Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15612 del 04/06/2021

Cassazione civile sez. II, 04/06/2021, (ud. 04/03/2021, dep. 04/06/2021), n.15612

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2180/2016 proposto da:

D.N.A.P., elettivamente domiciliato in AVEZZANO, VIA

GRAMSCI 18, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO CIACCIA,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE SIMEONE;

– ricorrente –

contro

L.S.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 3118/2015 del TRIBUNALE di TARANTO, depositata

il 14/10/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

04/03/2021 dal Consigliere Dott. LUCA VARRONE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. L.S. proponeva appello avverso la decisione del giudice di pace di Taranto che aveva rigettato la sua domanda di condanna di D.N.A. al pagamento della somma di Euro 3000 che egli assumeva avergli prestato.

Il Tribunale di Taranto accoglieva l’impugnazione e in riforma della sentenza del giudice di pace condannava il D.N. alla restituzione di Euro 3000 che dall’istruttoria si era accertato essergli stati prestati dal L. per l’acquisto di un veicolo Fiat scudo targato (OMISSIS).

In particolare, il Tribunale nella ricostruzione del fatto partiva dai dati non contestati,ovvero i rapporti di amicizia tra il L. e il D.N. e dalla prospettata collaborazione nell’esercizio di un’attività commerciale. Il pagamento del furgone si era collocato temporalmente nel periodo in cui L. aveva ricevuto un finanziamento e il D.N. aveva variato l’attività commerciale. La fattura emessa dalla “nuova automobile” per l’importo di Euro 3000 conteneva un’annotazione circa il pagamento in contanti eseguito da L.S.. Il complessivo quadro probatorio confermava che il L. avesse anticipato la somma occorrente per l’acquisto del mezzo nella prospettiva utilitaristica della collaborazione nella nuova attività commerciale avviata dal D.N.. La mancata concretizzazione di tale lavoro in comune aveva determinato il venir meno della causa giustificativa della soluzione annotata sulla fattura consentendo pertanto al solvens, terzo inadempiente di agire nei confronti dell’acquirente.

In generale ai sensi dell’art. 1180 c.c., il pagamento effettuato dal terzo estingue l’obbligazione del debitore ma non attribuisce al terzo medesimo un titolo che gli consenta di agire nei confronti del debitore allo scopo di ripetere la somma versata, essendo necessario a tal fine che sia allegato e dimostrato il rapporto sottostante tra terzo e debitore. Nella specie tale rapporto doveva ricercarsi nel finanziamentotessendo il pagamento del veicolo avvenuto nella prospettiva di un’iniziativa economica comune con il D.N. e dunque a titolo di finanziamento.

2. D.N.A.P. ha proposto ricorso per cassazione avverso la suddetta sentenza sulla base di 10 motivi.

3. L.S. è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso è così rubricato: omesso esame dell’eccezione di inammissibilità e improcedibilità dell’appello e, gradatamente, violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in via ulteriormente gravata (violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c.. Tutte le censure sono relative all’eccepita inammissibilità e improcedibilità dell’appello per omessa indicazione della ricostruzione in fatto.

Il Tribunale, nonostante l’eccezione formalizzata con la comparsa di costituzione e risposta ha liquidato sbrigativamente la questione affermando l’ammissibilità dell’appello senza soffermarsi sulle ragioni di fatto e di diritto per le quali riteneva di respingere l’eccezione.

Il ricorrente propone la suddetta censura come vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, come omessa pronuncia sotto il profilo della violazione di legge e della mancanza di motivazione oltre che di violazione dell’art. 342 c.p.c.

1.2 Il primo motivo è infondato.

La Corte d’Appello ha accolto il gravame proposto dal L. e ciò implica necessariamente il rigetto dell’eccezione di inammissibilità dell’appello. In proposito è sufficiente richiamare la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale: “Non ricorre il vizio di omessa pronuncia, nonostante la mancata decisione su un punto specifico, quando la decisione adottata comporti una statuizione implicita di rigetto sul medesimo (Nella specie, la S.C. ha ravvisato il rigetto implicito dell’eccezione di inammissibilità dell’appello nella sentenza che aveva valutato nel merito i motivi posti a fondamento del gravame)” Sez. 5, Ord. n. 29191 del 2017.

2. Il secondo motivo di ricorso è così rubricato: omesso esame sul fatto decisivo su cui le parti hanno discusso, violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione al valore probatorio di fattura non riconosciuta dall’emittente.

