Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15516 del 21/07/2020

Cassazione civile sez. trib., 21/07/2020, (ud. 12/11/2019, dep. 21/07/2020), n.15516

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente –

Dott. TINARELLI FUOCHI Giuseppe – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. ANTEZZA Fabio – Consigliere –

Dott. MELE Francesco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22106-2012 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona Direttore pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

M.S., domiciliato in ROMA P.ZZA CAVOUR presso la

cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’Avvocato VINCENZO TARANTO (ex art. 135);

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 189/2011 della COMM.TRIB.REG. della Sicilia

SEZ.DIST. di CATANIA, depositata il 27/06/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/11/2019 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MELE.

Per la cassazione della sentenza della commissione tributaria

regionale della Sicilia sezione staccata di Catania n. 189/18/2011

depositata il 27.6.2011.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12 novembre 2019 dal relatore cons. Francesco Mele.

Fatto

RILEVATO

Che:

– La controversia trae origine dal ricorso proposto da Classimo di S.M. & C. snc avverso cartella di pagamento relativa a tributi riferiti all’anno d’imposta 2001.

– L’Agenzia delle Entrate chiedeva -ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis – il pagamento del dovuto per riduzione dell’IVA dichiarata a credito; chiedeva altresì il pagamento di altra somma a titolo di recupero del credito d’imposta per incentivi alle imprese che assumeva essere stato indebitamente compensato.

– La contribuente, da parte sua, deduceva la violazione della norma di cui al D.P.R. cit., art. 36 bis, la mancanza dei presupposti relativi ai maggiori utilizzi IVA e il difetto di motivazione.

– L’adita commissione tributaria provinciale di Catania rigettava il ricorso sul rilievo -in punto motivazione- della conformità del contenuto della cartella al disposto del D.M. n. 321 del 1999, e -per il resto- del mancato assolvimento dell’onere probatorio (su di essa incombente) da parte della contribuente, che nessun elemento aveva recato in giudizio a conforto della esistenza del credito e della entità dello stesso.

– Proponeva appello la società, evidenziando l’assenza di motivazione dell’atto impositivo e il fatto che il credito indicato per l’anno 2000 si discostasse sensibilmente da quello maturato; resisteva all’appello l’Agenzia che concludeva per la conferma della sentenza di primo grado; con rituale memoria depositata nel giudizio di appello, la contribuente produceva registri IVA anno 2000 e i modelli di pagamento F 24 anni 2001, 2002 e 2003, oltre a relazione di consulenza tecnica di parte recante una esposizione debitoria verso l’Erario di gran lunga più contenuta rispetto all’importo esposto nella cartella di pagamento (poco più di Smila Euro a fronte di oltre 84mila Euro); quanto poi al recupero del credito di imposta, ne eccepiva la illegittimità in quanto nessun avviso era stato in precedenza notificato.

– La commissione tributaria regionale della Sicilia sezione staccata di Catania accoglieva parzialmente il gravame riconoscendo provata la entità del debito verso l’Erario come pari ad Euro 5.277,00 e annullando il recupero del credito d’imposta (indebitamente compensato, secondo l’amministrazione), in quanto non preceduto dal necessario avviso.

– Per la cassazione della predetta sentenza l’Agenzia delle Entrate propone ricorso affidato a quattro motivi.

– Resiste con controricorso la società contribuente, che ha pure depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

– Il ricorso si compone di quattro motivi con cui l’ufficio denuncia: 1) “Nullità della sentenza per violazione degli artt. 132,115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.”; 2) “Violazione di legge per erronea e falsa applicazione combinato disposto D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis e L. n. 388 del 2000, art. 7, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.”; 3) “Violazione D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.”; 4) “Violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, u.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.”.

– Va preliminarmente dichiarata la inammissibilità del controricorso: ai sensi dell’art. 370 c.p.c., questo deve essere notificato al ricorrente nel domicilio eletto entro venti giorni dalla scadenza del termine per il deposito del ricorso; manca l’avviso di ricevimento e conseguentemente non può ritenersi perfezionata la notificazione. La inammissibilità si estende ovviamente alla memoria depositata dalla contribuente.

