Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15387 del 21/06/2017

Cassazione civile, sez. lav., 21/06/2017, (ud. 09/03/2017, dep.21/06/2017),  n. 15387

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14941/2015 proposto da:

B.F., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA LUIGI RIZZO 50, presso lo studio degli avvocati GILDA DI

PASQUALE E ROSA BADILLO – STUDIO LEGALE BADILLO-DI PASQUALE,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIOVANNI FRANCESCO PISONI,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

FRAMAR 2000 S.R.L. P.I. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

EMILIO FAA’ DI BRUNO 87, presso lo studio dell’avvocato MASSIMILIANO

SCARSELLA, rappresentato e difeso dall’avvocato DANILO GIACCARI,

giusta memoria di costituzione in atti depositata il 8/03/2017;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 10446/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 20/12/2014 r.g.n. 193/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/03/2017 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI Francesca, che ha concluso per improcedibilità;

udito l’Avvocato GIOVANNI FRANCESCO PISONI;

udito l’Avvocato DANILO GIACCARI.

Fatto

FATTI DEL PROCESSO

Con ricorso al Tribunale di Roma del 27.1.2012 B.F., già dipendente della società FRAMAR 2000 srl, impugnava nei confronti del datore di lavoro e della società SAVING SUPERMAKET srl il licenziamento disciplinare intimatogli in data 7 marzo 2011, deducendo la violazione del principio di immutabilità della contestazione, la omessa specificazione della norma del contratto collettivo violata, la mancanza di giusta causa, il difetto di proporzionalità della sanzione.

Il giudice del lavoro, con sentenza del 14.11.2012 (nr. 18526/2012), accoglieva il ricorso sotto il profilo del difetto di proporzionalità della sanzione.

La Corte d’appello di Roma, con sentenza del 12-20.12.2014 (nr. 10446/2014), in accoglimento dell’appello della società FRAMAR 2000 srl ed in riforma della sentenza di primo grado, respingeva la domanda originaria del B..

Per quanto rileva in questa sede, la Corte di merito osservava che al lavoratore veniva contestato di essersi introdotto nel settore di scarico delle merci al di fuori dell’orario di lavoro e senza autorizzazione, utilizzando chiavi possedute indebitamente, al fine di lavare la propria auto nonchè di avere sottratto un secchio ed alcuni detersivi; successivamente, di essersi rivolto ad una collega con espressioni offensive.

Il fatto era stato ritenuto provato nella sentenza impugnata. Nella memoria difensiva, inoltre, il lavoratore appellato aveva dedotto di non avere asportato merce dal supermercato, non contestando, dunque, di avere prelevato la merce dagli scaffali per lavare la propria auto nell’area di scarico.

Il fatto era, altresì, confermato dal provvedimento di archiviazione emesso nella sede penale, prodotto dallo stesso lavoratore, nel quale si dava atto che il B. nell’interrogatorio reso al PM aveva ammesso di avere prelevato prodotti dagli scaffali per riporli nell’armadietto a ciò destinato, cui avevano accesso tutti i dipendenti. Nel decreto di archiviazione il giudice penale riteneva provato l’utilizzo dei prodotti da parte del B. per lavare la propria autovettura (alla pagina 4), escludendo soltanto la sussistenza degli elementi costitutivi del furto.

La sottrazione di merce dagli scaffali per lavare la propria autovettura, introdotta abusivamente nell’area dello scarico delle merci, l’impossessamento delle chiavi del reparto, a disposizione degli addetti al magazzino, l’avere lasciato il cancello aperto, creando una situazione di potenziale pericolo di furto, costituivano comportamenti di rilevante gravità, tali da ledere la fiducia del datore di lavoro circa la futura correttezza dell’adempimento, a prescindere dalle successive condotte contestate.

La valutazione della giusta causa non poteva tenere conto delle previsioni del CCNL, non prodotto da alcuna delle parti di causa.

Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza B.F., articolato in tre motivi.

Ha resistito con controricorso la società FRAMAR 2000 srl.

Il ricorso non è stato notificato alla società SAVING SUPERMARKETS.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione degli artt. 212, 213, 217 e 219 CCNL per i lavoratori dipendenti del terziario, distribuzione servizi, dell’art. 1362 c.c., degli artt. 112 e 113 c.p.c., nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – vizio di motivazione.

Ha censurato la sentenza per non avere applicato le previsioni disciplinari del CCNL, prodotte come allegato “E” alla lettera di assunzione (doc. 3) ed, in particolare la disposizione dell’articolo 217, il cui contenuto era stato trascritto nel ricorso introduttivo del giudizio, che prevedeva la sanzione del licenziamento disciplinare esclusivamente per le mancanze indicate nella stessa norma.

Ha dedotto la violazione dell’art. 1362 c.c., essendo prevista nel contratto di lavoro la applicazione delle norme del CCNL.

Ha assunto il vizio di motivazione della sentenza, per avere la Corte di merito affermato che la valutazione della giusta causa doveva essere operata in base alle norme di legge per la mancata produzione del CCNL; sotto questo profilo ha esposto di avere prodotto la lettera di assunzione, cui erano allegate le previsioni disciplinari del CCNL (allegato E); il CCNL era stato richiamato da entrambe le parti di causa ed utilizzato dal giudice del primo grado a fondamento della sua statuizione.

Il motivo, nella parte in cui lamenta la mancata applicazione delle norme del CCNL, è improcedibile; il ricorrente non ha adempiuto all’onere – ex art. 369 c.p.c., n. 4, di produrre il testo integrale del CCNL.

