Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15610 del 04/06/2021

Cassazione civile sez. II, 04/06/2021, (ud. 18/12/2020, dep. 04/06/2021), n.15610

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23282/2019 proposto da:

S.M., rappresentato e difeso dall’avvocato GIOVANNI

VILLARI, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

e contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE DI PALERMO;

– intimata –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MESSINA, depositato il

04/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/12/2020 dal Consigliere ROSSANA GIANNACCARI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. S.M.L., cittadino del Senegal, ricorre per cassazione avverso il decreto dei Tribunale di Messina, con cui è stato rigettato il ricorso avverso la decisione con la quale la Commissione Territoriale di Palermo aveva rigettato la sua domanda di protezione internazionale ed umanitaria.

1.1. Innanzi alla Commissione Territoriale, S.M.L. aveva dichiarato di aver lasciato il proprio paese in seguito ad aggressioni da parte dello zio paterno, con cui era andato a vivere dopo l’allontanamento del padre.

2. Svolgendo quattro motivi, S.M.L. ha chiesto l’annullamento del decreto impugnato.

2.1. Il Ministero dell’interno ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3 e art. 5, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3 e art. 27, comma 1-bis, D.P.R. n. 21 del 2015, art. 6, comma 6 e art. 16, direttiva 2013 UE, art. 2, comma 1, lett. g, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; si censura l’apparenza della motivazione in ordine alla credibilità del ricorrente, affidata all’opinione soggettiva del giudicante in violazione dei criteri legali previsti del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, oltre all’omesso accertamento delle condizioni del Senegal.

2. Con il secondo motivo lamenta la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. b) e c), oltre all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per non avere il Tribunale tenuto conto del pericolo che il richiedente avrebbe corso in caso di rientro a causa delle minacce subite dallo zio, considerata l’assenza di tutela da parte della polizia locale.

3. Con il terzo motivo di ricorso, si deduce la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, oltre all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio per avere il Tribunale omesso di valutare la sua vicenda personale nel paese di transito.

4. Con il quarto motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in quanto il provvedimento impugnato non avrebbe valutato la condizione di personale vulnerabilità del ricorrente e non avrebbe compiuto il necessario giudizio comparativo tra la sua situazione di partenza in Bangladesh e l’attuale livello di integrazione in Italia.

4.1. I motivi, che per la loro connessione, possono essere trattati congiuntamente, sono inammissibili.

4.2. In tema di credibilità del ricorrente relativamente al riconoscimento dello status di soggetto meritevole di protezione sussidiaria, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. b), il Tribunale non è pervenuto ad un giudizio di inattendibilità della vicenda narrata ma ha ritenuto che l’fatti narrati attenessero alla sfera personale e familiare e fossero quindi estranei al perimetro della protezione internazionale.

4.3. Come affermato da questa Corte, le liti tra privati per ragioni proprietarie, familiari ecc., non possono essere addotte come causa di persecuzione o danno grave, trattandosi di “vicende private” estranee quindi al sistema della protezione internazionale. Infatti ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, gli atti configurabili come persecutori (per motivi di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche, appartenenza a gruppi sociali) o come causa di danno grave sono la condanna a morte o l’esecuzione della pena di morte; la “tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante”; la “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, atti i cui responsabili devono essere lo Stato, i partiti, le organizzazioni che controllano lo Stato o una parte consistente del suo territorio (Cassazione civile sez. VI, 01/04/2019, n. 9043). Un’interpretazione che estenda il riferimento del legislatore ai “soggetti non statuali” richiede l’allegazione relativa all’incapacità dello Stato di accordare adeguata tutela al richiedente la protezione internazionale; essa verrebbe a porsi in contrasto con il principio per cui “i rischi a cui è esposta in generale la popolazione o una parte della popolazione di un paese di norma non costituiscono di per sè una minaccia individuale da definirsi come danno grave”, fermo restando che ai cittadini di paesi terzi e apolidi può essere “concesso di rimanere nel territorio di uno Stato membro non perchè bisognosi di protezione internazionale, ma per motivi caritatevoli o umanitari riconosciuti su base discrezionale” dagli Stati membri.

4.4. L’allegazione da parte del richiedente che in un Paese di transito (nella specie la Libia) si consumi un’ampia violazione dei diritti umani, senza evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione, perchè l’indagine del rischio persecutorio o del danno grave in caso di rimpatrio va effettuata con riferimento al Paese di origine o alla dimora abituale ove si tratti di un apolide. Il paese di transito potrà tuttavia rilevare (direttiva Ue n. 115 del 2008, art. 3) nel caso di accordi comunitari o bilaterali di riammissione, o altra intesa, che prevedano il ritorno del richiedente in tale Paese (Cassazione civile sez. I, 07/08/2019, n. 21145).

4.5.Quanto alla domanda di protezione umanitaria, l’inesistenza di un quadro di controindicazioni al rimpatrio risulta essere stato motivatamente affermato in difetto dell’esistenza di una situazione di vulnerabilità del richiedente, sulla scorta di una valutazione comparativa che ha tenuto conto della sua situazione oggettiva e soggettiva, della situazione del Paese di origine e dei motivi che ne avevano determinato l’allontanamento, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Cass., S.U., n. 29459/2019).

4.6. Nè particolari situazioni di vulnerabilità sono direttamente riferibili alla persona del richiedente; al riguardo, va infatti ribadito come la condizione per il rilascio di un permesso di natura umanitaria risieda nella valutazione di una situazione concreta di vulnerabilità da proteggere, alla luce degli obblighi costituzionali ed internazionali gravanti sullo Stato italiano, riferita ad elementi strettamente personali, che sia la conseguenza dalla grave violazione dei diritti umani dell’interessato nel paese di provenienza.

4.7. Tale situazione non è integrata da ragioni di natura economica o di ripartizione della ricchezza tra la popolazione, occorrendo, appunto, che tale condizione di vulnerabilità sia l’effetto della grave violazione dei diritti umani subita nel Paese di provenienza, in conformità del disposto degli artt. 2, 3 e 4 CEDU (Cass. n. 28015 del 2017; n. 26641 del 2016), e che, comunque, il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale (Cass. n. 4455 del 2018).

5. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

5.1. Non deve provvedersi sulle spese non avendo il Ministero svolto un’effettiva attività difensiva in quanto il controricorso si limita a contenere affermazioni generiche e di stile.

5.2. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte di Cassazione, il 18 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2021

 

 

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