Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15633 del 30/06/2010

Cassazione civile sez. III, 30/06/2010, (ud. 20/05/2010, dep. 30/06/2010), n.15633

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 7116/2009 proposto da:

VESCAR SRL in persona del legale rappresentante, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA DEI LEVII 29, presso lo studio

dell’avvocato FRANCO ADRIANO CARMELO, rappresentata e difesa

dall’avvocato FIORESTA Raffaele, giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

B.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GASPARE

SPONTINI 22, presso lo studio dell’avvocato LEONARDO BRASCA,

rappresentato e difeso dall’avvocato DE SETA Benedetto, giusta

delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 60/2009 del TRIBUNALE di CATANZARO del 9.1.09,

depositata il 19/01/2009;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20/05/2010 dal Consigliere Relatore Dott. RAFFAELE FRASCA.

E’ presente il P.G. in persona del Dott. RICCARDO FUZIO.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

quanto segue:

p.1. La Vescar s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7, avverso la sentenza del 19 gennaio 2009, con la quale il Tribunale di Catanzaro, investito da B.G., di due opposizioni promosse in successione fra loro, avverso l’esecuzione forzata mobiliare iniziata in suo danno dalla Vescar con un pignoramento del (OMISSIS), previa qualificazione delle stesse come riconducibili per un motivo all’art. 615 c.p.c. e per altro motivo all’art. 617 c.p.c., le ha rigettate quanto al primo motivo e le ha accolte quanto al secondo.

Al ricorso ha resistito con controricorso il B..

p.2. Essendo il ricorso soggetto alle disposizioni di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006 e prestandosi ad essere trattato con il procedimento di cui all’art. 380 bis c.p.c. nel testo anteriore alla L. n. 69 del 2009, è stata redatta relazione ai sensi di detta norma, che è stata notificata agli avvocati delle parti e comunicata al Pubblico Ministero presso la Corte.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

quanto segue:

p.1. Nella relazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., sono state svolte le seguenti considerazioni:

“(…) 3. – Il ricorso propone un motivo con cui si deduce violazione ed errata applicazione dell’art. 518 c.p.c.; violazione dell’art. 156 c.p.c.. Omessa motivazione su un punto decisivo (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5). Il quesito con cui si conclude e la sua illustrazione palesano, innanzitutto, che esso concerne la decisione impugnata esclusivamente quanto all’accoglimento dell’opposizione agli atti, riguardo alla quale parte ricorrente è soccombente.

Il motivo è formalmente articolato in più censure, ma sostanzialmente è da considerare unico, tenuto conto che: a) la violazione delle due norme indicate è denunciata per evidenziare un unico errar in iure: b) il vizio di omessa motivazione formalmente dedotto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in realtà non concerne la ricostruzione della quaestio facti, bensì la motivazione in iure relativa all’applicazione delle due norme di cui si denuncia la violazione.

A conclusione dell’illustrazione il requisito di cui all’art. 366 bis c.p.c. è così articolato: dica l’Ecc.ma Corte di Cassazione se il termine per il deposito del verbale di pignoramento imposto all’ufficiale giudiziario dall’art. 518 c.p.c., sia di carattere ordinatorio e se la sua inosservanza sia sfornita di sanzione, con possibilità quindi, per il giudice dell’esecuzione, una volta effettuato il deposito, di disporre legittimamente la vendita dei beni pignorati. Dica, altresì, se il deposito tardivo del verbale di pignoramento, avendo raggiunto lo scopo cui era destinato, cioè consentire al G.E. (ed all’esecutato) di verificare il titolo, la tempestività e la validità del pignoramento, impedisca, ai sensi dell’art. 156 c.p.c., comma 3, la declaratoria di nullità o di inefficacia eventualmente e per ipotesi ravvisabili. Di seguito si indica un (preteso) fatto controverso su cui la motivazione mancherebbe, che sarebbe costituito dalla natura del termine de quo.

Parte resistente ha contestato l’idoneità di questa formulazione ad assolvere all’onere di cui all’art. 366 bis c.p.c., assumendo che si sarebbe in presenza di quesiti multipli. L’eccezione è infondata: poichè il motivo prospetta due diverse censure, tenuto conto che denuncia la violazione di due norme di diritto, correttamente propone due distinti quesiti, diretti a riassumere il modo in cui dette norme sarebbero state violate. Inoltre, là dove l’eccezione invoca Cass. n. 5471 del 2008, che si è occupata del motivo con cui si deduca vizio di violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, sottolineando che occorre formulare il requisito dell’art. 366 bis c.p.c., separatamente per l’uno e per l’altro, non coglie nel segno: distinguere è proprio quello che ha fatto parte ricorrente. Peraltro. inutilmente quanto all’indicazione del preteso fatto controverso, che conferma l’insussistenza di un’effettiva deduzione di un simile vizio, atteso che la natura del termine cui si allude concerne una quaestio iuris.

