Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15638 del 15/07/2011

Cassazione civile sez. I, 15/07/2011, (ud. 01/02/2011, dep. 15/07/2011), n.15638

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI Maria Grazia – Presidente –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – rel. Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

S.M.R., S.M.T., S.C.,

CONSORZIO NEBIOLO, in persona del legale rappresentante pro tempore,

WEB ITALIA s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore,

ARBEN s.p.a. in liquidazione (già Arben s.p.a.), in persona del

legale rappresentante pro tempore, MOVIMENTO s.r.l., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliati in Roma,

via N. Paganini 1, presso l’avv. Clarizia Renato, che li rappresenta

e difende, insieme con gli avvocati Giovanni Nicolini e Francesco

Paolo Fiore, per procure in atti;

– ricorrenti –

contro

BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA s.p.a. in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, viale

Mazzini 88, presso l’avv. Barberis Giorgio, che la rappresenta e

difende, insieme con l’avv. Carlo Tabellini, per procura in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Torino n. 249/09 in

data 17 febbraio 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’1 febbraio 2011 dal relatore, cons. Stefano Schirò;

uditi, per i ricorrenti, l’avv. Francesco Paolo Fiore, che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso, e, per la controricorrente, l’avv.

Giorgio Barberis, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

alla presenza del P.M., in persona del sostituto procuratore

generale, dott.ssa ZENO Immacolata che nulla ha osservato.

Fatto

LA CORTE

A) rilevato che è stata depositata in cancelleria, ai sensi dell’art 380 bis c.p.c., la seguente relazione comunicata al Pubblico Ministero e notificata ai difensori delle parti:

“IL CONSIGLIERE RELATORE, letti gli atti depositati;

Ritenuto che:

1. S.M.R., S.M.T., S.C., Consorzio Nebiolo; Web Italia s.r.l., Arben s.p.a. e Movimento s.r.l.

hanno proposto ricorso per cassazione, sulla base di sei motivi, nei confronti del Monte dei Paschi di Siena s.p.a. avverso la sentenza n. 249/09 del 17 febbraio 2009, con la quale la Corte di appello di Torino ha rigettato l’appello dai medesimi proposto avverso la sentenza del Tribunale di Torino in data 30 ottobre 2007, che aveva respinto la loro domanda di risarcimento dei danni conseguenti al protesto, ritenuto illegittimo, di alcuni assegni bancari;

1.1. la banca intimata ha resistito con controricorso;

Osserva:

2. con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, e art. 156 c.p.c., comma 2, e deducono la nullità della sentenza di primo grado, che aveva riportato solo parzialmente le conclusioni delle parti, omettendo quelle relative alle richieste istruttorie, sulle quali il Tribunale medesimo non si era comunque pronunciato;

– con il secondo motivo si denuncia nullità della sentenza per motivazione illogica e contraddittoria, in quanto la Corte d’appello, pur avendo preso atto che la stessa banca MPS aveva ammesso di aver erroneamente comunicato al notaio che aveva levato il protesto la causale del mancato pagamento (mancanza di autorizzazione ad emettere assegni, anzichè mancanza di fondi), ha poi mandato assolto la banca medesima da ogni responsabilità;

– con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1176 c.c. e si deduce che erroneamente la Corte d’appello ha ritenuto che i comportamenti della banca non abbiano integrato la grave violazione dei doveri di diligenza e correttezza professionale di cui all’art. 1176 c.c.;

– con il quarto motivo i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione della L. n. 386 del 1990, artt. 9, 9 bis e 10 bis e degli artt. 62 e 63 della L. Ass., per non avere la Corte di merito ritenuto che i comportamenti della banca abbiano comportato l’inosservanza delle norme richiamate;

– con il quinto motivo si denunciano violazione di legge e omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla mancata ammissione di mezzi di prova su fatti controversi e decisivi;

