Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15409 del 20/07/2020

Cassazione civile sez. lav., 20/07/2020, (ud. 04/12/2019, dep. 20/07/2020), n.15409

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8414/2016 proposto da:

POSTEL S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE GIUSEPPE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCESCA BONFRATE;

– ricorrente –

contro

T.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI

36, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO AFELTRA, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUIGI ZEZZA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 710/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 01/10/2015, R.G.N. 1783/2012.

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza resa pubblica in data 13/10/2015 la Corte d’appello di Milano confermava la pronuncia del giudice di prima istanza che aveva accertato l’irregolarità del contratto di somministrazione di lavoro stipulato fra la Obiettivo Lavoro s.p.a. e Postelprint s.p.a. ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 20, comma 4, in relazione al quale T.F. aveva prestato attività lavorativa in favore dell’utilizzatrice Postelprint s.p.a. dal 20 novembre al 20 dicembre 2006.

Confermava altresì la statuizione con la quale era stato costituito un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato fra il lavoratore e l’impresa utilizzatrice, con condanna di quest’ultima alla riammissione in servizio del lavoratore.

In parziale riforma di tale decisione, la Corte di merito condannava la società appellante al pagamento in favore di controparte di cinque mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre accessori di legge, a titolo di indennità omnicomprensiva L. n. 183 del 2010, ex art. 32, comma 5.

Nel proprio iter motivazionale la Corte distrettuale muoveva dalla considerazione della sufficiente specificità della causale sottesa al contratto stipulato fra le parti (riferita alla necessità di far fronte ad un aumento produttivo del 15% in relazione alle attività di addetto stampa B/N), in quanto consentiva in astratto di accertare se la ragione addotta fosse esistente e se il lavoratore fosse stato effettivamente impiegato per farvi fronte.

Tuttavia, le istanze istruttorie formulate dalla società non potevano ritenersi idonee a dimostrare che il lavoratore fosse stato impiegato per le ragioni per le quali era stato assunto. Mancava infatti l’indicazione delle specifiche conseguenze determinate dal dedotto aumento produttivo sulle attività aziendali, nonchè dall’indicazione dell’organico esistente con riferimento alle concrete mansioni affidate al lavoratore:circostanze, queste, indispensabili sia per valutare l’incidenza di tale evento sulla funzionalità della azienda, sia l’impossibilità dell’utilizzatore di far fronte a tali esigenze.

La cassazione di tale pronuncia è domandata da Poste s.p.a. (quale incorporante di Postelprint s.p.a.) sulla base di tre motivi. Resiste con controricorso l’intimato.

Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 20 e art. 27, comma 3, ex art. 306 c.p.c., comma 1, n. 3.

Argomenta in ordine alla coessenzialità della prova testimoniale articolata nel giudizio di merito ed alla dimostrazione dell’effettiva sussistenza delle ragioni di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 20, poste a fondamento del contratto di somministrazione di lavoro; deduce che, nello specifico, diversamente da quanto accertato dai giudici del gravame, i capitoli di prova erano stati articolati in modo sufficientemente preciso e tale da consentire uno scrutinio in sede giudiziale, della effettività della causale negoziale, rimarcando come le circostanze riportate fossero suffragate da dati documentali ritualmente versati in atti, che attestavano gli incrementi di attività produttiva registrati nel periodo rilevante ai fini del decisum.

2. Il secondo motivo prospetta violazione e falsa applicazione dell’art. 421 c.p.c..

Si deduce che il giudice del merito aveva errato nel non istruire la causa attraverso la prova per testi considerato che, ove ammessa, avrebbe consentito di verificare la sussistenza effettiva delle esigenze alle quali si collegava l’assunzione del dipendente; tanto anche in considerazione degli spunti di indagine derivanti dalla documentazione connessa, versata in atti.

3. Il terzo motivo è formulato ex art. 360 c.p.c., n. 5.

Ci si duole che la Corte abbia ignorato i plurimi riscontri prodotti in sede istruttoria dalla ricorrente, limitandosi ad asserire l’inidoneità delle prove offerte, in quanto inadeguate.

4. Le censure possono congiuntamente trattarsi per presupporre la soluzione di questioni giuridiche connesse.

Esse non possono trovare accoglimento per i motivi di seguito esposti.

