Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15389 del 20/07/2020

Cassazione civile sez. II, 20/07/2020, (ud. 27/02/2020, dep. 20/07/2020), n.15389

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21006/2019 proposto da:

U.F., (alias U.F.), rappresentato e difeso

dall’Avvocato GIUSEPPINA MARCIANO ed elettivamente domiciliato

presso il suo studio, in MILANO, VIA FONTANA 3;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ope legis dalli Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in ROMA, VIA dei PORTOGHESI 12 è

domiciliato;

– resistente –

avverso il decreto n. 5215/2019 del TRIBUNALE di MILANO depositato il

14/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

27/02/2020 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

U.F. (alias U.F.) proponeva opposizione avverso il provvedimento della competente Commissione Territoriale di diniego della domanda di riconoscimento della protezione internazionale, chiedendo la protezione sussidiaria e, in subordine, la protezione umanitaria.

Si costituiva il MINISTERO dell’INTERNO chiedendo il rigetto del ricorso.

U.F., privo di documenti di identità del paese d’origine dichiarato (Nigeria), affermava di aver fatto ingresso irregolare in Italia il 29.5.2016 attraverso la frontiera marittima siciliana, provenendo dalla Libia. Quanto ai motivi che lo avevano indotto a espatriare e a chiedere la protezione internazionale allegava un foglio dattiloscritto con traduzione informale in italiano, nel quale si riferiva che nel 2014 avevano ucciso il padre e che per questo era dovuto scappare. Peraltro, in sede di audizione davanti alla Commissione Territoriale, il ricorrente aveva dichiarato di avere assistito all’omicidio del fratello, avvenuto nel (OMISSIS) ad opera dei membri del cult (OMISSIS), di cui il fratello faceva parte; che in seguito alla denuncia del padre per tale omicidio la polizia arrestava gli aggressori; che, tuttavia, i cultisti erano stati poi liberati su cauzione, a seguito di un provvedimento del Tribunale; che nel novembre 2014 i cultisti erano arrivati nella falegnameria in cui lavorava con il padre, avevano ucciso quest’ultimo per vendicarsi del fatto che egli aveva testimoniato contro di loro e avevano aggredito il ricorrente ferendolo; di aver seguito, con la sorella minore, la madre che, per quanto successo, decideva di lasciare la Nigeria, vendendo le proprietà; di avere vissuto in Libia con la madre e la sorella lavorando in un autolavaggio fino al gennaio 2016; di essere stato arrestato con la madre e la sorella; di essere riuscito a fuggire dalla prigione e di essersi imbarcato per l’Italia con la sorella, la quale moriva nel viaggio in mare, mentre la madre moriva in prigione; in ordine al timore di rientrare nel proprio paese, allegava di temere la vendetta dei membri del culto (OMISSIS).

Il Tribunale condivideva con la Commissione Territoriale la non credibilità del racconto, che era ritenuto generico e non credibile. Inoltre, non erano descritti atti definibili come persecutori, atteso che il richiedente era stato vittima di un unico episodio in cui era stato picchiato, perchè si trovava assieme al padre, vittima di una vendetta del cult. Si sottolineava che in Nigeria risultava che la polizia stesse procedendo a numerosi arresti dei membri di tale confraternita, per cui il richiedente avrebbe potuto rivolgersi alle autorità di polizia del suo paese per ottenere protezione.

Quanto alla protezione sussidiaria non ricorreva alcuna delle ipotesi previste; laddove il richiedente non forniva un racconto credibile e non insisteva nelle forme di protezione di cui alle suddette del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) e comunque non sussisteva un fondato rischio, posto che se avessero voluto ucciderlo avrebbero potuto farlo nel momento in cui era stato aggredito.

Con riferimento al rischio di essere coinvolto nella violenza di un conflitto armato generalizzato, il Tribunale adito precisava come non sia sufficiente a integrare la fattispecie l’esistenza di generiche situazioni di instabilità, essendo necessario che le informazioni indichino che l’intero territorio del paese o una parte rilevante di esso è interessata da una situazione di violenza generalizzata e indiscriminata, di intensità tale per cui qualsiasi civile che si trovi ad essere al suo interno sia concretamente esposto al rischio di perdere la propria vita o l’incolumità fisica.

Quanto alla protezione umanitaria, il Tribunale riteneva che non ricorressero i presupposti per il suo riconoscimento, poichè era da escludere il rischio del richiedente di essere immesso, in seguito al rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale idoneo a costituire una significativa compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili.

Avverso detto decreto propone ricorso per cassazione U.F. sulla base di tre motivi. il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente al solo fine dell’eventuale partecipazione alla udienza di discussione della causa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la “Violazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 10 e 11, art. 46, paragrafo 3 Direttiva 2013/32/UE, art. 47 CDFUE, artt. 6 e 13 CEDU, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, per violazione del dovere del Giudice di cooperazione e del principio di attenuazione dell’onere della prova in merito alla mancata audizione del ricorrente per approfondimenti”.

1.1. – Il motivo è inammissibile.

1.2. – Il Tribunale ha dato atto che la difesa del ricorrente avesse chiesto che questo fosse sentito “in merito agli approfondimenti sul periodo in Libia”; rilevando tuttavia che in merito alla richiesta protezione per motivi umanitari – il medesimo avesse valorizzato solo “l’integrazione sociale” senza che venisse spesa alcuna parola in ordine al suo vissuto il Libia.

