Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15452 del 26/07/2016


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Cassazione civile sez. II, 26/07/2016, (ud. 17/03/2016, dep. 26/07/2016), n.15452

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MATERA Lina – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22448-202 proposto da:

C.A., (OMISSIS), D.M.F. (OMISSIS), elettivamente

domiciliati in ROMA, PIAZZA ADRIANA 15, presso lo studio

dell’avvocato FRANCESCO FERRAZZA, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato GIUSEPPE GRECO;

– ricorrenti –

contro

M.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

PINTURICCHIO 214, presso lo studio dell’avvocato ALDO VERINI

SUPPLIZI, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

N.R., G.E.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2100/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 12/05/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/03/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO;

udito l’Avvocato Maria CERULO, con delega depositata in udienza

dell’Avvocato FERRAZZA Francesco, difensore dei ricorrenti che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato VERINI SUPPLIZI Aldo difensore del resistente che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI Francesca, che ha concluso per l’inammissibilità o comunque

infondatezza del ricorso.

Fatto

CONSIDERATO in FATTO

D.M.F., quale promissario acquirente dell’immobile di cui in atti, e C.A., designata a beneficiare del promesso acquisto, convenivano nel 1991 innanzi al Tribunale di Roma il prominente venditore M.A. chiedendo la pronuncia di sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c. del trasferimento della proprietà, nonchè la condanna generica della controparte al risarcimento del danno.

Costituitosi il convenuto, chiedendo il rigetto dell’avversa domanda, svolgeva domanda riconvenzionale di accertamento del proprio diritto a recedere dal contatto preliminare nonchè a trattenere la percepita caparra.

Con sentenza n 34010/2003 l’adito Tribunale di prima istanza rigettava la domanda delle parti attrici, nonchè quella riconvenzionale (e quelle, ancora, degli intervenuti G. e N.) disponendo l’integrale compensazione delle spese del giudizio.

Avverso la detta decisione del Giudice di prime cure interponevano appello il D.M. e la C., nonchè il M. che – insistendo per rigetto dell’avverso gravarne – interponeva appello incidentale per la declaratoria del proprio diritto di recesso dal preliminare.

Rimasti contumaci i due intervenuti in primo grado, l’adita Corte di Appello di Roma, con sentenza 2100/2011, rigettava l’appello principale ed, in accoglimento di quello incidentale ed in parziale riforma della gravata decisione, accertava e dichiarava il diritto del M. a recedere dal preliminare di compravendita in data 15.7.1989 relativo agli immobili in atti indicati per inadempimento del promissario acquirente con diritto alla ritenzione della caparra confirmatoria e condanna degli appellanti principali, in solido, al pagamento delle spese processuali.

Per la cassazione della suddetta decisione della Corte distrettuale ricorrono il D.m. e la C. con atto affidato a quattro ordini di motivi.

Resiste con controricorso M..

Non hanno svolto attività difensiva le altre parti intimate.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

1.- In via preliminare deve rilevarsi che la non regolarità delle notifiche del ricorso nei confronti delle altre parti intimate (irreperibilità per il N. e mancato avviso di ricevimento per la notifica alla G.) non ostano alla decisione della controversia, anche alla stregua del noto principio della ragionevole durata del processo.

Per di più, atteso il decisum di cui alla gravata sentenza, deve ritenersi formato il giudicato in ordine alle posizioni delle due suddette parti con conseguente non necessarietà della loro citazione nell’odierno giudizio.

2.- Con il primo motivo del ricorso si denuncia il vizio di violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1405, 1441, 2908 e 2932 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per avere la Corte territoriale ritenuto tardiva la domanda ex art. 2932 c.c. in favore del promissario acquirente laddove, interpretando correttamente il contenuto sostanziale della domanda giudiziale, sarebbe pervenuta a differenti conclusioni, nonchè per aver escluso, la medesima Corte, la configurabilità di un contratto a favore di terzo senza operare alcun riferimento alla valutazione degli elementi del caso concreto.

Il motivo è inammissibile.

Tanto, innanzitutto, in quanto esso si fonda – in buona sostanza – su una sollevata questione di interpretazione della domanda e, per conseguenza, del contratto inter partes tale aspetto rientra fra gli apprezzamenti propri del Giudice del merito e, come tale, non è più sindacabile in questa sede allorchè, come in ipotesi, la decisione di quel Giudice sia sorretta da adeguata e congrua motivazione.

In secondo luogo parti ricorrenti, al precipuo fine di sentir ritenere il negozio per cui è causa come contratto a favore di terzo, adducono doglianza relativa all’assenza di “alcun riferimento alla valutazione degli elementi del caso concreto”: tuttavia in ricorso – al di là della giurisprudenza, in astratto citata, non si trascrive nè si riproduce alcuna parte della normativa contrattuale e degli stessi elementi degli atti di parti fondanti le pretese esposte censure svolte.

Con specifico riguardo a tale profilo della censure mosse con il motivo qui in esame deve evidenziarsi il ricorso è, in punto, carente.

La medesima censura difetta, infatti, quanto al prescritto adempimento degli oneri connessi all’ossequio del noto principio di autosufficienza.