– con il sesto motivo si denuncia violazione della disciplina e dei principi sulla determinazione delle spese a carico della parte soccombente, nonchè contraddittorietà e illogicità della sentenza sul punto;

3. il primo motivo appare inammissibile, in quanto il quesito di diritto formulato ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., applicabile alla fattispecie ratione temporis, si risolve nel mero e generico interpello della Corte in ordine alla censura così come illustrata ed alla violazione di determinate norme di legge, ma non contiene la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal giudice di merito e della diversa regola di diritto che, ad avviso dei ricorrenti, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie (Cass. S.U. 2008/2658; Cass. 2008/19769; 208/24339); il quesito di diritto, inoltre, e la stessa complessiva censura non sono attinenti, sul punto, alla decisione impugnata, avendo la Corte d’appello ritenuto, con adeguata e logica motivazione, che il Tribunale non ha omesso di pronunciarsi sulle richieste istruttorie, ma ne ha negato l’ammissione attraverso una motivazione implicita, fondata su di una ricostruzione della fattispecie incompatibile con le deduzioni articolate da parte attrice e tale da escludere l’antigiuridicità della condotta della banca convenuta; il quesito di diritto, infine, si basa inammissibilmente su di un apprezzamento, in punto di fatto, delle risultanze di causa difforme da quello compiuto dalla corte territoriale (“non si condivide l’assunto della Corte di Appello che ha ritenuto di rinvenire l’asserita motivazione implicitamente nel corpo della sentenza”);

– il secondo motivo appare inammissibile, in quanto i ricorrenti non hanno illustrato la censura con la chiara indicazione del fatto controverso in ordine al quale la motivazione sarebbe contraddittoria, attraverso un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità e da evitare che all’individuazione di dette ragioni possa pervenirsi solo attraverso la completa lettura della complessiva illustrazione del motivo e all’esito di un’attività di interpretazione svolta dal lettore (Cass. S.U. 2007/20603; Cass. 2007/16002; 2008/8897);

– il terzo, il quarto e il quinto motivo appaiono inammissibili, in quanto, anche con riferimento a tali doglianze, il quesito di diritto si risolve nel mero e generico interpello della Corte in ordine alla censura così come illustrata ed alla violazione di determinate norme di legge, senza contenere la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal giudice di merito e della diversa regola di diritto che, ad avviso dei ricorrenti, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie; il quinto motivo, con riferimento al dedotto vizio di motivazione, appare altresì inammissibile, in quanto i ricorrenti non hanno illustrato il motivo di censura con la chiara indicazione del fatto controverso in ordine al quale la motivazione sarebbe mancante o contraddittoria, o delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renderebbe inidonea a giustificare la decisione, attraverso un momento di sintesi che ne circoscriva puntualmente i limiti; inoltre, con un unico motivo, è stata dedotta genericamente sia la mancanza, che l’insufficienza e contraddittorietà della motivazione, in violazione dell’obbligo di formulare le censure (e quindi anche i quesiti di diritto e i momenti di sintesi ex art. 366 bis c.p.c.) in modo rigoroso e preciso, secondo le regole di chiarezza indicate dall’art. 366 bis c.p.c. (Cass. 2008/9470), evitando doglianze multiple e cumulative (Cass. 2008/5471), così da non ingenerare incertezze in sede di formulazione e di valutazione della loro ammissibilità (Cass. 2008/2652);

– il sesto motivo appare manifestamente infondato, in quanto la parte tenuta a rimborsare alle altre le spese anticipate nel processo è quella soccombente, secondo il principio di causalità, ossia quella che con il comportamento tenuto fuori del processo, ovvero col darvi inizio o resistervi in forme o con argomenti non rispondenti al diritto, abbia dato causa al processo o al suo protrarsi (Cass. 2006/25141); gli stessi ricorrenti, inoltre, hanno dato atto che la condanna alle spese di primo e secondo grado è stata operata in stretta osservanza dei minimi della tariffa forense, mentre, quanto alla doglianza in ordine alla mancata compensazione delle spese, deve ritenersi che la facoltà di disporre la compensazione delle spese processuali tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con espressa motivazione del mancato uso di tale facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancata motivazione (Cass. S.U. 2005/14989);

