Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15427 del 13/07/2011

Cassazione civile sez. VI, 13/07/2011, (ud. 26/05/2011, dep. 13/07/2011), n.15427

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato President – –

Dott. RORDORF Renato – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. BERNABAI Renato – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

EUROBAU s.r.l., con domicilio eletto in Roma, via Nizza 45, presso

l’Avv. Borromeo Carlo che la rappresenta e difende come da procura a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

EDILIZIA MAGLIANO ROMANO s.r.l., fallita, in persona del curatore pro

tempore, con domicilio eletto in Roma, via G. Barraco n. 2, presso

l’Avv. Soccio Angela che la rappresenta e difende come da procura

margine del controricorso;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Roma n.

4812/09 depositata il 7 dicembre 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 26 maggio 2011 dal Consigliere relatore Dott. Vittorio

Zanichelli.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Eurobau s.r.l., ricorre per cassazione nei confronti della sentenza in epigrafe della Corte d’appello che, in accoglimento dell’impugnazione proposta dalla curatela del fallimento della Edilizia Magliano Romano s.r.l. avverso la sentenza del tribunale, ha pronunciato l’inefficacia ex art. 67, L. Fall., dell’atto pubblico in data 28.4.1999 con la quale l’impresa poi fallita aveva ceduto alla prima quattro unità immobiliari, di cui due in seguito cedute irrevocabilmente a terzi.

L’intimata curatela resiste con controricorso.

La causa è stata assegnata alla camera di consiglio in esito al deposito della relazione redatta dal Consigliere Dott. Vittorio Zanichelli con la quale sono stati ravvisati i presupposti di cui all’art. 375 c.p.c..

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Giova premettere che l’eccezione di inammissibilità del ricorso proposta dalla controricorrente è infondata in quanto la pur scarna rappresentazione degli atti di causa fornisce un quadro sufficientemente chiaro in relazione ai limiti del presente giudizio.

Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione degli artt. 2901 e 2902 c.c. e art. 67, L. Fall., per avere la Corte d’appello, in esito alla pronuncia di inefficacia dell’atto traslativo della proprietà di unità immobiliari già appartenenti alla fallita, condannato l’acquirente soccombente alla restituzione di quelle ancora di sua proprietà.

La censura è manifestamente infondata, E’ noto come l’effetto della pronuncia di revoca di un atto traslativo della proprietà di un bene già rientrante nel patrimonio dell’imprenditore poi fallito non comporti la caducazione dell’atto o il ritrasferimento della proprietà, trattandosi di atto perfettamente valido ed efficace tra le parti contraenti, ma unicamente la dichiarazione di inefficacia dell’atto stesso nei rapporti tra massa dei creditori ed acquirente con la conseguenza che il bene si considera per fictio iuris come mai fuoruscito dal patrimonio e che il curatore ne può disporre “come se” facesse ancora parte del medesimo destinando il bene alla liquidazione (Cassazione civile, sez. un., 23 aprile 2009, n. 9660).

Da ciò consegue che da un lato il bene deve essere messo nella disponibilità del curatore e dell’altro che, se ciò non è possibile ad esempio perchè il medesimo è andato distrutto o comunque non è recuperabile per la liquidazione, il revocato può essere condannato alla reintegrazione per equivalente anche d’ufficio (Cassazione civile, sez. 1, 17 giugno 2009, n. 14098).

Nel primo caso l’obbligo del revocato di mettere il bene a disposizione del curatore per la liquidazione si atteggia diversamente a seconda della natura del bene stesso che dunque deve essere materialmente riconsegnato se si tratta di bene mobile mentre il revocato deve astenersi da attività che in concreto ostacolino la liquidazione se la revoca ha avuto ad oggetto il trasferimento di un immobile. Ne consegue, quanto a quest’ultima ipotesi che, tenuto conto che l’occupazione ostacola la fruttuosa liquidazione, il revocato deve liberare l’immobile se da lui occupato mentre è tenuto a risarcire il danno conseguente alla perdita di valore in sede di liquidazione se l’immobile è legittimamente occupato da terzi.

Poichè la Corte di merito ha limitato la condanna della revocata alla restituzione degli immobili ancora di sua proprietà ed evidentemente sul presupposto che siano ancora occupati da persone o cose e non è stato neppure dedotto che ciò non sia possibile in quanto l’occupazione sia opera di terzi a ciò legittimati la censura deve essere rigettata.

Con il secondo motivo si deduce violazione delle stesse norme per avere la Corte d’appello condannato la revocata alla corresponsione di un’indennità di occupazione in relazione a tutti gli immobili oggetto di revoca a far tempo da quando la medesima ne aveva ottenuto il possesso benchè detta indennità sia non dovuta o, in subordine, dovuta solo dalla data di introduzione del giudizio.

Il motivo è parzialmente manifestamente fondato.

E’ principio acquisito, come già rilevato, quello secondo cui in tema di azione revocatoria l’atto contro il quale viene esperita l’azione è originariamente valido ed efficace, e diviene privo di effetti nei confronti della massa fallimentare soltanto a seguito dell’accoglimento della domanda in ragione della natura costitutiva dell’azione avente ad oggetto l’esercizio di un diritto potestativo e non di un diritto di credito (Cassazione civile, sez. 1, 22 marzo 2007, n. 6991). Da ciò consegue che gli effetti decorrono non già dal compimento dell’atto ma dalla data della domanda (principio ripetutamente affermato in tema di interessi: ex multis Sent. n. 6991/2007, citata) per cui l’occupazione dell’immobile oggetto di revoca può ritenersi abusiva unicamente da tale data.

Ciò vale, peraltro, unicamente per le due unità immobiliari ancora nella disponibilità della revocata mentre nessun titolo ha il fallimento per pretendere l’indennità per quelli per i quali è intervenuta la reintegrazione per equivalente, non risultando che sia stato provato un danno ulteriore rispetto a quello a fronte del quale sono stati riconosciuti gli interessi sull’importo liquidato.

L’ulteriore motivo che attiene alla regolazione delle spese è da ritenersi assorbito, dovendosi procedere a nuova statuizione sul punto.

Il ricorso deve dunque essere accolto nei limiti indicati e quindi cassata in parte qua la sentenza impugnata.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto la causa può essere decisa nel merito e pertanto la Eurobau s.p.a. deve essere condannata al pagamento dell’indennità di occupazione degli immobili rimessi nella disponibilità della procedura a far tempo dalla data della domanda, oltre alle spese del giudizio di merito che si liquidano in misura pari a quella determinata dalla Corte d’appello.

L’esito complessivo di questa fase giustifica la compensazione delle spese.

P.Q.M.

la Corte accoglie nei limiti di cui in motivazione il secondo motivo di ricorso, rigetta il primo e dichiara assorbito il terzo; cassa la sentenza impugnata nei limiti della censura accolta e, decidendo nel merito, condanna la Eurobau s.p.a. al pagamento dell’indennità di occupazione a far tempo dalla data della domanda in relazione agli immobili rimessi nella disponibilità della curatela; condanna la ricorrente a rifondere al fallimento della Magliano Romana s.r.l.

spese del giudizio di appello nella misura già liquidata; compensa le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 26 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 13 luglio 2011

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