– Quanto al primo motivo del ricorso, la censura si limita in sostanza alla asserita violazione dell’art. 132 c.p.c. -non ricavandosi dal motivo quali siano le enunciazioni della sentenza gravata che contrastino con le altre disposizioni di legge ivi indicate- violazione ravvisabile in una motivazione “stringata”, in una esposizione “troppo sintetica” dei fatti di causa e dell’iter logico-giuridico seguito, nell’assenza degli “estremi di una motivazione che dia contezza, considerate le opposte ragioni prospettate dalle parti, dell’iter logico-giuridico seguito dal giudice per giungere all’accoglimento del ricorso”. Osserva il collegio che -a parte profili di inammissibilità del motivo derivanti delle considerazioni appena espostela censura avente ad oggetto l’art. 132 c.p.c., che è l’unica desumibile dal motivo in commento, non è accoglibile: invero i fatti di causa sono esposti in maniera esauriente e la motivazione va qualificata come congrua e sufficiente, essendo esplicitate le ragioni di diritto che sorreggono il convincimento della CTR.

– Con il secondo articolato motivo, la ricorrente lamenta, innanzi tutto, che “il credito d’imposta disciplinato dalla L. n. 388 del 2000, art. 7 -incentivi occupazionali- fruibile nell’anno 2001 in via automatica, non era subordinato alla presentazione di un’apposita istanza per l’incremento del numero dei lavoratori dipendenti”. Osserva il collegio che questo primo profilo di censura pecca innanzi tutto di autosufficienza, rilevandosi comunque che la questione -in sentenza inquadrata come “recupero del credito d’imposta per incentivi alle imprese”- è stata decisa (in conformità ad un orientamento giurisprudenziale) in senso favorevole alla contribuente sul rilievo dell’omessa previa notifica di avviso da parte della Amministrazione; inoltre -va sottolineato- la decisione sul punto adottata dalla CTR, appena richiamata, non risulta impugnata dalla ricorrente. La restante parte del mezzo si occupa della cartella di pagamento contenente l’iscrizione a ruolo conseguente ad una maggiore compensazione ai fini IVA; anche tale profilo di censura non è accoglibile, atteso che la CTR ha accertato, sulla scorta della documentazione contabile allegata dalla contribuente oltre che dalla perizia di parte, che la pretesa tributaria dovesse essere rettificata e ridotta, anche in considerazione del fatto che la CTR, nella udienza in cui detta documentazione e detta perizia sono state prodotte, ha disposto -a fronte della presa di posizione dell’ufficio a commento dei predetti documenti (conoscenza dei profili contabili della questione avvenuta solo nella predetta udienza in dipendenza della segnalata produzione documentale)- un differimento della causa proprio al fine di soddisfare la esigenza di approfondimento segnalato dalla Agenzia, la quale tuttavia non faceva seguire contestazioni ed eccezioni di sorta.

Con il terzo motivo, la ricorrente denuncia la illegittimità della sentenza per violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, in quanto sarebbe vietato al giudice di formare il proprio convincimento sulla base di una perizia di parte. Rileva il collegio che un siffatto divieto non è dato rinvenire nella norma citata; inoltre la CTR ha deciso sulla base della “completa documentazione fornita” oltre che della consulenza tecnica di parte, definita, peraltro, “puntuale e motivata”: da qui una motivazione congrua e sufficiente, suffragata da una assenza di contestazione da parte dell’ufficio, per come si è evidenziato nell’esame del precedente motivo.

Con l’ultimo motivo la ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, laddove la sentenza si è pronunciata per la illegittimità della cartella in quanto non preceduta dalla notifica dell’avviso di recupero del credito d’imposta; precisa la ricorrente che la impugnazione di un atto (nella specie cartella di pagamento) può estendersi ad altro atto presupposto non notificato (nella specie avviso di recupero). Osserva il collegio che nella fattispecie tale secondo atto non risulta proprio che sia stato emesso dalla Agenzia: conseguentemente non si vede come di tale atto si possa ritenere l’avvenuta impugnazione in uno con l’atto conseguenziale (cartella), questo sì posto in essere e notificato.

Per le ragioni illustrate il ricorso va rigettato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 12 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2020

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