4. alla stregua delle considerazioni che precedono e qualora il collegio condivida i rilievi in precedenza formulati, si ritiene che il giudizio possa essere trattato in camera di consiglio ai sensi degli artt. 375 e 380 bis c.p.c.”; B) osservato che i ricorrenti S.M.R., Web Italia s.r.l. e Arben s.r.l. in liquidazione (già Arben s.p.a.) hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. e che, a seguito della discussione sul ricorso tenuta nella camera di consiglio, il collegio ha condiviso le argomentazioni esposte nella relazione, non inficiate dalle argomentazioni difensive svolte dai menzionati ricorrenti in detta memoria, in dissenso dalla relazione di cui sopra, limitatamente alle censure articolate con il terzo, quarto e quinto motivo;

ritenuto che tali argomentazioni non forniscono elementi di giudizio che non siano già stati valutati nella relazione stessa e non conducono a differenti conclusioni, concretizzandosi nella mera obiezione che i quesiti di diritto formulati sono connotati da caratteri di pertinenza, esemplarità e specificità e corrispondono al modello legale delineato dall’art. 366 bis c.p.c.; che deve invece ribadirsi che i quesiti di diritto in questione, oltre a basarsi inammissibilmente sull’apprezzamento delle risultanze di causa in punto di fatto difforme da quello compiuto dalla corte di merito, (in particolare per quanto riguarda la segnalazione del nominativo di S.M.R. all’archivio CAI, segnalazione ritenuta non provata dalla Corte di appello alle pagine 10 e 20 della sentenza impugnata e invece richiamata dai ricorrenti nella formulazione dei quesiti di diritto illustrativi del terzo e del quarto motivo), non solo non tengono conto delle argomentazioni poste dai giudici di appello a fondamento della decisione impugnata, risultando così pretermessa l’indicazione, almeno sintetica, della regola di diritto applicata dal giudice del merito, ma non forniscono neppure l’indicazione dell’opinione dei ricorrenti sull’esatta lettura e/o applicazione delle norme violate, restando per tali ragioni i quesiti medesimi privi del requisito dell’esemplarità, ossia dell’attitudine a divenire principi regolatori di casi analoghi, come invece richiesto proprio dalla giurisprudenza richiamata dai ricorrenti nella memoria depositata (cfr. Cass. S.U. 2009/3695); rilevato altresì che, quanto al vizio di motivazione dedotto con il quinto motivo di ricorso, le osservazioni svolte dai ricorrenti nella memoria depositata non forniscono elementi di giudizio che consentano di superare i rilievi mossi nella relazione in atti, per quanto concerne la mancanza della chiara indicazione del fatto controverso in ordine al quale la motivazione sarebbe carente o contraddittoria, o delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renderebbe inidonea a giustificare la decisione, attraverso un momento di sintesi che ne circoscriva puntualmente i limiti, e la generica e contestuale prospettazione sia della mancanza che dell’insufficienza e della contraddittorietà della motivazione, in violazione dell’obbligo di formulare le censure in modo rigoroso e preciso, secondo le regole di chiarezza indicate dall’art. 366 bis c.p.c.;

considerato che pertanto, in base alle osservazioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato e che le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo, in relazione al valore della controversia, pari a cento milioni di Euro, secondo l’ammontare della domanda risarcitoria formulata dai ricorrenti (v. conclusioni delle parti appellante riportate nell’epigrafe della sentenza impugnata).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna in solido i ricorrenti al pagamento in favore della controricorrente Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in Euro 232.935,00, di cui Euro 232.735,00 per onorari, oltre a spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 1 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2011

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