Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15585 del 04/06/2021

Cassazione civile sez. III, 04/06/2021, (ud. 20/01/2021, dep. 04/06/2021), n.15585

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 33972/2019 proposto da:

Z.U., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PANAMA 86, presso

lo studio dell’avvocato ANDREA MELUCCO, rappresentato e difeso

dall’avvocato SONIA RAIMONDI, per procura speciale in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 1369/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 01/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20/01/2021 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Z.U., proveniente dal Bangladesh, ha proposto un ricorso articolato in quattro motivi, notificato il 22 novembre 2019, per la cassazione della sentenza n. 1369/2019 emessa dalla Corte d’appello di Venezia e pubblicata in data 1 aprile 2019.

Il Ministero dell’interno ha depositato tardivamente una comunicazione con la quale si è dichiarato disponibile alla partecipazione alla discussione orale.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in adunanza camerale non partecipata.

Il ricorrente, secondo la ricostruzione da lui stesso compiuta in primo grado e riferita nel ricorso, fuggiva dal Bangladesh per aver subito violenze e minacce da parte dei cugini. Questi ultimi avevano già aggredito il padre del ricorrente (poi morto a causa del terrore causatogli, la stessa sera dell’aggressione, per un attacco di cuore) perchè questi aveva ereditato delle proprietà da suo padre, pur essendo figlio adottivo. Il ricorrente aveva provato a rivolgersi alle autorità del Paese ma senza risultato; denunciava che la situazione era divenuta per lui insostenibile per i continui attacchi subiti da parte dei parenti e riferiva che in un incendio causato dagli stessi cugini era rimasto ucciso un suo fratello disabile.

Giunto in Italia, chiedeva il riconoscimento della protezione internazionale. La domanda veniva rigettata dalla Commissione territoriale.

Anche il tribunale rigettava le domande proposte in via giurisdizionale dal ricorrente.

La Corte d’appello di Venezia confermava il rigetto dichiarando l’appello manifestamente infondato. Innanzitutto condivideva la decisione del Tribunale sul punto della non credibilità del narrato e della assenza di persecuzione statale ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato. Escludeva la configurabilità di una situazione di pericolo diffuso in Bangladesh e non reputava ravvisabili i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria ritenendo il richiedente non vulnerabile.

Diritto

RITENUTO

che:

Il ricorso è articolato in quattro censure.

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 112 c.p.c., ovvero dell’art. 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4 e deduce la nullità della sentenza. E’ dedotta la violazione di legge perchè la Corte d’appello – nel diniego della protezione sussidiaria – non ha posto ed indicato a fondamento della propria decisione nessuna COI (Country of Origin Informations), e ciò nonostante il ricorrente, nell’atto d’appello, avesse indicato COI aggiornate sulla base delle quali poter ricostruire la situazione attuale del Bangladesh.

Con il secondo motivo il ricorrente censura la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, commi 3 e 8, nonchè dell’art. 2 Cost. e art. 8 CEDU, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5. Segnatamente, contesta che la Corte d’appello abbia escluso la vulnerabilità del richiedente, senza far alcun accenno al livello di integrazione raggiunto (il ricorrente allega di aver addirittura sottoscritto un contratto di lavoro a tempo indeterminato). Non dando conto del percorso di integrazione intrapreso dal ricorrente nel paese di arrivo, non sarebbe stata compiutamente effettuata la dovuta comparazione fra i due termini, costituiti dalla situazione dei diritti umani nel paese di provenienza e dalla condizione di integrazione raggiunta nel paese di destinazione.

Con il terzo motivo il ricorrente deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, lett. a) e c), in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Censura la violazione dell’obbligo di cooperazione istruttoria in quanto segnala che il giudice avrebbe dovuto porre tutte le domande utili a chiarire le eventuali lacune della narrazione, contribuendo a superarle, senza al contrario limitarsi a constatare e a far esplodere l’esistenza di contraddizioni.

Con il quarto motivo – in cui denuncia la violazione ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.P.R. n. 115 del 2001, art. 136, comma 2 – contesta la ritenuta mala fede del ricorrente nell’agire in giudizio, sulla cui base la sentenza d’appello ha revocato il gratuito patrocinio.

