Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15555 del 27/07/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. trib., 27/07/2016, (ud. 25/05/2016, dep. 27/07/2016), n.15555

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. LOCATELLI Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8994/2010 proposto da:

INDUSTRIA BOSCHIVA SRL, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA PIETRO DELLA VALLE 4,

presso lo studio dell’avvocato STEFANO GORI, rappresentato e difeso

dall’avvocato PAOLO PASQUALI giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che Io rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 250/2009 della COMM. TRIB. REG. del LAZIO SEZ.

DIST. di LATINA, depositata il 07/04/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

25/05/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE LOCATELLI;

udito per il ricorrente l’Avvocato PASQUALI che ha chiesto

l’accoglimento;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CUOMO Luigi, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

In data 26.7.2004 l’Agenzia delle Entrate emetteva nei confronti della società Industria Boschiva srl un avviso di recupero del credito di imposta di Euro 12.264,68, di cui la società aveva beneficiato a titolo di incentivo per incremento all’occupazione previsto della L. n. 388 del 2000, art. 7. L’avviso di recupero diveniva definitivo per mancata impugnazione.

Seguiva l’emissione della cartella di pagamento, impugnata dalla società davanti alla Commissione tributaria provinciale di Latina che con sentenza n. 142 del 2006 accoglieva il ricorso.

L’Agenzia delle Entrate proponeva appello alla Commissione tributaria regionale del Lazio che lo accoglieva con sentenza del 7.4.2009. Il giudice di appello rilevava che l’impugnazione della cartella di pagamento non era stata proposta per vizi propri dell’atto impugnato, ma per ragioni attinenti al merito dell’atto di recupero divenuto definitivo.

Contro la sentenza di appello Industria Boschiva srl propone ricorso per i seguenti motivi: 1) violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, poichè la sentenza è priva di una reale motivazione; 2) violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19, comma 1, lett. i) e della L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 421, nella parte in cui ha ritenuto l’avviso di recupero di credito di imposta atto impugnabile ai sensi dell’art. 19, lett. i) anzichè ai sensi della L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 421, entrata in vigore con la pubblicazione nella G.0 del 31.12.2004, quindi in data successiva alla notifica dell’avviso di recupero;

3) violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19, nella parte in cui ha ritenuto che l’avviso di recupero di imposta sia atto autonomamente impugnabile a norma del citato art. 19; 4) violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, lett. c) e art. 10, per violazione del principio di chiarezza degli atti e di tutela dell’affidamento nella parte in cui l’avviso di recupero di credito conteneva l’avvertenza che l’atto era impugnabile esclusivamente per vizi propri, e quindi non era chiaramente impugnabile quanto alla legittimità della pretesa.

L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso deve essere rigettato.

1.11 primo motivo è infondato. Ricorre la fattispecie di nullità della sentenza per difetto di conformità al modello previsto dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 (il cui contenuto è replicato del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, n. 4, con riferimento al processo tributario), soltanto nell’ipotesi in cui la sentenza sia accompagnata da una motivazione meramente apparente, tale da non consentire l’individuazione delle ragioni poste dal giudice a fondamento della decisione adottata (Sez. 5, Sentenza n. 13990 del 22/09/2003, Rv. 567045; Sez. U, Sentenza n. 10892 del 07/08/2001, Rv. 548840). Invece, la sentenza impugnata è sorretta da una motivazione sintetica ma effettiva, posto che il giudice di appello ha esplicitato la propria ratio decidendi, espressamente indicata nella circostanza che il ricorso proposto avverso l’atto di riscossione non deduceva vizi propri dell’atto impugnato (cartella di pagamento), ma proponeva censure attinenti alla fondatezza della pretesa impositiva, le quali dovevano essere fatti valere nei confronti del prodromico atto di recupero del credito di imposta.

2. Il secondo e il terzo motivo sono infondati. L’atto di recupero del credito di imposta ha contenuto di atto di revoca di agevolazione fiscale e di atto impositivo, quindi rientra pienamente nella categoria degli atti impugnabili a norma del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, comma 1. L’impugnabilità dell’atto è preesistente all’entrata in vigore della L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 421, che nulla ha innovato sulla natura di atto impositivo dell’ avviso di recupero del credito di imposta, ma lo ha qualificato atto della riscossione, la cui notificazione legittima l’ente impositore a procedere alla riscossione coattiva. In tal senso si è costantemente pronunciata questa Corte, secondo cui gli avvisi di recupero di crediti di imposta illegittimamente compensati, oltre ad avere una funzione informativa dell’insorgenza del debito tributario, costituiscono manifestazioni della volontà impositiva da parte dello Stato al pari degli avvisi di accertamento o di liquidazione e, come tali, sono impugnabili innanzi alle Commissioni tributarie, ai sensi del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19, anche se emessi anteriormente all’entrata in vigore della legge 30 dicembre 2004, n. 311, che ha espressamente annoverato l’avviso di recupero quale titolo per la riscossione di crediti indebitamente utilizzati in compensazione. (Sez. 5, Sentenza n. 28543 del 20/12/2013, Rv. 629514; Sez. 5, Sentenza n. 28543 del 20/12/2013, Rv. 629514Sez. 5, Ordinanza n. 8033 del 07/04/2011, RV. 617699; Sez. 5, Ordinanza n. 4968 del 03/02/2009, Rv. 607069).

3. Il quarto motivo è infondato. Contrariamente all’assunto del ricorrente, l’avvertenza che l’avviso di recupero del credito di imposta è impugnabile per vizi propri significa esattamente che esso è impugnabile per motivi attinenti alla fondatezza e legittimità della pretesa impositiva.

La ricorrente deve essere condannata al rimborso delle spese in favore della Agenzia delle Entrate, liquidate come da dispositivo.

PQM

Rigetta ricorso. Condanna la ricorrente al rimborso delle spese in favore della Agenzia delle Entrate, liquidate in Euro 1.500 oltre eventuali spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 25 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 luglio 2016

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA