Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15399 del 28/06/2010

Cassazione civile sez. III, 28/06/2010, (ud. 26/05/2010, dep. 28/06/2010), n.15399

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI NANNI Luigi Francesco – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – rel. Consigliere –

Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Adelaide – Consigliere –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 4500-2006 proposto da:

D.P.E.R. (OMISSIS), elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA F. NICOLAI 87, presso lo studio

dell’avvocato TROCANO PIO MARIO, rappresentato e difeso dall’avvocato

NOBILE CARLANTONIO giusta delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

F.D. (OMISSIS), S.L.

(OMISSIS), M.C., elettivamente domiciliati in

ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati

e difesi dall’Avv. CARLO MARSEGLIA in 71100 FOGGIA, VIALE DEGLI

AVIATORI 94, giusta delega a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1009/2004 della CORTE D’APPELLO di BARI,

SEZIONE TERZA CIVILE, emessa il 13/10/2004, depositata il 12/11/2004

R.G.N. 408/2003;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

26/05/2010 dal Consigliere Dott. MAURIZIO MASSERA;

udito l’Avvocato NOBILE CARLANTONIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CENICCOLA RAFFAELE che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza in data 5 dicembre 2001 – 8 febbraio 2002 il Tribunale di Foggia dichiarava la nullità della clausola di determinazione del canone di locazione dell’immobile condotto da F.D. e S.L. perchè in contrasto con la legge sull’equo canone e condannava la locatrice D.P.E.R. a restituire ai conduttori la somma di L. 35.448.395 e quella ulteriore di L. 5.000.000.

Con sentenza in data 13 ottobre – 12 novembre 2004 la Corte d’Appello di Bari confermava la sentenza impugnata.

La Corte territoriale osservava per quanto interessa: nel procedimento di convalida di sfratto è consentito all’intimato – opposto svolgere domande riconvenzionali -, purchè sussista un collegamento obiettivo con la domanda principale – entro il termine assegnatogli con l’ordinanza di mutamento del rito; i conduttori non si erano opposti alla convalida della licenza per finita locazione, ma avevano chiesto in via riconvenzionale, previa determinazione dell’equo canone e declaratoria di nullità delle clausole derogatorie, la ripetizione delle somme pagate in eccedenza; d’altra parte, mutando il rito da sommario ad ordinario, il Tribunale aveva assicurato all’intimante tutte le garanzia di legge e costui non aveva subito alcun pregiudizio.

Avverso la suddetta sentenza D.P. ha proposto ricorso per cassazione affidato a sei motivi.

F. e S. hanno resistito con controricorso e presentato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 36 c.p.c. per impossibilità di simultaneus processus del procedimento di licenza per finita locazione e della causa di cui a domanda riconvenzionale proposta dal conduttore che ha preliminarmente dichiarato di non opporsi alla convalida dell’intimazione di licenza.

La censura è infondata. Infatti (Cass. Sez. 3^, n. 21242 del 2006;

Cass. Sez. 3^, n. 8336 del 2004) nel procedimento per convalida di sfratto (o di licenza per finita locazione), l’opposizione dell’intimato ex art. 665 c.p.c. determina la conclusione del procedimento a carattere sommario e l’instaurazione di un nuovo e autonomo procedimento con rito ordinario, nel quale le parti possono esercitare tutte le facoltà connesse alle rispettive posizioni, ivi compreso, per il locatore, quella di proporre una domanda nuova ovvero di dedurre una nuova “causa petendi”, per il conduttore, quella di proporre nuove eccezioni e/o domande riconvenzionali.

Non induce a diversa statuizione la circostanza che gli intimati non sì siano opposti alla licenza, considerato che (Cass. Sez. 3^, n. 33348 del 2003; vedi, ad esempio, anche la successiva n. 25393 del 2009) nel procedimento sommario di sfratto, la domanda riconvenzionale deve essere spiegata nell’atto di opposizione alla convalida, che costituisce il primo atto difensivo che introduce il giudizio di cognizione e pone fine a quello sommario di sfratto.

D’altra parte non si vede per quale ragione i conduttori avrebbero dovuto promuovere un nuovo e autonomo procedimento in palese contrasto con i principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 Cost..

Con il secondo motivo viene denunciata violazione dell’art. 40 c.p.c., comma 4; inapplicabilità ai procedimenti con riti speciali caratterizzati da diversa graduazione della cognizione (piena o sommaria).

Quanto sopra argomentato dimostra l’infondatezza anche della censura in esame. La trasformazione del rito ha consentito la trattazione completa ed esauriente della domanda riconvenzionale e ha posto la ricorrente in condizioni di esperire le proprie difese (se, poi, le abbia in concreto attuate o meno è questione irrilevante, dipendendo da una sua scelta).

Il terzo motivo prospetta vizio di motivazione circa le questioni che hanno formato oggetto delle precedenti censure, oltre a violazione e falsa applicazione degli artt. 36 e 40 c.p.c. in relazione al successivo art. 663.

La Corte territoriale ha spiegato adeguatamente le ragioni del proprio convincimento. Le argomentazioni poste a sostegno della censura più che a dimostrare omissioni, insufficienze e contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata mirano ad affermarne l’erroneità, così tornando al tema della violazione di legge, con riferimento alla quale vale quanto rilevato in precedenza.

Con il quarto motivo la D.P. lamenta arbitraria deroga ai principi del contraddittorio e del giudice naturale precostituito per legge: violazione dell’art. 101 c.p.c. e art. 25 Cost., nonchè del diritto di difesa garantito dall’art. 24 Cost..

La censura si sostanzia in affermazioni di carattere assolutamente generico; esse non dimostrano che la ricorrente abbia in concreto subito il benchè minimo pregiudizio. D’altra parte, quanto già argomentato in particolare in risposta al secondo motivo dimostra la manifesta infondatezza anche della doglianza in esame.

Con il quinto motivo viene lamentata omessa motivazione circa i dedotti rilievi di inammissibilità delle cd. “riconvenzionali compatibili” e di inapplicabilità del meccanismo della separazione dei giudizi di cui agli artt. 103 e 104 c.p.c.; conseguente paradossale contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata, rispetto al principio di economia processuale.

Anche questa censura si muove su un piano assolutamente teorico e astratto e risulta, quindi, inammissibile, prima che assorbita dal rigetto delle precedenti.

Con il sesto motivo la ricorrente lamenta errores in procedendo dei giudici di merito per omessa pronuncia sulla cd. absolutio ab istantia di cui all’art. 382 c.p.c., comma 3, analogicamente applicabile ai gradi di merito.

Anche questa censura pecca di genericità e astrattezza. Il contraddittorio si era regolarmente instaurato. La scelta di “rimanere sostanzialmente contumace” non influisce sulla regolarità dello svolgimento del processo.

Pertanto il ricorso va rigettato. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 1.600,00, di cui Euro 1.400,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 26 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 28 giugno 2010

 

 

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