Correttamente quindi (a fronte di un lamentato mancato approfondimento in sede di audizione di tale parte del racconto) il Tribunale ha osservato che nessun elemento ulteriore era stato allegato in ricorso, “dove anzi, non veniva nemmeno dedotta tale doglianza”; specificando però che “il dovere di cooperazione del Giudice non possa spingersi al punto di dovere indagare circostanze neppure allegate dalla difesa”.

Questa Corte ha affermato che il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, oltre a sancire un dovere di cooperazione del richiedente consistente nell’allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, pone a carco dell’autorità decidente un più incisivo obbligo di informarsi in modo adeguato (Cass. n. 7333 del 2015); e, tuttavia, la domanda diretta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale non si sottrae all’applicazione del principio dispositivo, sicchè il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio (Cass. n. 27336 del 2018).

L’attenuazione del principio dispositivo della “cooperazione istruttoria”, cui il giudice del merito è tenuto, non riguarda il versante dell’allegazione, che anzi deve essere adeguatamente circostanziata, ma la prova, con la conseguenza che l’osservanza degli oneri di allegazione si ripercuote sulla verifica della fondatezza della domanda (Cass. n. 3016 del 2019).

2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la “Violazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame circa un fatto decisivo della controversia in punto di riconoscimento della protezione sussidiaria – in merito alla effettiva situazione sociale, politica ed economica e sulla pericolosità sociale della Nigeria”, deducendo l’esame non aggiornato di informazioni sulla situazione politica sociale ed economica del Paese di origine, come illustrato da Amnesty e sul sito (OMISSIS) del Ministero Affari Esteri, e personale dello straniero.

2.1. – Il motivo è inammissibile.

2.2. – La sentenza è immune da censure avendo anche riguardo alla decisione assunta con riferimento alla protezione sussidiaria e, in particolare, al fatto costitutivo della medesima, consistente nel “danno grave” di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c): il Tribunale ha infatti fondato la propria pronuncia sul riscontro di dati informativi che ha specificamente indicato e valutato, escludendo, in particolare, la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno, pur riconoscendo una situazione critica quanto all’ordine pubblico ed alla sicurezza interna, di talchè il motivo si palesa come inteso a fornire una diversa valutazione di merito, nel riferimento in particolare alle raccomandazioni del sito “(OMISSIS)” del Ministero degli Esteri, e ad Amnesty (Cass. n. 26551 del 2017; cfr. Cass. n. 2752 del 2020; Cass. n. 2752 del 2020). Si è evidenziato, nella decisione impugnata, che la situazione generale del paese e in particolare del Delta State, secondo le informazioni aggiornate, non presentava una generalizzata situazione di violenza indiscriminata. Infatti, se in alcune aree della Nigeria, in particolare nel nord-est del paese, si riscontravano precarie condizioni di sicurezza (negli Stati di Borno, Yobe e Adamawa, si erano verificati numerosi attacchi terroristici ad opera del gruppo denominato Boko Haram), tuttavia il Delta State non sembrava far parte degli Stati segnalati per l’esistenza di conflitti armati in corso.

3. – Con il terzo motivo, il ricorrente deduce la “Violazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 – omesso esame circa un fatto decisivo della controversia: presupposti del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari”, poichè l’accertamento della situazione oggettiva del paese d’origine e della condizione soggettiva del richiedente in quel contesto, alla luce della peculiarità della sua vicenda personale, costituiscono il punto di partenza ineludibile dell’accertamento da compiere.

3.1. – Il motivo è inammissibile.

3.2. – Il ricorrente deduce che il Tribunale, tenuto alla cooperazione istruttoria d’ufficio, non avrebbe operato la comparazione delle due situazioni.

Va rilevato che nel motivo manca in ogni caso la specifica indicazione del fatto omesso, rilevante ai fini dell’applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, novellato, il cui oggetto è oggi esclusivamente l’omesso esame circa un “fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti”. Inoltre, nel dolersi il ricorrente della mancata comparazione tra la situazione in Italia e quella che il ricorrente troverebbe nel caso di rientro nel Paese di origine, la parte oblitera totalmente gli argomenti addotti dal Tribunale a base della reiezione del riconoscimento della protezione umanitaria; ed infatti, il Giudice di merito ha dato conto della situazione del ricorrente in Italia, escludendo la sussistenza della prova del radicamento, comparandola con quella del Paese di provenienza (con ciò seguendo i principi della pronuncia di Cass. n. 4455 del 2018), con preciso riferimento all’assenza “di ogni-credibile indicazione circa una individuale e personale condizione di vulnerabilità vissuta e/o che potrebbe vivere se facesse ritorno in Nigeria”. Ed inoltre, va rilevato che colui che richiede protezione umanitaria deve dedurre una situazione di vulnerabilità che deve riguardare la sua personale vicenda, venendo altrimenti in rilievo non la peculiare situazione di vulnerabilità del singolo soggetto, ma piuttosto quella dei suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti (così, tra le ultime, la pronuncia 11267 del 2019).

4. – Il ricorso va dichiarato inammissibile. Nulla per le spese nei riguardi del Ministero dell’Interno, che non ha svolto idonea attività difensiva. Va emessa la dichiarazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 luglio 2020

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