Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15432 del 20/07/2020

Cassazione civile sez. VI, 20/07/2020, (ud. 20/02/2020, dep. 20/07/2020), n.15432

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. COSENTINO Antonello – Presidente –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. MARCHEIS BESSO Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8038-2019 proposto da:

B.R., rappresentato e difeso dall’Avvocato RAFFAELE

DONADINI, presso il cui studio a Como, via Mentana 4, elettivamente

domicilia, per procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

C.G., rappresentato e difeso dall’Avvocato LUCA CARIGNOLA,

presso il cui studio a Varese, via Morazzone 5, elettivamente

domicilia, per procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

nonchè

S.V.I.;

– intimata –

avverso la SENTENZA n. 3637/2018 della CORTE D’APPELLO DI MILANO,

depositata il 27/7/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 20/2/2020 dal Consigliere GIUSEPPE DONGIACOMO;

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il tribunale di Varese, con decreto emesso in data 16/1/2016, ha ingiunto a C.G. il pagamento della somma complessiva di Euro 34.543,21, asseritamente dovuta per lavori edili eseguiti, nel 2010, dalla New House s.r.l., in favore di B.R., cessionario del credito ed, a suo tempo, socio della società cedente insieme al padre, B.A., che ne era anche il legale rappresentante.

C.G. ha proposto opposizione avverso il predetto decreto ingiuntivo, deducendo l’irregolarità della cessione del credito e l’insussistenza della pretesa azionata per intervenuto pagamento.

B.R. ha contestato la fondatezza

dell’opposizione, chiedendo al tribunale la conferma del decreto opposto e, comunque, l’accertamento del suo credito nei confronti del C. per la somma di Euro 34.543,21.

La New House s.r.l., chiamata in causa dall’opponente, è rimasta contumace.

E’ intervenuta in giudizio S.V.I., ex coniuge del B., nella qualità di cessionaria del credito vantato da quest’ultimo.

Il tribunale, con sentenza dell’11/10/2017, ha revocato il decreto ingiuntivo opposto ed ha condannato il C. al pagamento della minor somma di Euro 1.604,59.

Il B. e la S. hanno proposto appello avverso tale sentenza.

Il C. ha resistito al gravame, eccependone l’inammissibilità, ed ha proposto, a sua volta, appello incidentale.

La corte d’appello, con la sentenza in epigrafe, ha rigettato l’appello principale ed, in accoglimento dell’appello incidentale, ha dichiarato non dovuta da parte del C. alcuna somma in favore degli appellanti.

La corte, in particolare, ha rilevato, innanzitutto, che: – i lavori sull’immobile del C. sono stati eseguiti nel 2010; relativamente a tale periodo, la società New House ha emesso due fatture (n. 46 e n. 63) per un totale di Euro 13.022,92; – il debitore ha pacificamente pagato, relativamente alla prima fattura, la somma di Euro 8.022,93, avendo l’istante richiesto semplicemente la somma di Euro 1.604,50 a titolo d’IVA, e, relativamente alla seconda fattura, l’intera somma di Euro 3.395,40. La corte, peraltro, ha evidenziato che, dall’esame degli assegni prodotti, si evince che il C. ha pagato alla New House, a mezzo di quattro assegni, la somma complessiva di Euro 11.000,00. Il C., inoltre, ha aggiunto la corte, risulta aver girato alla New House una cambiale di Euro 2.022,92, sul “verso” della quale si evince in modo sufficientemente chiaro la firma del B.. Secondo la corte, quindi, risulta evidente che il C. ha corrisposto alla New House l’intero importo di Euro 13.022,97 dalla stessa richiesto per i lavori del 2010 (di cui Euro 11.000,00 tramite assegni ed Euro 2.022,92 tramite girata cambiaria), e che, di conseguenza, “non residua a credito del B. neppure la minore somma di Euro 1.604,50 asseritamente dovuta a titolo di IVA e indicata nella fattura n. 46/10, per la quale C. è stato condannato con la sentenza impugnata”.