Si sarebbe, infatti, dovuto procedere – ad onere delle parti ricorrenti – alla riproduzione diretta del contenuto dei documenti fondanti, secondo l’allegata prospettazione, la censura mossa all’impugnata sentenza (Cass. civ., Sez. 5, Sent. 20 marzo 2015, n. 5655) ovvero, ancora, adempiere puntualmente almeno l’onere di indicare specificamente la sede (fascicolo di ufficio o di parte di uno dei pregressi gradi del giudizio) ove rinvenire i detti documenti (Cass. civ., Sez. 6, Ord. 24 ottobre 2014, n. 22607).

Infatti, secondo noto principio già affermato dalle S.U. di questa Corte, “in tema di ricorso per cassazione, a seguito della riforma ad opera del D.Lgs. n. 40 del 2006, il novellato art. 366 c.p.c., comma 6, oltre a richiedere la “specifica” indicazione degli atti e dei documenti posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale il documento, pur individuato in ricorso, risulti prodotto (e dove sia stato prodotto nelle fasi di merito)” (cfr., per tutte. Cass SS UU. 2 dicembre 2008, n. 28547).

Il motivo è dunque, inammissibile.

3.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce il vizio di violazione degli artt. 99 e 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 per aver l’impugnata sentenza conseguentemente omesso di pronunciarsi sulla domanda ex art. 2932 c.c. in favore del promissario acquirente.

Il motivo non può essere accolto.

Con l’impugnata sentenza la Corte distrettuale ha dichiarato l’inammissibilità della domanda, svolta soltanto nel giudizio di secondo grado, di trasferimento degli immobili direttamente al promissario acquirente.

La decisione, in punto, della predetta Corte (adottata, peraltro, a seguito di apposita eccezione di controparte) è del tutto ineccepibile.

Inoltre deve evidenziarsi che mai, in precedenza, risulta o è allegata la circostanza di aver agito proponendo la domanda nel senso dianzi esposto e ritenuto inammissibile dalla gravata decisione.

Il motivo, in quanto infondato, va – pertanto – respinto.

4.- Con il terzo motivo parti ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1453, 1455, 146909 e 2932 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 per aver la gravata decisione violato le regole di ermeneutica contrattuale, non rendendosi conto che il promissario acquirente aveva, in realtà, integralmente corrisposto il prezzo convenuto per l’immobile al civico n. (OMISSIS).

Il motivo non può essere accolto.

Viene riproposta, in concreto, questione (analoga a quella già innanzi esaminata sub 2) relativa eminentemente all’aspetto dell’esatta interpretazione e di pretesa presunta violazione di regole di ermeneutica.

Il tutto, per di più, senza alcun dovuta riproduzione dei testi contrattuali, in ordine ai quali si sarebbe verificata l’enunciata violazione delle norme ermeneutiche.

Non possono, in proposito, che richiamarsi i concetti già innanzi svolti in relazione alla precedente analoga questione di cui al motivo già prima esaminato e, conseguentemente, ritenere l’inammissibilità di quello qui in esame.

5.- Con il quarto motivo del ricorso si prospetta il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 1183, con riferimento agli artt. 1175, 1375 e 1476 c.c. e L. n. 3921 del 1978, art. 38 nonchè degli artt. 1362, 1453, 1455, 1460 e 2932 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 per aver addebitato al promissario acquirente un inadempimento grave senza considerare che per l’immobile n. (OMISSIS) non era stato indicato alcun termine per la stipula dell’atto definitivo ed il promittente venditore aveva effettuato la denunciatio in favore del conduttore titolare del diritto di prelazione.

Il motivo comporta, nell’insieme dei vari profili sollevati una nuova valutazione dei fatti al fine di giungere alla richiesta (ennesima) “valutazione comparativa del comportamento dei contraenti”.

Senonchè la complessiva valutazione del comportamento (correttamente effettuata e congruamente motivata dalla Corte distrettuale) si attaglia alle complesse vicende del rapporto contrattuale.

Quest’ultime risultano scandite da una serie successiva di fatti e circostanze (solo a titolo di esempio: la gestione dell'”iniziativa negoziale fin dall’esordio della vicenda” contrattuale; la convocazione per il rogito e l’omissione di tre versamenti la formalizzazione o meno dell’asserito impegno verbale alla “rinunzia alla dilazione”), elementi tutti già valutati adeguatamente con la impugnata sentenza.

E’ del tutto evidente, pertanto, che col motivo qui in esame si tende ad una revisione, in questa sede non più possibile, delle valutazioni e dei convincimenti del Giudice del merito, che – fra l’altro – ha congruamente dato conto dell’affermazione della responsabilità, nella fattispecie, dell’inadempimento colpevole.

Col motivo, insomma, si insiste inammissibilmente nel tentativo di ottenere, nella sostanza, una revisione del ragionamento decisorio già effettuato dal giudice del merito.

A tal proposito e conclusivamente va riaffermato il principio per cui “la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito emerga una totale obliterazione di elementi” (Cass. civ., S.U. Sent. 25 ottobre 2013 n. 24148).

Nè, d’altra parte, “il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 può equivalere e risolversi nella revisione del “ragionamento decisorio” (Cass. civ. Sez. L., Sent. 14 no novembre 2013, n. 25608).

Il motivo è, quindi, inammissibile.

6.- Il ricorso va, quindi, rigettato.

7.- Le spese seguoino la soccombenza e si determinano come in dispositivo.

PQM

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento in favore del contro ricorrente delle spese del giudizio, determinate in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 17 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2016

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