Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1538 del 22/01/2018

Civile Sent. Sez. 2 Num. 1538 Anno 2018
Presidente: LOMBARDO LUIGI GIOVANNI
Relatore: CARRATO ALDO

SENTENZA

c.c. – questioni
processuali

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 556/’14) proposto da:
X.X.

– controricorrenti e

– intimata –

G.G.;
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Data pubblicazione: 22/01/2018

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nonché
– altro intimato –

N.N.;

– ulteriori intimati Avverso la sentenza della Corte di appello di Potenza n. 251/2012, depositata il
6 novembre 2012;

Udita

la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 22

novembre 2017 dal Consigliere relatore Aldo Carrato;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale
Alessandro Pepe, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avv. YY per i ricorrenti.
FATTI DI CAUSA
Con sentenza n. 164 del 2006 la Sezione Stralcio del Tribunale di Melfi,
pronunciando sulla domanda proposta da A.A.  nei confronti di
G.G.
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– altri intimati –

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dell’attore volta ad ottenere la rimozione delle opere realizzate dai convenuti ed
il ripristino dell’area – avuto riguardo ad un fondo agricolo appartenente allo
stesso A.A., sito in Lavello – ovvero il risarcimento pecuniario equivalente;
– accoglieva, di contro, la domanda riconvenzionale formulata dalla G.G.
diretta ad ottenere la declaratoria di inesistenza del diritto di servitù, vantato
dall’attore, di passaggio con mezzi meccanici sul suo fondo.

appellati G.G. e previa integrazione del contraddittorio – versandosi in una ipotesi
di litisconsorzio necessario – nei confronti degli eredi  la Corte di appello di Potenza, con sentenza n. 251 del 2012
(depositata il 6 novembre 2012), accoglieva, per quanto di ragione, il gravame
e, per l’effetto, rigettava la domanda riconvenzionale avanzata da G.G. (confermando nel resto l’impugnata sentenza), regolando le complessive
spese dei due gradi di giudizio relative ai complessivi rapporti processuali
instauratisi, ponendo, in particolare, a carico del A.A. gli oneri
economici occorsi per le consulenze tecniche d’ufficio espletate nel giudizio di
prime cure.
A sostegno dell’adottata decisione la Corte lucana rilevava, in prima battuta,
l’infondatezza, per un verso, e l’inammissibilità, per altro verso, del primo
motivo di gravame. La declaratoria di infondatezza ineriva la questione
attinente alle modalità di svolgimento della c.t.u., essendo stata ravvisata la
legittimità della sostituzione dell’originario c.t.u. e della rinnovazione delle
stesse operazioni compiute dall’ausiliario giudiziale. Con riferimento
propriamente al merito della domanda principale disattesa all’esito del giudizio
di primo grado (con riguardo all’esclusione dell’attività illecita delle opere
assunte come realizzate nell’interesse del convenuti), il giudice di appello riconfermata la riconducibilità della pretesa a quella tutelata dall’art. 913 c.c. riteneva inammissibili le doglianze prospettate dall’appellante siccome prive di
specificità, avendo il A.A. esposto censure ipotetiche ripetitive ed
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Interposto appello da parte del soccombente attore, nella costituzione degli

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apodittiche, ovvero non espressamente confutative e debitamente riscontrate
delle conclusioni raggiunte dal primo giudice sulla scorta degli accertamenti del
c.t. u.
Il giudice di secondo grado accoglieva, invece, il secondo motivo di appello e, di
conseguenza, riformava la sentenza impugnata nella parte in cui aveva rilevato
la fondatezza della domanda riconvenzionale (ricollegabile ad un’actio negatoria
della G.G., da reputarsi, in contrario, sprovvista di prova

adeguata.
Avverso la suddetta sentenza di secondo grado (non notificata) hanno proposto
ricorso per cassazione l’avv. YY, (deceduto il 3
novembre 2011), articolato in quattro motivi, al quale hanno resistito con
controricorso
RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo i ricorrenti (nella spiegata qualità) hanno censurato la
sentenza impugnata per (assunto) “error in procedendo” ai sensi dell’art. 360,
comma 1, nn. 4 e 5, c.p.c., in relazione agli artt. 159, 118, 207 e 259 c.p.c.,
nella parte in cui con la stessa era stato omesso di rilevare la nullità del
processo di primo grado per violazione delle regole processuali nella parte
derivata dalle ordinanze con cui il giudice di prime cure aveva disposto
l’ispezione dei luoghi (senza che venisse poi verbalizzata la relativa attività
processuale), la ingiustificata rinnovazione della c.t.u. e la conseguente
sostituzione del primo consulente tecnico d’ufficio, avvenuta a notevole
distanza temporale dall’introduzione della causa.
1.1. Rileva il collegio che il complessivo motivo – così come dedotto – è da
ritenersi infondato e, pertanto, deve essere respinto.
La doglianza, innanzitutto, investe un tema che deve qualificarsi come nuovo,
ovvero quello della supposta nullità della disposta ispezione e dell’assunta
mancanza del relativo verbale, siccome non risulta esaminato dalla sentenza di
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servitutis)