La corte, inoltre, ha ritenuto che le ulteriori fatture emesse dalla New House nel 2013 fanno, in realtà, riferimento a lavori eseguiti nel 2010 e, come sopra evidenziato, già pagati dal C.. In particolare, per ciò che riguarda la fattura n. 9 del 2013, manca la prova che i lavori siano stati concordati e che Ric. 2019 n. 8038 – siano stati poi effettivamente eseguiti. Il C., del resto, ha aggiunto la corte, non ha contestato il rapporto contrattuale relativo ai lavori del 2010, avendo, piuttosto, negato l’esistenza di un contratto d’appalto relativamente all’anno 2013, che avrebbe dovuto essere provato: ma la prova, ha concluso la corte, non è stata fornita. La corte, quindi, ha ritenuto che gli appellanti non abbiano assolto all’onere di provare gli elementi a sostegno della propria pretesa. Nè, ha aggiunto la corte, può rilevare il computo metrico invocato dal B. ed allegato come prova di una ben maggiore entità dei lavori svolti nel 2010, trattandosi di documento privo di data e di sottoscrizione, e ciò non vale assolutamente a dimostrarne la provenienza dal C., che ha contestato in toto la circostanza, o che quest’ultimo si fosse accordato con New House per l’esecuzione dei lavori. La corte, infine, ha rigettato i motivi con i quali gli appellanti avevano lamentato l’illegittimità della sentenza nella parte in cui il tribunale non aveva accolto le istanze istruttorie ed, in particolare, non era stata ammessa una consulenza tecnica d’ufficio che avrebbe potuto dimostrare la consistenza del credito vantato dal B. e l’entità dei lavori eseguiti dalla New House. La corte, sul punto, ha ritenuto, per un verso, che la consulenza, oltre che tecnicamente difficile da espletare per il tempo trascorso, era inammissibile per il suo carattere esplorativo e sostitutivo dell’onere della prova della parte, e, per altro verso, che il motivo era inammissibilmente generico essendo onere degli appellanti indicare in maniera specifica per quali ragioni l’ammissione dei capitoli di prova orale avrebbe potuto comportare il rigetto dell’opposizione e, dunque, per quali motivi “il superamento del rigetto, sia pure implicito, delle relative istanze istruttorie da parte del primo giudice possa ritenersi ragionevolmente suscettibile di determinare un diverso esito del giudizio”.

B.R., con ricorso notificato in data 27/2/2019, ha chiesto, per tre motivi, la cassazione della sentenza.

C.G. ha resistito con controricorso notificato il 3/4/2019 e depositato memoria.

S.V.I. è rimasta intimata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1260 c.c. e ss, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che la New House s.r.l., prima di cedere il credito al B., aveva iscritto a perdita la somma di Euro 11.757,54 e che ciò consentiva a quest’ultimo di agire non per Euro 34.543,21 ma solo per somma residua di Euro 23.234,00.

1.2. Così facendo, però, ha osservato il ricorrente, la corte d’appello non ha considerato che la cessione del credito, notificata al debitore ai sensi dell’art. 1264 c.c., non può essere considerata, in tutto o in parte, illegittima solo perchè riguarda una somma diversa rispetto a quella indicata nelle scritture contabili della società cedente.

2.1. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione del R.D. n. 1669 del 1933, e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che il C. avesse provato il pagamento dell’importo di Euro 2.022,92, portato da una cambiale di pari importo, che lo stesso avrebbe girato alla New House.

2.2. Così facendo, però, ha osservato il ricorrente, la corte d’appello non ha considerato che la prova del titolo è stata fornita con la produzione in giudizio di una mera copia, laddove, al contrario, la legge prescrive la produzione o quantomeno l’esibizione dell’originale quietanzato del titolo messo all’incasso ed onorato, ciò che, nei fatti, non è mai avvenuto.