Il Tribunale avrebbe fondato il proprio convincimento, tra gli altri elementi sulla fattura numero (OMISSIS) emessa dalla “nuova automobile” di D.S.R. per l’importo di Euro 3000, contenente un’annotazione circa il pagamento in contanti eseguito da L.S.. Il suddetto documento non aveva valore documentale, nè poteva essere considerato alla stregua di una scrittura privata, trattandosi, invece, di un documento proveniente da un terzo e senza valore di scrittura contabile. Tale documento era stato contestato dalla difesa sin dal primo grado, sia nel contenuto, sia nella sua accezione di documento non probatorio. Peraltro, nella sentenza non si riferisce della prova testimoniale di D.S.M. che non ricordava il pagamento in contanti e, dunque, risulterebbe violato anche l’art. 115 c.p.c..

3. Il terzo motivo di ricorso è così rubricato: violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in riferimento all’emergenza della prova testi.

La sentenza del Tribunale di Taranto sarebbe viziata per non aver considerato nel complesso probatorio la circostanza che D.S.R. e altri testimoni avevano dichiarato di non aver visto il L. pagare il furgone, anche in questo caso risulterebbe violato l’art. 115 c.p.c..

4. Il quarto motivo di ricorso è così rubricato: violazione e falsa applicazione degli artt. 153 e 345 c.p.c., in riferimento alla tardiva produzione del decreto di rinvio a giudizio.

Il Tribunale avrebbe tratto il suo convincimento, tra l’altro, anche dal decreto di rinvio a giudizio per il reato di cui all’art. 640 c.p.c., che era stato prodotto tardivamente dopo lo spirare del termine di cui all’art. 320 c.p.c..

Il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione anche dell’art. 183 c.p.c., comma 6, art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in riferimento all’ammissibilità del decreto di rinvio a giudizio.

L’esame del documento non sarebbe stato preceduto dalla motivazione circa la sua ammissibilità. Il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 27 Cost. e dell’art. 116 c.p.c., per aver valutato il decreto di rinvio a giudizio tra gli elementi probatori. Peraltro, dovendosi presumere innocente il D.N. rispetto ai fatti riportati nel decreto di rinvio a giudizio, tale decreto non poteva essere posto a fondamento della decisione.

5. Il quinto motivo di ricorso è così rubricato violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., per aver invertito l’onere della prova.

Il Tribunale avrebbe invertito l’onere della prova, essendo l’attore a dover provare i fatti costitutivi della domanda e quindi tale onere non doveva essere posto a carico del D.N..

6. Il sesto motivo di ricorso è così rubricato: violazione e falsa applicazione dell’art. 2729 c.c., nell’esaminare elementi presuntivi.

Il quadro probatorio delineato dal Tribunale avrebbe carattere meramente indiziario, basandosi esclusivamente su presunzioni senza il carattere della gravità, precisione e concordanza di cui all’art. 2729 c.c.. La medesima censura è formulata anche in relazione alla violazione e falsa interpretazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per omessa motivazione.

Il giudice non avrebbe indicato il percorso logico giuridico che lo ha portato a ritenere che il presunto pagamento eseguito dal D.N. costituisse un’anticipazione a favore del ricorrente e non piuttosto un apporto di capitale per la comune attività economica evidentemente intrapresa.

La medesima censura è posta, inoltre, come omesso esame di una questione decisiva sulle quale le parti hanno discusso in relazione al rapporto sottostante intercorso tra le parti. A parere del ricorrente, tutte le prove inducevano a ritenere non sussistente un rapporto di mutuo, quanto piuttosto una compartecipazione in un’associazione o società semplice e dunque un conferimento in natura del furgone quale bene strumentale nell’attività di impresa. A tal fine il ricorrente richiama il contenuto delle testimonianze e anche dell’interrogatorio formale del L..

6.1 I motivi dal secondo al sesto, che possono essere esaminati congiuntamente stante la loro evidente connessione, sono inammissibili in quanto hanno tutti ad oggetto la ricostruzione in fatto della vicenda e richiedono una diversa valutazione delle risultanze istruttorie.

In particolare, il documento contestato attestava che il pagamento era stato effettuato dal L. in contanti. Ne consegue che rispetto a tale circostanza non rilevano le censure mosse dal ricorrente circa il fatto che il medesimo documento provenisse da un

terzo e non avesse valore di scrittura privata o contabile. Sul punto la sentenza è ampiamente motivata e non vi è stata alcuna violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 4. Peraltro la circostanza non è neanche contestata, tanto che nel ricorso si chiede di qualificare il pagamento effettuato dal L. come conferimento del socio piuttosto che come prestito al D.N..

