Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15411 del 03/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 03/06/2021, (ud. 17/12/2020, dep. 03/06/2021), n.15411

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Consigliere –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – rel. Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 20638/2014 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio eletto in Roma, via Dei Portoghesi, n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato;

– ricorrente –

contro

B.F. rappresentato e difeso giusta delega in atti

dall’avv. De Franciscis Carmela (PEC

avvcarmeladefranciscis.legalmail.it);

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della

Campania n. 781/33/14 depositata il 28/01/2014, non notificata;

Udita la relazione della causa svolta nell’adunanza camerale del

17/12/2020 dal Consigliere Succio Roberto.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

con la sentenza impugnata la CTR ha accolto in parte l’appello del contribuente rideterminando il reddito imponibile ai fini IRPEF 2005 nella misura del 36% dei ricavi accertati e annullandolo nel resto;

ricorre a questa Corte l’Agenzia delle Entrate con atto affidato a tre motivi; resiste con controricorso il contribuente.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

– il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 537 del 1993, art. 14, comma 4-bis in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 per avere la CTR erroneamente riconosciuto come deducibili i costi e le spese dei beni o delle prestazioni di servizio sopportati dal contribuente, mentre in seguito alla disciplina di cui al D.L. n. 16 del 2012, art. 8 come convertito in Legge, si tratterebbe di elementi negativi direttamente utilizzati per il compimento di atti o attività qualificabili come delitto non colposo, come tali indeducibili;

– il motivo è infondato;

– osserva la Corte come la disposizione della quale l’Agenzia delle Entrate invoca l’applicazione preveda che “non sono ammessi in deduzione i costi e le spese dei beni o delle prestazioni di servizio direttamente utilizzati per il compimento di atti o attività qualificabili come delitto non colposo per il quale il pubblico ministero abbia esercitato l’azione penale o, comunque, qualora il giudice abbia emesso il decreto che dispone il giudizio ai sensi dell’art. 424 c.p.p., ovvero sentenza di non luogo a procedere ai sensi dell’art. 425 c.p.p. fondata sulla sussistenza della causa di estinzione del reato prevista dall’art. 157 c.p.. Qualora intervenga una sentenza definitiva di assoluzione ai sensi dell’art. 530 c.p.p. ovvero una sentenza definitiva di non luogo a procedere ai sensi dell’art. 425 c.p.p. codice fondata sulla sussistenza di motivi diversi dalla causa di estinzione indicata nel periodo precedente, ovvero una sentenza definitiva di non doversi procedere ai sensi dell’art. 529 c.p.p., compete il rimborso delle maggiori imposte versate in relazione alla non ammissibilità in deduzione prevista dal periodo precedente e dei relativi interessi”;

– conseguentemente, la disposizione non si accontenta, per negare la deduzione, solo della astratta configurabilità della fattispecie delittuosa, ma richiede anche che la stessa sia stata oggetto di esercizio dell’azione penale da parte dal Pubblico Ministero; difatti questa Corte ha precisato, sul punto, che (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 31789 del 05/12/2019) in tema di tassabilità dei proventi da attività illecita, a norma della L. n. 537 del 1993, art. 14, comma 4-bis, (nella formulazione introdotta dal D.L. n. 16 del 2012, art. 8, comma 1, conv. in L. n. 44 del 2012), norma integrante “ius superveniens” astrattamente più favorevole al contribuente e, quindi, avente efficacia retroattiva, l’esercizio dell’azione penale da parte del pubblico ministero, con la richiesta di rinvio a giudizio, è sufficiente ad escludere la deducibilità dei costi e delle spese dei beni o delle prestazioni di servizi direttamente utilizzati per il compimento di atti o attività qualificabili come delitto non colposo;

– orbene, dalla lettura della sentenza impugnata, non emerge minimamente che a seguito della denuncia da parte della Gdf il procedimento penale abbia avuto ulteriore corso; ne deriva quindi che in forza di questa ragione non poteva la CTR escludere la deducibilità di alcun costo;

– il secondo motivo censura poi la sentenza gravata per violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 10, n. 18 in combinato disposto con l’art. 13 dir. CEE n. 388/77 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 per avere la CTR partenopea ritenuto esente all’attività di odontoiatra svolta dal contribuente, in quanto – pure esercitandola lo stesso senza iscrizione all’albo, quindi abusivamente – si tratterebbe di una esenzione di carattere oggettivo, relativa all’attività in sè, non rilevando quindi i caratteri del soggetto che la esercita;

– il motivo è fondato;

– come questa Corte ha ripetutamente stabilito, con orientamento che si intende qui confermare e ribadire (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 4987 del 01/04/2003; Sez. 5, Sentenza n. 19007 del 28/09/2005; Sez. 5, Sentenza n. 21703 del 22/10/2010) in tema di IVA, le prestazioni per cure mediche e paramediche rese alla persona nell’esercizio delle professioni ed arti sanitarie in virtù , del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 10, n. 18, sono esenti dall’imposta solo se effettuate da soggetti abilitati al rispettivo esercizio, trattandosi di requisito espressamente contemplato dalla norma, in mancanza del quale la prestazione non assume, sul piano normativo, carattere sanitario. Deve inoltre escludersi che siffatta, norma sia in contrasto con la direttiva CE n. 388 del 1977, in quanto la normativa comunitaria in tema di neutralità dell’IVA e l’interpretazione offertane dalla Corte di giustizia della Comunità Europea non impongono di riconoscere l’esenzione dalla succitata imposta per le prestazioni che, secondo la legge nazionale, possono essere effettuate soltanto da soggetti titolari di determinati requisiti di idoneità professionale;

– pertanto, in accoglimento del secondo motivo di ricorso la sentenza è cassata con rinvio al giudice dell’appello per nuovo esame.

P.Q.M.

accoglie il secondo motivo di ricorso; rigetta il primo motivo; cassa la sentenza impugnata limitatamente al motivo accolto e rinvia alla Commissione Tributaria Regionale della Campania in diversa composizione che statuirà anche quanto alle spese del presente giudizio di Legittimità.

Così deciso in Roma, il 17 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 giugno 2021

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