2.3. Il C., quindi, ha concluso il ricorrente, non ha fornito la prova della quale, a norma dell’art. 2697 c.c., è onerato e dev’essere, quindi, confermata la sentenza di primo grado, che lo aveva condannato al pagamento della somma di Euro 1.604,50.

3.1. Il primo ed il secondo motivo, da esaminare congiuntamente per l’intima connessione dei temi trattati, sono infondati, sebbene la motivazione resa dalla corte d’appello debba essere corretta.

3.2. Non v’è dubbio, in effetti, che la sentenza impugnata, lì dove ha ritenuto che la cessione del credito è illegittima “perchè riguarda una somma diversa da quella indicata nelle scritture contabili della società” cedente, è giuridicamente errata: ai fini della legittimazione del cessionario, invero, ciò che rileva è unicamente la sussistenza, sul piano del diritto sostanziale, del credito oggetto di cessione, a prescindere dalla sua rappresentazione contabile, che può anche (legittimamente o meno) mancare.

3.3. Resta, tuttavia, il fatto che la corte d’appello ha respinto la domanda proposta dal B. sul rilievo che, relativamente ai lavori eseguiti nel 2010, per i quali la New House aveva emesso due fatture per un totale di Euro 13.022,92, era risultato, per un verso, che l’istante aveva richiesto semplicemente la residua somma di Euro 1.604,50, e, per altro verso, che il C. aveva in ogni caso versato alla New House la somma di Euro 11.000,00, a mezzo di assegni bancari, e la somma di Euro 2.022,92, a mezzo della girata di una cambiale sul verso della quale si evince chiaramente la firma del B., per la somma complessiva di Euro 13.022,97, affermando, di conseguenza, che, per i lavori del 2010, non residuava in capo al B. neppure il credito al “la minore somma di Euro 1.604,50 asseritamente dovuta a titolo di IVA e indicata nella fattura n. (OMISSIS), per la quale C. è stato condannato con la sentenza impugnata”.

3.4. Si tratta di statuizioni che, fondate come sono sulla mera valutazione (corretta o sbagliata che sia) delle prove raccolte in giudizio, si sottraggono alle censure svolte dal ricorrente, le quali, invero, seppur formulate con la deduzione di violazioni di legge, sollecitano, in sostanza, una diversa ricognizione dei fatti, quali emergono dalle prove raccolte in giudizio, non consentita, com’è noto, in sede di legittimità. Il compito di questa Corte, infatti, non è quello di condividere o di non condividere la ricognizione e la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata nè quello di procedere ad una rilettura degli stessi al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove rispetto a quella compiuta dal giudici di merito.

3.5. Nè, del resto, può rilevare il fatto che la corte d’appello abbia ritenuto dimostrato il pagamento della somma di Euro 2.022,92 a mezzo della girata di una cambiale nonostante che il titolo non sia stato prodotto o esibito in originale, se non altro perchè la prova del pagamento, quale fatto estintivo di un’obbligazione, operato a mezzo della girata di una cambiale, richiede solo che il debitore (titolare del credito cartolare verso il debitore cambiario) dimostri l’avvenuta Ta/consegna del titolo al suo creditore diretto (e cioè la società New House, come la corte d’appello ha accertato in ragione della sottoscrizione, apposta sul titolo, del B., evidentemente nella sua qualità di legale rappresentante della stessa), incombendo invece al creditore (giratario) la prova del mancato incasso, prova che il creditore (ma, con ogni evidenza, non il debitore) può agevolmente fornire dimostrando il possesso del titolo rimasto insoluto.

5.1. Con il terzo motivo, il ricorrente, lamentando l’omesso esame di un fatto decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto fondata l’affermazione del C. secondo cui la fattura n. 9 emessa da New House nel 2013 non fosse relativa ai lavori eseguiti da tale società nel 2010, mancando la prova che tali lavori erano stati concordati ed eseguiti.