Le sezioni Unite di questa Corte (Cassazione civile, sez. un., 23/09/2010, n. 20075) hanno infatti affermato che il predetto art. 369, comma 2, n. 4, va interpretato nel senso che la parte ricorrente è onerata di produrre il testo integrale del contratto o accordo collettivo di livello nazionale -(e non solo l’estratto delle norme su cui si fonda la censura)- onde assicurare al giudice di legittimità la possibilità dell’interpretazione complessiva ex art. 1363 c.c., aggiungendo che tale onere, pur rappresentando un aggravio per la parte ricorrente, appare comunque proporzionato – e quindi giustificato sul piano della ragionevolezza (ex art. 3 Cost.) – se lo si correla alla nuova funzione di nomofilachia assegnata alla Corte di legittimità in relazione alla normativa collettiva di carattere nazionale dalla riforma dell’art. 360 c.p.c., n. 3, ex D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40.

La censura di violazione dell’art. 1362 c.c., è inammissibile perchè non conferente alla ratio decidendi. Il giudice dell’appello ha ritenuto non provate le previsioni del CCNL, in quanto non prodotte in causa; non ha affermato, invece, la loro inapplicabilità al rapporto di causa.

Il vizio di inammissibilità ricorre anche quanto al dedotto vizio di motivazione.

Nella fattispecie trova applicazione ratione temporis (ai sensi del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 3) il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sicchè il vizio della motivazione è deducibile soltanto in termini di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”.

La parte ricorrente non si duole dell’omesso esame di un fatto storico ma della mancata applicazione del contratto collettivo, vizio denunziabile in questa sede in via diretta ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3.

2. Con il secondo motivo il ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 – violazione ed errata applicazione dell’art. 2119 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè inadeguata, illogica e contraddittoria valutazione delle prove.

Ha censurato la sentenza per avere ritenuto provato l’addebito sulla base degli scritti difensivi del lavoratore appellato, della sentenza di primo grado, del verbale dell’ interrogatorio reso al PM e del decreto di archiviazione.

Ha assunto che la sentenza di primo grado non accertava la commissione dei fatti ma si limitava ad affermare che gli addebiti, ove in ipotesi astrattamente fondati, non avrebbero comunque giustificato il licenziamento. Nei propri atti egli aveva sempre contestato di aver commesso il fatto addebitatogli; nel verbale di interrogatorio reso al pubblico ministero aveva negato di essersi appropriato dei prodotti aziendali per lavare la propria auto ed anche il decreto di archiviazione dava atto di tale circostanza.

Il motivo è inammissibile.

La censura non attiene alla interpretazione delle norme di legge sulla giusta causa del licenziamento nè alla violazione delle regole processuali di acquisizione e valutazione delle prove; essa investe, piuttosto, la ricostruzione del fatto storico compiuta in sentenza sicchè va correttamente qualificata in termini di vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5.

Il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di una erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa, mentre la allegazione – come prospettata nella specie da parte del ricorrente – di una erronea ricognizione della fattispecie concreta, a mezzo delle risultanze di causa, è esterna alla esatta interpretazione della norme di legge e impinge nella tipica valutazione del giudice del merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione.

Sotto il profilo del vizio di motivazione sussistono le ragioni di inammissibilità della censura già evidenziate in riferimento al primo motivo giacchè il ricorrente non indica un fatto storico, controverso e decisivo, non esaminato dal giudice del merito ma si duole della valutazione degli elementi di prova effettuata in sentenza.

3. Con il terzo motivo il ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 – violazione ed errata applicazione dell’art. 2119 c.c. e degli artt. 115 e 116c.p.c., nonchè inadeguata, illogica e contraddittoria valutazione delle prove, violazione del principio di proporzionalità.

Il ricorrente ha censurato la contraddittorietà della motivazione per avere il giudice dell’appello ritenuto la rilevante gravità dei fatti anche sulla base del decreto penale di archiviazione, che escludeva, invece, la sussistenza del reato di furto.

Ha denunziato la violazione dell’art. 2119 c.c., per l’errore di valutazione commesso dal collegio giudicante in punto di proporzionalità della sanzione.

Ha contestato la affermazione in sentenza, in mancanza di ogni acquisizione istruttoria, di una sua condotta di sottrazione di merce e di impossessamento delle chiavi nonchè il fatto che egli avesse lasciato aperto il cancello.

Il motivo è inammissibile.

La parte contesta l’accertamento in sentenza delle modalità di svolgimento dei fatti; l’accertamento del fatto storico, che costituisce espressione del potere discrezionale del giudice del merito di valutazione della prova, è censurabile in questa sede di legittimità nei limiti del vizio di motivazione, deducibile, come già rilevato, unicamente in termini di omesso esame di un fatto storico oggetto di discussione e decisivo. Il motivo, senza introdurre alcun fatto storico non esaminato, è invece meramente contrappositivo rispetto alla valutazione degli atti di parte e dei documenti del procedimento penale operata in sentenza.

Nella parte in cui deduce la violazione dell’art. 2119 c.c., per mancata integrazione della giusta causa del licenziamento, il ricorrente si limita, analogamente, a sollecitare questa Corte a compiere un diverso apprezzamento delle circostanze di fatto sotto il profilo della proporzionalità della sanzione, non consentito nella sede di legittimità, piuttosto che denunziare un vizio del giudice del merito nell’individuazione del parametro normativo elastico della giusta causa.

Il ricorso deve essere conclusivamente dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (che ha aggiunto al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione integralmente rigettata.

PQM

 

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 200 per spese ed Euro 3.000 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 21 giugno 2017

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