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appello impugnata, non emergendo che esso fosse stato dedotto con apposito
motivo di gravame. Per questo aspetto la doglianza deve, perciò, essere
dichiarata propriamente inammissibile.
Peraltro, si osserva che la sentenza della Corte lucana è fondata sulle
risultanze della rinnovata c.t.u. e sulla mancanza di prove relative alla pretesa
dedotta in giudizio dalla originaria parte attrice, senza, quindi, che sia stata

Con riferimento alle prospettate violazioni inerenti le contestazioni circa la
ritenuta necessità di disporre la rinnovazione della c.t.u. in primo grado,
occorre porre in risalto che la Corte territoriale – facendo riferimento al
corretto esercizio del potere discrezionale del primo giudice – ha congruamente
evidenziato come la sostituzione del primo c.t.u. si fosse resa indispensabile
sia per il mancato intervento dello stesso all’atto del sopralluogo fissato dal
medesimo giudice sia, soprattutto, per le migliori competenze (e garanzie)
offerte dal nuovo c.t.u. (geologo e non semplice geometra) in relazione alla
specifica natura degli accertamenti da eseguire involgenti operazioni e
valutazioni concernenti l’assetto del territorio, stante anche la dubbia
consistenza e contraddittorietà delle considerazioni tecniche fornite dal
precedente ausiliario giudiziale, senza, perciò, che la determinazione della
rinnovazione delle operazioni peritali fosse stata dettata dall’esito dell’ispezione
giudiziale dei luoghi.
Alla stregua della univoca ed adeguata esternazione della condivisione delle
ragioni giustificative della decisione del giudice di primo grado di provvedere
alla sostituzione del primo c.t.u. per la rinnovazione delle operazioni peritali, le
valutazioni del giudice di appello non possono ritenersi sindacabili nella
presente sede di legittimità. La giurisprudenza di questa Corte ha, infatti,
univocamente ritenuto, per un verso, che la valutazione delle ragioni che
giustificano un provvedimento di sostituzione dello stesso c.t.u., a norma
dell’art. 196 del codice di rito, è rimessa esclusivamente al giudice di merito ed
è insindacabile in sede di legittimità se correttamente e logicamente motivata
(cfr., ad es., Cass. n. 3105/2004) e, per altro verso, che rientra nei poteri
discrezionali dello stesso giudice di merito la valutazione dell’opportunità di
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valorizzata alcuna risultanza conseguente all’ispezione giudiziale.

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disporre indagini tecniche suppletive o integrative di quelle già espletate, di
sentire a chiarimenti il consulente tecnico di ufficio ovvero di disporre
addirittura la rinnovazione delle indagini, con la nomina di altri consulenti, e
l’esercizio di un tale potere, così come il mancato esercizio di esso, non è
censurabile in sede di legittimità (cfr. Cass. n. 5142/2001 e Cass. n.
3004/2004).

falsa applicazione di norme di diritto e quello di omessa, insufficiente e
contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, con
riferimento all’art. 360, comma 1, nn. 3 e 5, c.p.c. ed in relazione agli artt.
118, 196, 197, 258 e 259 c.p.c. anche nella parte in cui il giudice d’appello sul presupposto della limitazione del primo motivo di gravame alla sostituzione
del c.t.u. inizialmente nominato – lo aveva ritenuto “per un verso” anche
infondato. Secondo la prospettazione dei ricorrenti, infatti, la decisione del
giudice di appello di ritenere legittima la sostituzione del primo c.t.u. da parte
del Tribunale si sarebbe dovuta considerare erronea siccome, nella concreta
fattispecie, difettava completamente il presupposto dei gravi motivi che
avrebbero giustificato l’esercizio della facoltà di disporre la suddetta
sostituzione.
3. Con la terza doglianza i ricorrenti hanno denunciato – in ordine all’art. 360,
comma 1°, nn. 3 e 5, c.p.c. – la violazione e falsa applicazione degli artt.
913,1067 e 2043 c.c., in uno al vizio di motivazione della sentenza impugnata
nella parte in cui il giudice di appello, sempre sull’evidenziato presupposto della
limitazione del primo motivo di gravame alla sostituzione del c.t.u. inizialmente
nominato, lo aveva ritenuto “per altro verso” inammissibile.
4. I due motivi – che possono essere esaminati congiuntamente siccome
strettamente connessi – sono da dichiararsi inammissibili in ordine al
prospettato vizio motivazionale e destituiti di fondamento con riguardo alle
dedotte violazioni di legge.
Le doglianze, nella parte in cui prospettano vizi motivazionali, sono state
proposte avendo come riferimento la precedente formulazione dell’art. 360,
comma 1, n. 5, c.p.c. (non più applicabile con riguardo ai ricorsi formulati per
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2. Con il secondo motivo i ricorrenti hanno prospettato il vizio di violazione e