3.1.- Ciò premesso, il ricorso appare fondato.

3.2. E’ necessario premettere quale era stato il motivo posto a base delle due successive opposizioni agli atti proposte dal B..

Con il motivo posto a base della prima opposizione e riconducibile all’art. 617 c.p.c., il B. aveva dedotto che l’Ufficiale Giudiziario, eseguito il pignoramento il (OMISSIS), aveva depositato il verbale del soltanto il 28 novembre 2003 e quindi, oltre il termine previsto dall’art. 518 c.p.c., u.c. (nel testo dell’articolo anteriore alla sostituzione operata dalla L. n. 52 del 2006, art. 6). Aveva, quindi, sostenuto che per tale ragione il pignoramento sarebbe stato invalido.

Il Giudice dell’Esecuzione, dopo aver rigettato l’istanza di sospensione dell’esecuzione (proposta – evidentemente – anche e soprattutto in ragione del motivo di opposizione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., che qui non interessa), con ordinanza del 14 giugno 2004, pronunciata dopo l’udienza di comparizione ai fini della fase sommaria, oltre a rilevare che non erano fondate le contestazioni svolte a sostegno dell’opposizione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., provvedendo – evidentemente ai sensi dell’art. 618 c.p.c., comma 2, nel testo allora vigente – rilevava che il termine di cui all’art. 518 era ordinatorio e disponeva la vendita dei beni pignorati, rimettendo le parti ad altra udienza per la prosecuzione del giudizio con la cognizione piena su entrambe le opposizioni.

3.3. La seconda opposizione veniva proposta dal B. contro la detta ordinanza e, in riferimento ad essa, il Giudice dell’Esecuzione, rilevando che erano proposte le stesse questioni giù prospettate con l’altra opposizione, quanto alla doglianza ai sensi dell’art. 518 e.p.c. ribadiva l’avviso già espresso in ordine al carattere ordinatorio del termine colà previsto. Questa seconda opposizione veniva poi riunita alla prima.

3. – Con la sentenza qui impugnata, il Tribunale, nel decidere l’opposizione agli atti esecutivi quanto alle conseguenze dell’inosservanza del termine di cui all’art. 518 c.p.c., u.c., invocando il precedente della Corte, di cui a Cass. n. 15278 del 2003, ha ritenuto che quell’inosservanza non avesse inciso sì sulla validità del pignoramento, ma, valorizzando l’affermazione di quella decisione che essa determina solo l’impossibilità di provvedere sull’istanza di vendita e si riflette sugli atti successivi, ha accolto l’opposizione agli atti, dichiarando la nullità del provvedimento emesso dal Giudice dell’Esecuzione il 14 giugno 2004, con cui era stata disposta la vendita, nonchè degli atti ad esso conseguenti.

4. – La decisione appare errata, siccome sostiene nel suo motivo parte ricorrente. Essa appare frutto di un’erronea lettura del citato precedente, o meglio delle implicazioni della sua motivazione.

In essa si è testualmente affermato quanto segue: “l’inosservanza del termine per il deposito da parte dell’ufficiale giudiziario del verbale di pignoramento e del titolo esecutivo determina una irregolarità che, senza incidere sulla validità de pignoramento, comporta l’impossibilità di provvedere sull’istanza di vendita, con la conseguenza che la suddetta irregolarità, che si riflette sugli atti successivi, deve essere fatta valere, con l’opposizione di rito ex art. 617 c.p.c., entro il termine di cinque giorni dalla notificazione dell’ordinanza di fissazione dell’udienza di comparizione delle parti innanzi al giudice dell’esecuzione (arg. da Cass. n. 6675/92)”.