In via di premessa non può tralasciarsi di considerare che, secondo i principi consolidati nella giurisprudenza di questa Corte, l’astratta ammissibilità della causale indicata nel contratto di somministrazione di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, non è sufficiente a rendere legittima l’apposizione d’un termine al rapporto, dovendo anche sussistere, in concreto, una situazione riconducibile alla ragione indicata nel contratto stesso, vale a dire una rispondenza tra la causale enunciata e la concreta assegnazione del lavoratore a mansioni ad essa confacenti (vedi ex aliis, Cass. 9/9/2013 n. 20598).

La prova della effettività della causale posta a base dell’impiego del lavoratore ricade sull’utilizzatore che intende avvalersene, trattandosi di un elemento imprescindibile ai fini della verifica della legittimità del contratto ed l’accertamento in fatto delle condizioni che ne giustificavano l’utilizzo appartiene alla competenza esclusiva del giudice del merito, non essendo sindacabile in sede di legittimità laddove non emerga un vizio motivazionale concernente un fatto decisivo che se fosse stato diversamente valutato avrebbe condotto, con grado di certezza e non di mera probabilità, ad un opposto esito della lite. (in questi sensi, vedi Cass. 23/10/2017 n. 25005).

5. Nella specie la Corte distrettuale ha confermato il giudizio di carenza probatoria in ordine alla sussistenza effettiva delle esigenze sostitutive sottese al contratto di somministrazione già espresso dal giudice di prima istanza, sotto il profilo della genericità dei capitoli di prova articolati dalla società, per le ragioni indicate nello storico di lite.

In tal senso va puntualizzato – con particolare riferimento alla censura di cui al secondo motivo – che, se è da ritenere ormai principio acquisito che nel rito del lavoro i poteri istruttori d’ufficio, ai sensi di quanto disposto dagli artt. 421 e 437 c.p.c., si presentano come un potere-dovere, del cui esercizio o mancato esercizio il giudice deve dar conto (Cass. S.U. 17/6/2004, n. 11353), è però anche vero che la censura contenuta nel ricorso per cassazione relativa alla mancata ammissione della prova testimoniale è inammissibile qualora con essa il ricorrente si dolga della valutazione rimessa al giudice del merito, quale è quella di non pertinenza della denunciata mancata ammissione della prova orale rispetto ai fondamenti della decisione, senza allegare le ragioni che avrebbero dovuto indurre ad ammettere tale prova, nè adempiere agli oneri di allegazione necessari a individuare la decisività del mezzo istruttorio richiesto e la tempestività e ritualità della relativa istanza di ammissione (vedi Cass. 4/4/2018 n. 8204).

Orbene, tenendo conto del ricordato insegnamento, non può tralasciarsi di evidenziare l’inammissibilità del motivo che, in violazione del principio di specificità che governa il ricorso per cassazione, non reca la riproduzione del tenore del capitolato di prova di cui si chiedeva l’ammissione anche in sede di gravame, onde consentire la verifica dell’essenziale requisito di decisività, secondo i summenzionati e condivisi dicta di questa Corte.

A medesime conclusioni è dato, poi, pervenire quanto alla critica formulata con riferimento ai dati di natura documentale ed alla dedotta non contestazione degli stessi da parte del lavoratore, rilevata da parte ricorrente (in particolare con il primo motivo), ribadendosi il principio invalso nella giurisprudenza di questa Corte in base al quale l’onere di contestazione riguarda le allegazioni delle parti e non i documenti prodotti, nè la loro valenza probatoria, la cui valutazione, in relazione ai fatti contestati, è sottratta allo scrutinio in sede di legittimità (vedi Cass. 22/9/2017 n. 22055, Cass. 21/06/2016 n. 12748, Cass. 6/4/2016 n. 6606). Conclusivamente, la pronuncia impugnata, alla stregua delle suesposte considerazioni si sottrae alle critiche formulate, onde il ricorso deve essere respinto.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza, liquidate come da dispositivo con distrazione in favore degli avv.ti Afeltra e Zezza.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (che” ha aggiunto D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater) della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge da distrarsi in favore degli avv.ti Afeltra e Zezza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 4 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 luglio 2020

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