In ogni caso deve ribadirsi che, ai fini del rispetto della prescrizione desumibile dal combinato disposto dell’art. 132, n. 4 e degli artt. 115 e 116 c.p.c., non si richiede al giudice del merito di dar conto dell’esito dell’avvenuto esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettategli, ma di fornire una motivazione logica ed adeguata all’adottata decisione, evidenziando le prove ritenute idonee e sufficienti a suffragarla ovvero la carenza di esse. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata (a prescindere dal confronto con le risultanze processuali). Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella motivazione apparente, nel contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili e nella motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (cfr. S.U. 8053/2014).

Quanto alle restanti censure il ricorrente tende ad una rivalutazione in fatto della vicenda mediante una diversa lettura delle fonti di prova complessivamente considerate. Deve richiamarsi in proposito il seguente principio di diritto: “L’esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonchè la valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata”. (Sez. 1, Sent. n. 16056 del 2016).

La Corte di merito, senza alcuna inversione dell’onere probatorio, ha effettuato una valutazione complessiva delle risultanze istruttorie sufficientemente e logicamente argomentata, fondando il proprio convincimento, non solo sul documento sopra indicato, ma in base al complessivo materiale istruttorio, sicchè le censure proposte mirano ad una impropria revisione del giudizio di fatto precluso in sede di legittimità. Come si è detto, la valutazione delle prove, il giudizio sull’attendibilità dei testi e la scelta, tra le varie risultanze istruttorie, di quelle più idonee a sorreggere la motivazione involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale è libero di formare il suo convincimento utilizzando gli elementi che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti, essendo limitato il controllo del giudice della legittimità alla sola congruenza della decisione dal punto di vista dei principi di diritto che regolano la prova (Cfr. Cass., Sez. 1, sentenza n. 11511 del 23 maggio 2014, Rv. 631448; Cass., Sez. L, sentenza n. 42 del 7 gennaio 2009, Rv. 606413; Cass., Sez. L., sentenza n. 2404 del 3 marzo 2000, Rv. 534557).

Quanto alla censura relativa all’utilizzo probatorio del decreto di rinvio a giudizio deve evidenziarsi che il giudice dell’appello elenca tutte le risultanze probatorie ai fini della ricostruzione fattuale della vicenda. In particolare, nell’ambito di tale ricostruzione, il suddetto documento rappresenta solo un elemento aggiuntivo senza alcun carattere di decisività nella motivazione. La Corte d’Appello, infatti, fa riferimento all’insieme degli elementi certi che enumera in cinque punti (pag. 2 e 3 della sentenza impugnata), affermando poi che il complessivo quadro probatorio emergente da tali elementi coincide con l’imputazione a carico del D.N. per il reato di cui all’art. 640 c.p.. Il Tribunale di Taranto, infine, fa riferimento anche alle massime di esperienza dei rapporti tra privati nella formazione del suo convincimento circa la ricostruzione dei fatti oggetto del giudizio.

A tal proposito deve ribadirsi che rientra nel potere discrezionale – come tale insindacabile – del giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, apprezzare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. Tale operazione, che suppone un accesso diretto agli atti e una loro delibazione, non è consentita davanti alla S.C., neanche quando il giudice di merito abbia posto alla base del suo apprezzamento massime di esperienza, potendosi in tal caso esercitare il sindacato di legittimità solo qualora il ricorrente abbia evidenziato l’uso di massime di esperienza inesistenti o la violazione di regole inferenziali (Sez. L, Sent. n. 18665 del 2017).

7. Il settimo motivo di ricorso è così rubricato: violazione e falsa applicazione delle norme sull’interpretazione dei contratti di cui agli artt. 1362 e 1363 c.c., con riferimento al rapporto negoziale intercorso.

Il Tribunale non avrebbe correttamente valutato il comportamento del L. dopo la conclusione del contratto in violazione dell’art. 1362 c.c., comma 2.

Il ricorrente richiama ulteriormente le prove testimoniali, affermando nuovamente che il rapporto doveva qualificarsi come compartecipazione e non come finanziamento anche perchè il L. aveva ammesso di aver pagato la metà dell’assicurazione semestrale del furgone, contegno incompatibile con la figura del finanziatore e più confacente alla figura dell’associato. Dunque, dal comportamento complessivo delle parti, anche dopo la conclusione del negozio/doveva ritenersi che con il denaro del L. fosse stata creata una società a composizione paritaria.

8. L’ottavo motivo di ricorso è così rubricato: violazione e falsa interpretazione degli artt. 1380 c.c. e segg. e art. 1813c.c., dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per aver erroneamente ritenuto essere intercorso un rapporto di mutuo.

