Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15616 del 04/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 04/06/2021, (ud. 26/02/2021, dep. 04/06/2021), n.15616

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. MANCINI Laura – Consigliere –

Dott. SAIEVA Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 27964/2014 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del legale rappresentante p.t.,

rappresentata e difesa ope legis dall’Avvocatura Generale dello

Stato, domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– ricorrente –

contro

S.M., rappresentata e difesa dagli Avv.ti Roberto

Colagrande (p.e.c.: roberto.colagrande.pecordineavvocatilaquila.it)

e Antonio Negrini (p.e.c.: antonio.negrini.brescia.pecavvocati.it)

ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’avv. Colagrande,

in Roma, Viale Liegi, n. 35/B;

– controricorrente –

Avverso la sentenza della Commissione tributarià regionale della

Lombardia, Sezione staccata di Brescia, n. 1709/67/2014 pronunciata

il 3.3.2014 e depositata il 1.4.2014;

Udita la relazione svolta in Camera di Consiglio del 26 febbraio 2021

dal consigliere Dott. Giuseppe Saieva.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. S.M. impugnava l’avviso di accertamento emesso, ai fini IRPEF 2006, dall’Agenzia delle Entrate di Brescia che aveva rideterminato il reddito della contribuente per una plusvalenza accertata a seguito di compravendita di un immobile per un valore dichiarato di Euro 294.000,00, a fronte di un valore definito ai fini dell’imposta di registro dall’acquirente di Euro 369.090,00.

2. La Commissione tributaria provinciale rigettava il ricorso ritenendo di uniformarsi all’orientamento giurisprudenziale secondo cui il valore definito ai fini della imposta di registro non può essere immediatamente utilizzato per accertare plusvalenze non dichiarate ai fini della imposizione diretta, ma crea tuttavia una presunzione legale, che rovescia sul contribuente l’onere di dimostrare di avere venduto il bene ad un prezzo inferiore al valore così determinato.

3. La Commissione tributaria regionale della Lombardia, Sezione staccata di Brescia, con sentenza n. 1709/67/2014 depositata in data 1.4.2014, accoglieva l’appello proposto dalla S., ritenendo che il valore definito ai fini della imposta di registro non può essere legittimamente utilizzato dall’Amministrazione finanziaria come dato presuntivo ai fini dell’accertamento del prezzo pagato dall’acquirente ai fini delle imposte dirette.

4. Avverso tale decisione l’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, cui il contribuente resiste con controricorso.

5. Il ricorso è stato fissato per la camera di consiglio del 26 febbraio 2021, ai sensi degli artt. 375, ult. comma, e 380 bis 1, c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con l’unico motivo di ricorso, l’agenzia ricorrente deduce violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 67 e 68 (TUIR) e dell’art. 2697 c.c.., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) sostenendo che la C.T.R. bresciana, accogliendo l’appello della contribuente, ha erroneamente applicato l’art. 67 del TUIR sul presupposto che “ai fini delle imposte d’atto, conta normativamente il valore commerciale del bene, e non ha nessuna rilevanza il prezzo effettivamente pattuito tra le parti contraenti e che non si possa sostenere che il valore definito ai fini della imposta di registro possa presuntivamente costituire il prezzo pagato dall’acquirente”.

1.2. Il motivo è infondato.

1.3. Seppure questa Corte abbia costantemente affermato come nella fase di accertamento di una plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione a titolo oneroso di immobili, l’Amministrazione finanziaria sia legittimata a procedere in via presuntiva, sulla base dell’accertamento di valore effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro, restando a carico del contribuente l’onere di superare la presunzione di corrispondenza del prezzo incassato col valore di mercato accertato in via definitiva in sede di applicazione dell’imposta di registro, dimostrando di aver in concreto venduto ad un prezzo inferiore, non di meno, essendo ormai mutato il quadro normativo, il principio anzidetto è da ritenere superato.

1.4. Più precisamente, il D.Lgs. n. 147 del 2015, art. 5, comma 3, ha espressamente disposto che: “il testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, artt. 58, 68, 85 e 86 e il D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, artt. 5,5 bis, 6 e 7 si interpretano nel senso che per le cessioni di immobili e di aziende, nonchè per la costituzione e il trasferimento di diritti reali sugli stessi, l’esistenza di un maggior corrispettivo non è presumibile soltanto sulla base del valore, anche se dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro di cui al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, ovvero delle imposte ipotecaria e catastale di cui al D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 347”. In base a tale norma, avente efficacia retroattiva – in quanto pacificamente di interpretazione autentica – deve escludersi che l’Amministrazione finanziaria possa ancora procedere ad accertare, in via induttiva, la plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione di immobile o di azienda solo sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini di altra imposta commisurata al valore del bene, posto che la base imponibile ai fini IRPEF è data non già dal valore del bene, ma dalla differenza tra i corrispettivi percepiti nel periodo di imposta e il prezzo di acquisto del bene ceduto, aumentato di ogni altro costo inerente al bene medesimo. Il riferimento, contenuto nella norma in parola all’imposta di registro ed alle imposte ipotecarie e catastali, svolge una funzione esemplificativa, volta esclusivamente a rimarcare la ratio della norma incentrata sulla non assimilabilità della differente base impositiva ancorata al valore rispetto a quella prevista per l’IRPEF basata sul corrispettivo (cfr. Cass. Sez. 5, 17/05/2017, n. 19227; nonchè più recentemente, Sez. 5, 16/12/2020, n. 28745; Sez. 5, 26/01/2021, n. 1581).

1.5. Questa Corte, in applicazione dello ius superveniens, mutando il precedente orientamento ha statuito che, ai fini dell’accertamento delle imposte sui redditi, l’art. 5 citato esclude che l’Amministrazione possa ancora procedere a determinare, in via induttiva, la plusvalenza realizzata a seguito di cessione di immobile solo sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro (Cass., Sez. 5, 8/05/2019, n. 12131; Sez. 5, 18/04/2018, n. 9513; Sez. 5, 2/08/2017, n. 19227; Sez. 5, 30/03/2016, n. 6135).

1.7. Conseguentemente, come chiarito da questa Corte, Sez. 5, n. 2610 del 30 gennaio 2019, l’automatica trasposizione del valore dato al cespite ai fini dell’imposta di registro in sede di accertamento della plusvalenza per la tassazione IRPEF, non trova più ingresso in sede di valutazione della prova, nel senso che non è possibile ricondurre a quel solo dato il fondamento dell’accertamento, dovendo piuttosto l’Ufficio provvedere ad individuare ulteriori indizi, dotati dei requisiti della gravità, precisione e concordanza, che possano supportare adeguatamente il diverso valore della cessione rispetto a quanto dichiarato dal contribuente.

2. Il ricorso va pertanto rigettato. Le spese, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza, mentre alcunchè va disposto in ordine al versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 trattandosi di ricorso proposto da un’amministrazione dello Stato che, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, è esentata dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (cfr., ex plurimis, Cass. Sez. U., 08/05/2014, n. 9938; Cass. Sez. 6, 29/01/2016, n. 1778).

PQM

La Corte rigetta ricorso e condanna l’Agenzia delle Entrate al rimborso delle spese di giudizio sostenute dalla contribuente che liquida in 2.800,00 Euro, oltre 200,00 Euro per esborsi, Iva e Cpa, nonchè rimborso delle spese generali nella misura forfettaria del 15 A).

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2021

 

 

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