzo 2016; in data 13 giugno 2018, il ricorrente aveva reiterato la domanda di protezione internazionale che la Commissione territoriale di Forlì aveva dichiarato inammissibile il 14 marzo 2019 ed, ancora, il richiedente aveva reiterato nuovamente la domanda di protezione internazionale presso la Questura di Ascoli Piceno il 14 ottobre 2019 che veniva dichiarata inammissibile.

Il tenore normativo dell’art. 7 richiamato osta, pertanto, al diritto del ricorrente a rimanere nel territorio nazionale.

10. In conclusione, il ricorso va rigettato.

Nessuna statuizione va assunta sulle spese, perchè le Amministrazioni intimate non hanno svolto difese; non si fa luogo al raddoppio del contributo unificato trattandosi di processo esente.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 20 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2021

 

 

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