Il primo motivo è fondato e va accolto, con conseguente assorbimento del secondo e del terzo, in quanto il giudice dovrà rinnovare la valutazione sulla protezione sussidiaria, attenendosi ai principi di diritto di seguito enunciati e, ove confermasse sul punto la valutazione di rigetto, dovrebbe comunque rinnovare la valutazione sulla protezione umanitaria, che è meramente residuale e la sussistenza dei cui presupposti deve essere positivamente valutata qualora non vi sia spazio per l’accoglimento delle protezioni maggiori.

Sul punto dell’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la sentenza d’appello si limita, del tutto apoditticamente, a condividere la valutazione del giudice di primo grado, “dovendosi escludere che in tutto il territorio del Bangladesh vi sia una situazione di violenza generalizzata o di conflitto armato o infine di anarchia senza nessun controllo da parte delle autorità”.

La sentenza è priva di alcun riferimento alle fonti di informazione, attendibili ed aggiornate, sulla quale si è fondata la corte nel formare il suo convincimento sul punto, ed afferma che gravasse esclusivamente sul ricorrente l’onere di dimostrare situazioni attuali di insicurezza generale e di assenza di protezione da parte delle autorità statali ovvero il pericolo di essere sottoposto a persecuzioni o a trattamenti inumani o degradanti.

In tal modo, non si conforma, nella applicazione della norma, al principio di diritto già enunciato da questa Corte, secondo il quale in tema di protezione internazionale, il dovere di cooperazione istruttoria del giudice, che è disancorato dal principio dispositivo e libero da preclusioni e impedimenti processuali, se presuppone l’assolvimento da parte del richiedente dell’onere di allegazione dei fatti costitutivi della sua personale esposizione a rischio, comporta però ove tale onere sia stato assolto, il potere-dovere del giudice di accertare anche d’ufficio se, e in quali limiti, nel Paese di origine del richiedente si verifichino fenomeni tali da giustificare l’applicazione della misura, mediante l’assunzione di informazioni specifiche, attendibili e aggiornate, non risalenti rispetto al tempo della decisione, che il giudice deve riportare nel contesto della motivazione, non potendosi considerare fatti di comune e corrente conoscenza quelli che vengono via via ad accadere nei Paesi estranei alla Comunità Europea (vedi in questo senso, tra le altre, Cass. n. 11096 del 2019). La sentenza è invece errata perchè è apodittica e ribalta esclusivamente sul ricorrente l’onere di provare la situazione di fatto del paese, in violazione del dovere di cooperazione istruttoria vigente in materia. In riferimento in particolare all’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), nei giudizi di protezione internazionale, a fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche, di cui si dispone (pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione; il giudice del merito non può, pertanto, limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte (v. Cass. n. 13897 del 2019; Cass. n. 9230 del 2020).

Il quarto motivo è inammissibile.

Il provvedimento di revoca dell’ammissione

al patrocinio a spese dello Stato, comunque pronunciato (sia con separato decreto che all’interno del provvedimento di merito) deve essere sempre considerato autonomo e di conseguenza soggetto al suo, separato, regime di impugnazione ovvero l’opposizione del D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 170 e del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 15. Contro tale provvedimento è ammesso il ricorso ex art. 111 Cost., mentre è escluso che della revoca irritualmente disposta dal giudice del merito possa essere investita la Corte di cassazione in sede di ricorso avverso la decisione. Va quindi dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione contro la revoca dell’ammissione, proposto unitamente all’impugnazione della statuizione di rigetto della domanda di protezione sussidiaria ed umanitaria (in questo senso già Cass. n. 16117 del 2020).

Il primo motivo va quindi accolto, assorbiti il secondo e il terzo, mentre il quarto deve essere dichiarato inammissibile. La sentenza impugnata è cassata e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Venezia in diversa composizione che si atterrà al principio di diritto sopra indicato decidendo anche sulle spese del presente giudizio.

PQM

Accoglie il primo motivo, assorbiti il secondo e il terzo; dichiara inammissibile il quarto.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per la decisione sulle spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello di Venezia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di Cassazione, il 20 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA