Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15533 del 21/07/2020

Cassazione civile sez. trib., 21/07/2020, (ud. 11/02/2020, dep. 21/07/2020), n.15533

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRUCITTI Roberta – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello M. – Consigliere –

Dott. DI PAOLA Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26621-2013 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

CESAT SRL IN LIQUIDAZIONE;

– intimata –

avverso la sentenza n. 441/2012 della COMM. TRIB. REG. Campania SEZ.

DIST. di SALERNO, depositata il 29/11/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

11/02/2020 dal Consigliere Dott. DI PAOLA LUIGI.

Fatto

RILEVATO

che:

con la sentenza impugnata è stata parzialmente confermata la pronuncia della Commissione Tributaria provinciale di Salerno, con la quale – in relazione all’impugnativa proposta dalla Cesat s.r.l. avverso l’avviso (n. (OMISSIS)) con cui, con riferimento all’anno 2003, era stato determinato un reddito di impresa di Euro 22.915.324,00, nonchè il valore della produzione netta di Euro 24.131.353,00, derivanti dal disconoscimento di una minusvalenza di Euro 22.480.000,00, conseguente al compimento di operazioni ritenute elusive realizzate in violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 bis, con conseguente accertamento di maggiori imposte (di Euro 7.643.199,00 a titolo di IRPEG, di Euro 955.400,00 a titolo di IRAP e di Euro 796.000,00 a titolo di IVA) ed applicazione di sanzioni, nonchè contestata una indebita emissione di due note di credito nei confronti di due diverse società – era stato confermato il predetto avviso ad eccezione della parte contenente l’applicazione delle predette sanzioni;

in particolare, con la sentenza impugnata, in difformità da quella di primo grado, sono state dichiarate dovute l’IVA e le sanzioni, da ragguagliare all’imposta evasa di Euro 727.685,45 (e non di 796.000,00, come originariamente contestato);

per la cassazione della decisione ha proposto ricorso l’Agenzia delle Entrate, affidato a quattro motivi;

la Cesat s.r.l. è rimasta intimata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo, l’Agenzia delle Entrate – denunciando violazione e falsa applicazione del D.P.R. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 36 e art. 62, comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – si duole che il giudice di appello abbia reso una statuizione – i.e.: “va riconosciuta, ugualmente, la inapplicabilità delle sanzioni previste dal D.Lgs. n. 471 del 1997, artt. 1,5 e 6” – priva di motivazione, nonchè contenente riferimenti normativi inappropriati, avendo l’Ufficio applicato le sanzioni per infedele dichiarazione ai fini IRPEG ed IRAP, ossia in violazione del D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 1, comma 2;

con il secondo motivo – denunciando violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471, artt. 1,5 e 6, in relazione al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 bis, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 62, comma 1 – lamenta che il predetto giudice abbia ritenuto la non applicabilità delle sanzioni in presenza di operazioni elusive;

con il terzo motivo – denunciando violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 8, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 ed al predetto D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62, comma 1 – si duole che la CTR abbia (ipoteticamente) disapplicato le sanzioni per l’asserita condizione di incertezza – in realtà non sussistente – circa la portata e l’ambito di applicazione della normativa di riferimento;

con il quarto motivo – denunciando violazione e falsa applicazione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, artt. 6 e 26, e del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471, artt. 5 e 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 ed al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62, comma 1, lamenta che la predetta CTR abbia proceduto alla riduzione dell’IVA da recuperare, con conseguente abbattimento delle relative sanzioni, sul presupposto che le fatture emesse dalla società per l’esecuzione dei lavori, a tutto il 31 dicembre 2003, ammontassero a complessivi Euro 6.229.472,33, a fronte di lavori contabilizzati nei S.A.L. per complessivi Euro 5.799.084,46, il che avrebbe legittimato l’emissione di una nota di credito per un importo pari alla differenza tra i lavori fatturati e quelli contabilizzati;

il primo motivo è infondato, attesa la esistenza di una motivazione – pur sintetica e non inficiata dall’erroneità del riferimento normativo menzionato -, del resto esattamente percepita, nella sua portata, dalla ricorrente, per come si desume dal contenuto del successivo motivo dalla medesima formulato;

il secondo motivo è peraltro fondato (con conseguente assorbimento del terzo), poichè “In materia tributaria, il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, che trova fondamento nel D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 bis, secondo il quale l’Amministrazione finanziaria disconosce e dichiara non opponibili le operazioni e gli atti, privi di valide ragioni economiche, diretti solo a conseguire vantaggi fiscali, in relazione ai quali gli organi accertatori emettono avviso di accertamento, applicano ed iscrivono a ruolo le sanzioni di cui al D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 1, comma 2, comminate dalla legge per il solo fatto di avere il contribuente indicato in dichiarazione un reddito imponibile inferiore a quello accertato, rendendo così evidente come il legislatore non ritenga gli atti elusivi quale criterio scriminante per l’applicazione delle sanzioni, che, al contrario, sono irrogate quale naturale conseguenza dell’esito dell’accertamento volto a contrastare il fenomeno dell’abuso del diritto” (così, tra le altre, Cass. 31/12/2019, n. 34750);

è altresì fondato il quarto motivo, in quanto, come esattamente rilevato in ricorso, nessuna norma consente di emettere note di credito nel caso in cui siano rilasciate fatture di acconto in misura superiore all’ammontare dei lavori effettivamente eseguiti o contabilizzati;

in accoglimento del secondo e quarto motivo ricorso, la sentenza impugnata va cassata, con rinvio alla C.T.R. della Campania, Sezione staccata di Salerno, in diversa composizione, per un nuovo esame ed anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo (assorbito il terzo) ed il quarto; cassa la sentenza impugnata nei limiti dei motivi accolti e rinvia alta C.T.R. della Campania, Sezione staccata di Salerno, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 11 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2020

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