Il richiamo a Cass. n. 6675 del 1992, pur non spiegato, si giustifica perchè nel caso deciso da questa sentenza veniva in rilievo un’ipotesi in cui sì era preteso di far valere l’inosservanza del termine di deposito del verbale di pignoramento come causa determinativa della nullità del pignoramento e dell’ordinanza di fissazione della vendita direttamente nell’udienza di vendita. La Corte, di fronte a questa prospettazione affermò che entrambe le nullità avrebbero dovuto essere fatte valere nei cinque giorni dalla comunicazione dell’ordinanza di vendita, così come aveva ritenuto il giudice di merito. Come risulta dalla motivazione in chiusura (punto 3.) ritenne, invece “assorbito l’esame delle rimanenti doglianze con le quali era stata denunciata sia la propagazione della nullità del verbale di pignoramento, sia quella connessa alla mancata osservanza del termine di ventiquattro ore per il deposito dello stesso verbale di pignoramento da parte dell’ufficiale giudiziario procedente”. La Corte, dunque, non prese alcuna posizione nè sulla questione della idoneità del tardivo deposito a determinare la nullità de pignoramento sia e soprattutto – sulla sua idoneità a determinare nullità successive.

5. – Sotto tale profilo, lo stato della giurisprudenza della Corte, in base alle due pronunce, può sintetizzarsi in questi termini:

a1) è certo – per averlo affermato Cass. n. 152.78 del 2003 – che il tardivo deposito non determina retroattivamente la nullità del pignoramento;

a2) è certo che prima che sia avvenuto il deposito non può essere emessa l’ordinanza di vendita e, dunque, se viene emessa si verifica una nullità;

a3) nulla sarebbe stato detto – almeno all’apparenza – sul se il deposito tardivo del verbale comporti di per sè una nullità che preclude l’emissione dell’ordinanza di vendila e, quindi, la rende illegittima se emessa, come ha sostanzialmente affermato l’impugnata sentenza.

In realtà, il dato certo di cui sub a 2) dovrebbe implicare automaticamente una risposta negativa al quesito sub a3), nel senso cioè che, depositato il verbale tardivamente, il corso del processo esecutivo può senz’altro proseguire, perchè precluso è che possa andare avanti solo se il deposito non è avvenuto e fino a che non è avvenuto.

5.1. – La giustificazione di questa affermazione implica alcune considerazioni sulla funzione del deposito del verbale di pignoramento e sul perchè il legislatore abbia voluto che esso avvenga entro ventiquattro ore dal pignoramento, previsione che è rimasta (nel comma 6) anche dopo la sostituzione dell’art. 518 operata dalla L. n. 52 del 2006.

Sotto il profilo funzionale il deposito, dovendo il processo esecutivo svolgersi sotto il controllo e la direzione del giudice dell’esecuzione, assolve alla funzione di determinare l’investitura dell’ufficio del giudice dell’esecuzione, come dimostra il secondo inciso dell’art. 518, u.c. (ed ora del sesto comma), il quale prevede che “il cancelliere al momento del deposito forma il fascicolo dell’esecuzione”.

Quanto alla ratio del breve termine imposto all’ufficiale giudiziario, essa si deve rinvenire, nel vigore del testo dell’art. 518 c.p.c., che è applicabile nella specie, nella circostanza che, attraverso il deposito, la parte del processo esecutivo, cioè segnatamente il debitore, ma anche eventualmente il creditore, sono messi in condizione (al di là della possibile rilevazione di eventuali inesattezze ed infedeltà) di ottenere riscontro di eventuali irregolarità e nullità occorse in sede di operazioni di pignoramento, al fine di farle valere. Senza poter estrarre copia del verbale, eventuali opposizioni agli atti che si volessero proporre, pur potendosi immaginare che talune irregolarità o nullità siano state direttamente riscontrabili dalla parte, se presente al pignoramento, non sarebbero, infatti, argomentatali e dimostrabili. E’ per tale ragione che si vuole che il deposito sia immediato. Si vuole, cioè garantire alla parte che intanto ha subito il pignoramento o l’ha ottenuto in termini diversi da quelli sperati, di poter immediatamente interloquire con la tutela giurisdizionale oppositiva.

Che questa fosse la ralla dell’art. 518 in parte qua è ora confermato dalla nuova previsione introdotta nell’art. 518, comma 6, sostituito dalla L. n. 52 del 2006, della possibilità del creditore e del debitore di chiedere all’ufficiale giudiziario di trasmettere copia del verbale.

individuata la ratio della previsione del deposito nei termini appena indicati, i rilievi che si possono fare sono due:

aa) il termine per far valere eventuali nullità ed irregolarità del pignoramento con un’opposizione agli atti, se la loro conoscenza si sia verificata all’atto del pignoramento (perchè, ad esempio, era presente il debitore o il creditore) si deve ritenere decorra dal pignoramento stesso;

bb) ove eventuali nullità non fossero state conoscibili all’atto del pignoramento, ma fossero state rilevabili solo dal verbale del pignoramento, fermo che nessuna possibilità vi sarebbe di rilevarle fino a che il deposito non sia avvenuto, deve reputarsi che, nel vigore dell’art. 518, anteriormente alla ricordata sostituzione, non essendo prevista la comunicazione del deposito del verbale, si doveva sostenere che esse fossero rilevabili solo al momento dell’emanazione di un atto successivo del processo esecutivo, cioè della comunicazione dell’ordinanza di vendita (salvo che la parte non avesse conosciuto comunque il verbale accedendo di sua iniziativa all’ufficio ed estraendone copia), mentre, nel vigore dell’art. 518 nuovo testo, può valere la stessa soluzione, a meno che la parte non abbia chiesto ed ottenuto il rilascio di copia (nel qual caso il termine decorrerebbe dalla detta ricezione).

6. – Fatte queste precisazioni, si può a questo punto vedere quali conseguenze si debbano annettere al deposito omesso ed a quello tardivo come tale.

Sembra da ribadire che in mancanza di deposito (ferma l’ininfluenza di essa sul pignoramento) il processo esecutivo non può aver corso e, quindi, se lo ha, il provvedimento con cui il corso avviene, cioè l’ordinanza dispositiva della vendita è nulla e può essere impugnata con l’opposizione agli atti per questa ragione. Se l’impugnazione avviene – il che, evidentemente, potrà avvenire da parte del debitore – il successivo deposito che dovesse aver luogo non sembra possa spiegare effetti retroattivi di salvezza dell’ordinanza di vendita. Ciò, appare contrario al sistema delle nullità del processo esecutivo ed al modo di essere del rimedio cognitivo che contro di esse è apprestato, il quale deve arrestarsi a constatare se la nullità denunciata si è verificata ed era esistente al momento dell’introduzione del processo di opposizione agli atti. Ove tale verifica sia positiva, la constatazione di sopravvenienze eliminatrici della situazione che determinava la nullità può solo comportare che il processo esecutivo possa riprendere il suo corso, se del caso proprio con la rinnovazione dell’atto nullo, che la stessa opposizione avrà accertato dovuta. E, quindi, occorrerà che venga emessa una nuova ordinanza di vendita.

Ora, nella specie l’ordinanza di vendita è stata emessa in presenza di deposito tardivo e, quindi, i rilievi appena svolti non vengono in evidenza. Inoltre, l’opposizione agli atti si era limitata denunciare la tardività del deposito, ma nulla aveva eccepito su pignoramento come tale (a parte l’erronea prospettazione ch’esso dovesse essere travolto retroattivamente). Non si erano denunciate, nemmeno, nullità od irregolarità emergenti solo dall’esame del verbale.

In tale situazione bene il Giudice dell’Esecuzione aveva, dunque, provvedendo ai sensi dell’art. 618 c.p.c., comma 2, ritenuto che la tardività del deposito fosse sostanzialmente una irregolarità – tra l’altro addebitabile all’ufficiale giudiziario – rimasta innocua, perchè non era stato compiuto alcun atto del processo esecutivo prima di esso e segnatamente non era stata emessa l’ordinanza di vendita. E, quindi, correttamente, dovendo provvedere sul corso del processo esecutivo, quel giudice ritenne doversi disporre la vendita.

Del tutto erroneamente il Tribunale ha, invece, in sede decisoria ritenuto di trasformare il deposito tardivo in una sorta di evento che, impedendo ai giudice dell’esecuzione di emettere l’ordinanza di vendita e, quindi, di dare impulso al processo esecutivo, assumerebbe in buona sostanza il valore di determinare una sorta di improcedibilità del processo esecutivo e, quindi, la sua chiusura.

Non solo nessuna norma lo prevede, ma una simile conseguenza non e nemmeno ricostruibile ragionando con il criterio della funzionalizzazione del depositi) tempestivo ad uno scopo tale che, una volta non avvenuto il deposito tempestivamente, non possa essere più raggiunto, sì da integrare una irregolarità o nullità idonea a propagarsi al successivo sviluppo del processo esecutivo. E’ sufficiente osservare che l’essere avvenuto il deposito tardivamente può rilevare solo, nei sensi di cui si è detto, ai fini dell’eventuale possibilità di fare ancora valere nullità del pignoramento non riscontrabili all’atto della sua esecuzione. Il precedente di cui a Cass. n. 15278 del 2003 è stato così frainteso dal Tribunale.

7. – La sentenza impugnata sembra, pertanto, da cassare e, poichè parrebbero ricorrere le condizioni per la decisione nel merito, a seguito della cassazione sembra possibile decidere nel merito con il rigetto delle due opposizioni agli atti, il che comporterà la reviviscenza dell’ordinanza di vendita e degli eventuali atti successivi del processo esecutivo”.

p.2. Il Collegio condivide le argomentazioni e le conclusioni della relazione, alle quali nulla è necessario aggiungere.

Il ricorso è, dunque, accolto e la sentenza impugnata è cassata quanto alla statuizione di accoglimento delle opposizioni ai sensi dell’art. 617 c.p.c., sulla base del seguente principio di diritto: “Nel regime dell’art. 518 c.p.c. anteriore alla sostituzione operata dalla L. n. 52 del 2006, il deposito tardivo del verbale di pignoramento non determinava alcuna nullità e, quindi, non impediva il prosieguo del processo esecutivo, salva la possibilità per il debitore, qualora soltanto dal suo esame, fossero emerse irregolarità o nullità del pignoramento non conosciute o non potute conoscere anteriormente, di farle valere con l’opposizione agli atti avverso il pignoramento”.

Sussistendo le condizioni per la decisione nel merito, la Corte, pronunciando sulle opposizioni proposte dal qui resistente ai sensi dell’art. 617 c.p.c., le rigetta entrambe, con le conseguenze indicate nella relazione ai lini del processo esecutivo opposto.

La statuizione sulle spese della sentenza impugnata è travolta dalla cassazione parziale e la decisione nel merito sulle opposizioni agli atti comporta la necessità di provvedere in questa sede. Attesa la sussistenza di una totale infondatezza delle opposizioni, sia per il profilo ai sensi dell’art. 615 c.p.c. (come già ritenuto dalla sentenza impugnata), sia per quello ai sensi dell’art. 617 c.p.c., la soccombenza è totalmente riferibile al qui resistente, che, pertanto, va condannato al pagamento delle spese.

Ai fini della loro liquidazione va tento presente il seguente principio di diritto: “In tema di liquidazione delle spese del giudizio nelle cause di opposizione agli atti esecutivi, nel caso di espropriazione forzata, il valore della causa va determinato, con riferimento alla fase antecedente l’inizio dell’esecuzione, cioè avuto riguardo al valore del credito per cui si procede; invece, con riferimento alla fase successiva all’inizio dell’esecuzione (fatta eccezione per l’ipotesi di opposizione concernente l’intervento di un creditore, nella quale si deve far riferimento al valore del solo credito per il quale l’intervento viene effettuato) va determinato avendo riguardo agli effetti economici dell’accoglimento o del rigetto dell’opposizione predetta; qualora, poi, non sia possibile applicare tale criterio di determinazione del valore, in quanto l’accoglimento od il rigetto non producano effetti economici ben identificabili, la causa va ritenuta di valore pari a quello del bene o dei beni oggetto dell’atto opposto. In ogni caso detto valore della causa non può essere ritenuto superiore nè all’importo del credito totale per cui si procede, nè al valore dei predetti effetti economici, nè al valore del bene o dei beni oggetto dell’atto opposto, liquidate come dalla nota a suo tempo presentata (Cass. n. 12354 del 2006; in senso conforme: Cass. n. 6186 del 2009). Il valore della causa, nella specie, si commisura al valore dei beni esecrati, che era di Euro duemilacento. Da tanto consegue che la nota spese presentata nel giudizio di merito dalla parte qui ricorrente va ridotta al corrispondente scaglione, di modo che i diritti di procuratore vanno liquidati in Euro ottocentosessantasette, milleseicento per onorari e centoottantotto/37 per spese generali, oltre accessori come per legge.

Le spese del giudizio di cassazione possono, viceversa, compensarsi per giusti motivi, che si ravvisano nella circostanza che la questione qui esaminata presentava caratteri di novità nell’ambito della giurisprudenza della Corte.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata quanto all’accoglimento delle opposizioni agli atti ai sensi dell’art. 617 c.p.c., e, in via consequenziale, alla statuizione sulle spese di lite. Pronunciando nel merito quanto a dette opposizioni, le rigetta. Condanna i resistente alla rifusione alla ricorrente delle spese del giudizio di merito, liquidate in Euro ottocentosessantasette, milleseicento per onorari e centoottantotto/37 per spese generali, oltre accessori come per legge. Compensa le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 20 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2010

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