Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15451 del 03/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 03/06/2021, (ud. 12/05/2021, dep. 03/06/2021), n.15451

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 36647-2019 proposto da:

I.G., I.M.L., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA TEULADA 38/A, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI

MECHELLI, rappresentati e difesi dall’avvocato VINCENZO ACUNTO;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F. (OMISSIS)) in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7906/18/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della CAMPANIA, depositata il 22/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non

partecipata del 12/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CAPRIOLI

MAURA.

 

Fatto

Ritenuto che:

La CTR della Campania, con la sentenza indicata in epigrafe, rigettava l’appello proposto da I.G. e I.M.L. avverso la decisione della CTP con cui era stato respinto il ricorso dei contribuenti nei riguardi di un avviso di accertamento relativo alla richiesta di pagamento pari ad Euro 7.747,02 a titolo di plusvalenza derivante dalla compravendita di un terreno in comproprietà.

Il Giudice di appello inquadrava la fattispecie nell’alveo del Tuirn. 917 del 1986, art. 67, comma 1, lett B, che considera redditi diversi soggetti a tassazione ” le plusvalenze realizzate dalla cessione a titolo oneroso di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria secondo gli strumenti urbanistici vigenti al momento della cessione”.

Osservava che i fondi in questione identificati catastalmente ricadevano nella zona E2 boschiva e pascoliva incolta in relazione ai quali erano consentito limitati interventi edificatori solo per le costruzioni già esistenti con bassi indici di fabbricabilità.

Evidenziava che dal contratto di vendita del 29.3.2012 emergeiChe sull’area in oggetto era stato edificato un locale in epoca anteriore al 1993 per il quale in data 25.2.1995 I.G. aveva presentato al Comune di Forio istanza di condono edilizio.

Sottolineava inoltre che al predetto contratto era stato allegato un certificato urbanistico risalente al 28.3.2012 attestante che i fondi ricadevano nel perimetro del centro abitato come delimitato dal provvedimento della Giunta provinciale di Napoli.

Osservava pertanto che l’intervenuta inclusione dei fondi in oggetto nel perimetro del centro abitato del Comune alla stregua delle determinazioni assunte dall’amministrazione con conseguente variazione del regime urbanistico, lo sviluppo edilizio che nel tempo aveva interessato la zona, la presenza di servizi pubblici essenziali e di opere di urbanizzazione primaria e secondaria, costituivano elementi incidenti sulla destinazione urbanistica e sulla vocazione edificatoria degli stessi.

Avverso tale decisione i contribuenti propongono ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo cui resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Diritto

Considerato che:

Si denuncia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 67 e 68, in relazione al D.L. n. 233 del 2003, art. 36, comma 2, in L. n. 248 del 2006.

Si critica la decisione impugnata nella parte in cui hanno ritenuto i terreni oggetto di cessione suscettibili di destinazione edificatoria sostenendo che, secondo quanto emerge dallo stesso atto di vendita, le aree in questione avrebbero conservato la natura agricola senza subire nel corso degli anni alcuna variazione di status.

Si rileva infatti che il mero richiamo nel corpo dell’atto circa la presenza di vestigia di un fabbricato semidiruto possa condurre ad una diversa considerazione così come non avrebbe alcuna valenza ai fini in esame l’esistenza del certificato urbanistico atteso che il deliberato della Giunta provinciale di Napoli era stato adottato in esecuzione delle modificate disposizioni del C.d.S..

La doglianza nei termini in cui è stata articolata è inammissibile sotto un duplice profilo.

Giova ricordare che il ricorrente per Cassazione che deduca un vizio di motivazione, ma anche una violazione o falsa applicazione di legge, ha l’onere di riprodurre in ricorso e di indicare – a pena di inammissibilità – in modo adeguato e specifico, in forza delle previsioni contenute nell’art. 366 c.p.c., n. 6 e nell’art. 369 c.p.c., n. 4, gli atti e i documenti cui ha fatto riferimento nell’esporre la propria censura. Senza che sia possibile al giudice procedere ad integrazioni che vadano aldilà della semplice verifica delle deduzioni contenute nell’atto.

Ciò posto, nel caso di specie, i ricorrenti fanno riferimento al contratto di cessione ed al certificato urbanistico ad esso allegato di cui lamentano la non corretta valutazione da parte del giudice di merito ma non riproducono il loro contenuto Non è dato riscontrare pertanto nella fattispecie scrutinata, il requisito della specificità e della completezza che consentono di assicurare al ricorso l’autonomia necessaria ad individuare, senza il sussidio di altre fonti, l’immediata e pronta risoluzione delle questioni da risolvere, non essendo la Corte di Cassazione tenuta a ricercare, al di fuori del contesto del ricorso, le ragioni che dovrebbero sostenerlo.

Va poi ricordato secondo il consolidato orientamento di questa Corte, con la proposizione del ricorso per cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sè coerente, atteso che l’apprezzamento dei fatti e delle prove è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che, nell’ambito di quest’ultimo, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (tra le tante, Cass. n. 9097 del 2017).

Orbene, la ricorrente, con il motivo di censura in scrutinio, dietro lo schermo del vizio di violazione di legge, prospetta in realtà una diversa valutazione delle risultanze fattuali, il cui apprezzamento è tuttavia riservato al giudice di merito; nella specie, la CTR, attribuendo valore probatorio prevalente agli elementi indicati in motivazione – sopra trascritti – rispetto ad altre risultanze processuali, ha ritenuto, con valutazione in fatto insindacabile in sede di legittimità, maggiormente attendibile la metodologia impiegata dalla contribuente per calcolare l’umidità da scomputare dal peso della merce spiegandone le ragioni Si tratta – per evidenza – di circostanze di fatto e di valutazioni di puro merito che concernono il potere di ricostruzione della fattispecie concreta – dalla legge di rito assegnato in via esclusiva al giudice del merito – il cui apprezzamento non può costituire oggetto di erronea interpretazione o applicazione della norma, almeno non nell’ottica prospettata dalla parte ricorrente.

Ed invero è principio tante volte enunciato dalla Corte di legittimità quello secondo cui: “In tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione.

Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa.

Alla stregua delle considerazioni sopra esposte il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo secondo i criteri normativi vigenti.

PQM

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso; condanna i ricorrenti al pagamento in favore dell’Agenzia delle Entrate delle spese di legittimità che si liquidano in complessive Euro 2100,00 oltre s.p.a.d. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 12 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 giugno 2021

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