Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15453 del 30/06/2010

Cassazione civile sez. trib., 30/06/2010, (ud. 07/04/2010, dep. 30/06/2010), n.15453

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato – Presidente –

Dott. BOGNANNI Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.E., C.R., elettivamente domiciliati in ROMA

VIA CICERONE 44, presso lo studio dell’avvocato AGUGLIA BRUNO,

rappresentati e difesi dall’avvocato BARTOLINI ENRICO, giusta delega

in calce;

– ricorrenti –

contro

COMUNE DI TIVOLI;

– intimato –

avverso la sentenza n. 151/2005 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 05/05/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/04/2010 dal Consigliere Dott. SALVATORE BOGNANNI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARESTIA Antonietta che ha concluso per il rigetto.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con distinti ricorsi alla commissione tributaria provinciale di Roma B.E. e C.R. proponevano opposizione avverso gli avvisi di liquidazione, ai fini dell’Ici per gli anni 1993, 1995 e 1996, che il Comune di Tivoli aveva fatto notificare per rettifica del valore di immobili di loro proprietà, determinato in base all’attribuzione di rendita catastale diversa da quella presunta, sicchè veniva richiesta un’imposta maggiore di quella versata, oltre agli interessi e sanzione. Esponevano che l’ente impositore ormai era incorso in decadenza; la rendita definitiva non era stata notificata, e pertanto, poichè esso non poteva avanzare alcuna pretesa, chiedevano l’annullamento degli atti impugnati.

Instauratosi il contraddittorio, il Comune eccepiva l’infondatezza dei ricorsi introduttivi, chiedendone perciò il rigetto.

Quella commissione, riunitili, annullava quegli atti esecutivi solo in parte con sentenza n. 232 del 2003.

Avverso la relativa decisione i contribuenti proponevano appello, cui l’ente pubblico territoriale resisteva, dinanzi alla commissione tributaria regionale del Lazio, la quale rigettava il gravame con sentenza n. 151 del 19.4.2005, osservando che la rettifica era stata effettuata entro il termine previsto, così come prorogato ex D.L. n. 376 del 1998 e L. n. 488 del 1999; inoltre la notifica della rendita definitiva in via autonoma rispetto alla rettifica non era necessaria, trattandosi di periodi d’imposta anteriori al 1.1.2000.

Contro questa pronuncia B. e C. hanno proposto ricorso per cassazione, affidandolo ad un unico motivo, ed hanno depositato memoria.

Il Comune di Tivoli non ha svolto alcuna difesa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col motivo addotto a sostegno del ricorso i ricorrenti deducono violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 11 e L. n. 342 del 2000, art. 74 nonchè omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in quanto la commissione tributaria regionale non ha considerato che la rettifica si basa su rendita annullata nel corso del giudizio dalla CTP con sentenza n. 555/49/02, peraltro prodotta in primo grado, ed indicata in quello di appello, senza tuttavia che i giudici avessero delibato la relativa questione. Invero essa era passata in giudicato, e, pur essendo stata pronunciata in relazione all’anno d’imposta 1994, tuttavia aveva effetto espansivo anche sulle annualità in contestazione, sebbene si trattasse di vizi formali.

Il motivo è, prima che infondato, inammissibile. Invero i ricorrenti hanno denunciato un vizio diverso da quello proponibile e cioè l’omessa motivazione invece della mancata pronuncia su una censura che avevano prospettato, e sulla quale il giudice di appello non ha deliberato. Infatti avrebbero dovuto dedurre la violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, e non l’omessa motivazione, con ciò incorrendo nel vizio di inammissibilità del motivo. Invero la decisione del giudice di secondo grado che non esamini e non decida un motivo di censura della sentenza del giudice di primo grado è impugnabile per cassazione non già per omessa o insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia e neppure per motivazione “per relationem” resa in modo difforme da quello consentito bensì, per omessa pronuncia su un motivo di gravame. Ne consegue, quindi, che, se il vizio è denunciato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 o n. 5 anzichè dell’art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione all’art. 112 c.p.c., il ricorso si rivela inammissibile (Cfr. anche Cass. Sentenze n. 12952 del 04/06/2007, n. 1196 del 2007).

Per quanto le osservazioni che precedono siano assorbenti rispetto alla censura dedotta, tuttavia si rileva che dall’esame diretto della decisione come sopra richiamata, possibile in questa sede, trattandosi di eventuale violazione di norme processuali, la cui osservanza attiene all’interesse pubblico, specie in tema di regiudicata, in realtà non risulta affatto che essa, peraltro prodotta in appello in modo informe, sia passata in giudicato, non essendo munita della relativa prescritta attestazione della segreteria. Pertanto la sentenza relativa all’attribuzione di rendita non può dispiegare alcuna efficacia nel presente procedimento.

Infatti affinchè il giudicato esterno per quanto rilevabile d’ufficio, possa far stato nel processo, in accoglimento della relativa eccezione, la certezza della sua formazione doveva essere provata non solo attraverso la produzione della sentenza posta a fondamento dell’eccezione medesima, completa della motivazione, non potendone risultare la portata dal solo dispositivo, ma soprattutto con quest’ultimo, munito dell’attestazione dell’intervenuto passaggio in giudicato della segreteria, di cui all’art. 124 disp. att. cod. proc. civ., che nella specie invece manca; pertanto nessun rilevo può essere attribuito alla censura proposta dai ricorrenti (V. pure Cass. Sentenze n. 27881 del 24/11/2008, n. 11889 del 2007).

Ne deriva che il ricorso va rigettato.

Quanto alle spese del giudizio, non si fa luogo ad alcuna statuizione, stante la mancata costituzione dell’intimato.

PQM

LA CORTE Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della quinta Sezione civile, il 7 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2010

 

 

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