La censura attiene alla ricostruzione della vicenda in termini di finanziamento sul presupposto di una pregressa amicizia tra le parti e all’applicazione alla fattispecie dell’art. 1280 c.c., con adempimento dell’obbligazione da parte del terzo. In realtà il furgone era stato acquistato solo dal L. che lo aveva fittiziamente intestato in capo al ricorrente. Peraltro, non sarebbe stata dimostrata l’esistenza di un rapporto sottostante tra il terzo adempiente e il debitore. Tale rapporto sottostante non poteva essere ricondotto ad un mutuo ma più ad un rapporto societario.

8. I motivi settimo e ottavo, che possono essere trattati congiuntamente stante la loro evidente connessione, sono inammissibili.

Il ricorrente richiede una diversa interpretazione del rapporto negoziale intercorso tra le parti ma l’attività di interpretazione è rimessa al giudice del merito quale tipico accertamento in fatto, normalmente incensurabile in sede di legittimità, salvo che nelle ipotesi di omesso esame di un fatto decisivo e oggetto di discussione tra le parti, alla stregua del c.d. “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nella formulazione attualmente vigente, ovvero, ancora, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, previsti dagli artt. 1362 c.c. e segg. (Cass. n. 14355 del 2016, in motiv.). Il sindacato di legittimità può avere, quindi, ad oggetto solamente l’individuazione dei criteri ermeneutici del processo logico del quale il giudice di merito si sia avvalso per assolvere i compiti a lui riservati, al fine di verificare se sia incorso in vizi del ragionamento o in errore di diritto (Cass. n. 23701 del 2016). Pertanto, al fine di riscontrare l’esistenza dei denunciati errori di diritto o vizi di ragionamento, non basta che il ricorrente faccia, com’è accaduto nel caso di specie, un astratto richiamo alle regole di cui agli artt. 1362 c.c. e segg., occorrendo, invece, che specifichi, per un verso, i canoni in concreto inosservati e, per altro verso, il punto e il modo in cui il giudice di merito si sia da essi discostato (Cass. n. 7472 del 2011; più di recente, Cass. n. 27136 del 2017). Ne consegue l’inammissibilità del motivo di ricorso che, come quelli in esame, pur denunciando la violazione delle norme ermeneutiche o il vizio di motivazione, si risolva, in realtà, nella mera proposta di una interpretazione diversa rispetto a quella adottata dal giudice di merito (Cass. n. 24539 del 2009), così come è inammissibile ogni critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca nella sola prospettazione di una diversa valutazione ricostruttiva degli stessi elementi di fatto da quegli esaminati (Cass. n. 2465 del 2015, in motiv.). In effetti, per sottrarsi al sindacato di legittimità sotto i profili di censura dell’ermeneutica contrattuale, quella data dal giudice al contratto non dev’essere l’unica interpretazione possibile o la migliore in astratto, ma solo una delle possibili e plausibili interpretazioni, per cui, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni (plausibili), non è consentito alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (Cass. 16254 del 2012; conf., più di recente, Cass. 27136 del 2017).

Ne consegue l’inammissibilità della richiesta di una diversa qualificazione giuridica della vicenda come rapporto societario piuttosto che come mutuo.

9. Il nono motivo di ricorso è così rubricato: violazione e falsa applicazione dell’art. 2263 c.c., con riferimento alla condanna per l’intero importo.

La censura parte dal presupposto che si trattasse di un conferimento in natura all’interno di una società di fatto e che, l’eventuale rimborso del bene dovesse gravare in particolare sui due soci ex art. 2263 c.c..

9.1 Il nono motivo di ricorso è inammissibile.

Il motivo si fonda sul presupposto della qualificazione della vicenda in termini di conferimento del socio e dunque segue la medesima sorte di inammissibilità della censura formulata su tale specifico aspetto.

10. Il decimo motivo di ricorso è così rubricato: appello incidentale sulle spese della sentenza di primo grado nella parte in cui compensatè le spese di lite. Il ricorrente ripropone la domanda contenuta nell’appello incidentale relativamente alle spese del giudizio di primo grado riportando integralmente il motivo di appello.

10.1 Il decimo motivo è assorbito.

Il motivo è espressamente subordinato all’accoglimento dei precedenti motivi di ricorso e, dunque, al rigetto di questi ne consegue il suo assorbimento.

11. Il ricorso è rigettato. Nulla sulle spese non essendosi costituita la controparte intimata.

13. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 4 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2021

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