5.2. In realtà, ha osservato il ricorrente, sia il tribunale che la stessa corte d’appello, cui le istanze istruttorie sono state rinnovate, hanno sempre negato, senza motivare sul punto, l’ammissione dei mezzi di prova ritualmente richiesti i quali avrebbero potuto evidenziare che, a prescindere dal momento della fatturazione, tutti i lavori per i quali è stato chiesto il pagamento erano stati effettuati nel 2010, quantificando l’entità delle opere svolte.

5.3. Il ricorrente, peraltro, ha prodotto in giudizio un computo metrico che la corte d’appello ha ritenuto inattendibile per mancanza di sottoscrizione impedendo, tuttavia, allo stesso di espletare le prove che dimostrassero l’effettiva provenienza del documento nonchè l’esecuzione e la durata delle opere ivi elencate, in relazione alle quali è avvenuta la fatturazione.

5.4. La corte, del resto, ha concluso il ricorrente, non ha considerato il documento prodotto dallo stesso C., nel quale si dà atto che le opere fornite da New House ammontavano ad Euro 20.244,14, oltre IVA.

6.1. Il motivo è infondato. Il ricorrente, invero, non si confronta con la sentenza che ha impugnato: la quale, in effetti, ben lungi dal respingere senza motivo la richiesta di ammissione dei mezzi di prova articolata dall’appellante, ha, in realtà, affermato, con statuizione rimasta del tutto priva di censure, che il motivo che gli appellanti avevano articolato per lamentare l’illegittimità della sentenza lì dove il tribunale non aveva ammesso le prove richieste, era inammissibile in quanto generico non avendo gli appellanti specificamente indicato le ragioni per cui l’ammissione dei capitoli di prova orale avrebbe potuto comportare il rigetto dell’opposizione e, dunque, per quali motivi “il superamento del rigetto, sia pure implicito, delle relative istanze istruttorie da parte del primo giudice possa ritenersi ragionevolmente suscettibile di determinare un diverso esito del giudizio”.

6.2. Nessun rilievo, infine, ha la censura con la quale il ricorrente lamenta che la corte d’appello ha omesso di esaminare il documento, prodotto dallo stesso C., nel quale si dà atto che le opere fornite da New House ammontavano ad Euro 20.244,14, oltre IVA. A prescindere da ogni considerazione sul fatto che la sentenza impugnata non fa alcun accenno a tale documento, resta, invero, il fatto che il ricorrente non ha provveduto a riprodurre, in ricorso, il contenuto essenziale del documento di cui lamenta l’omesso esame: ed è, invece, noto che il ricorrente per cassazione, ove deduca l’omessa o viziata valutazione di un documento, deve provvedere, onde fornire ai motivi di censura la necessaria specificità, ad un sintetico ma completo resoconto del loro contenuto ed alla specifica indicazione del luogo in cui ne è avvenuta la produzione, al fine di consentire la verifica della fondatezza della doglianza sulla base del solo ricorso, senza necessità di fare rinvio od accesso a fonti esterne ad esso (cfr. Cass. n. 5478 del 2018). Il mancato esame di un documento può essere, del resto, denunciato per cassazione solo nel caso in cui determini l’omissione di motivazione su un punto decisivo della controversia e, segnatamente, quando il documento non esaminato offra, in ragione del suo contenuto, la prova di circostanze di tale portata da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la ratio decidendi venga a trovarsi priva di fondamento (cfr. Cass. 25371 del 2018).

7. Il ricorso, per l’infondatezza di tutti i motivi articolati, dev’essere, quindi, rigettato.

8. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

9. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte così provvede: rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare al controricorrente le spese di lite, che liquida in Euro 4.300,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori e spese generali nella misura del 15%; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sesta Sezione Civile – 2, il 20 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 luglio 2020

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