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l’impugnazione delle sentenze pubblicate dopo 1’11 settembre 2012, ai sensi
dell’art. 54, comma 3, del d.l. n. 82/2012, conv., con modif., dalla I. n.
134/2012, e la sentenza qui impugnata risulta pubblicata 6 novembre 2012),
ovvero prospettando vizi propri di omessa, insufficiente e contraddittoria
motivazione anziché il mero “omesso esame circa un fatto decisivo per il
giudizio che è stato oggetto di discussione” (come ora consentito dal novellato

esaminato dal giudice di secondo grado, per quanto già evidenziato con
riguardo all’esame del primo motivo.
Quanto alla supposta violazione delle norme relative alla sostituzione del c.t.u.
va qui ribadito quanto già affermato in ordine alla prima censura, nel senso che
le valutazioni della Corte di appello circa la determinazione del primo giudice di
disporre la rinnovazione della c.t.u. sostituendo il precedente ausiliario
nominato sono certamente congrue ed ampiamente giustificate sul piano della
manifestazione dell’opportunità di pervenire a tale scelta discrezionale, come
tale insindacabile nella presente sede (cfr., anche, Cass. n. 18410/2013).
Inoltre, i ricorrenti tendono, specificamente con il terzo motivo, a confutare il
ragionamento logico del giudice di appello circa l’esclusiva valorizzazione delle
risultanze della seconda c.t.u. ai fini della decisione della controversia, ma in tal
modo essi – al di là dell’omessa trascrizione delle conclusioni del secondo c.t.u.
(che sarebbe stata comunque necessaria, non essendo sufficiente aver riportato
solo quelle del primo, da essi ritenute maggiormente più attendibili) – invocano
una rivalutazione delle emergenze probatorie scaturite all’esito della
rinnovazione delle operazioni peritali, che non può ritenersi ammessa in questa
sede. Deve, peraltro, mettersi in luce come la Corte potentina, una volta
ricondotta incontestatamente la domanda del A.A. all’ambito di
applicabilità dell’art. 913 c.c., abbia adeguatamente escluso che le opere
realizzate avessero causato danni al fondo della suddetta parte, proprio sulla
scorta delle argomentate conclusioni del secondo – maggiormente specializzato
(in quanto geologo) – c.t.u., dalla cui attività e conseguente relazione era stato
possibile desumere come la quasi totalità delle acque meteoriche si infiltrava
già prima di giungere al rilevato e, quindi, al fondo A.A. come una certa
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n. 5 del comma dell’art. 360 cit.), che, invece, è stato più che sufficientemente

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perdita di suolo e substrato di tale fondo costituisse l’effetto dello stato di
abbandono del medesimo terreno e come, infine, i lamentati movimenti franosi
erano insussistenti, siccome non riscontrati oggettivamente.
5. Con la quarta ed ultima censura i ricorrenti – sempre con riguardo all’art.
360, comma 1°, n. 3, c.p.c. – hanno lamentato la violazione e falsa
applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., con riferimento all’assunta illegittimità

del loro dante causa, nel mentre la Corte potentina avrebbe dovuto, anche per
esse, disporre l’integrale compensazione tra le parti (per reciproca
soccombenza).
5.1. Anche l’ultimo motivo formulato dai ricorrenti è privo di fondamento.
Con riferimento alla regolazione delle spese processuali (riguardanti gli oneri
defensionali), infatti, la Corte lucana ha dato sufficiente riscontro dei giusti
motivi che hanno legittimato la compensazione parziale (per metà) degli
esborsi e degli onorari dei due gradi di giudizio, tenendo conto
dell’accoglimento soltanto parziale dell’appello e dell’esito finale della
controversia, sul presupposto che – dal punto di vista sostanziale e
complessivo – l’oggetto del giudizio aveva ruotato, in via preponderante ed
essenziale, sull’azione instaurata dal A.A..
Anche le spese resesi necessarie per l’esperimento della c.t.u. in primo grado
sono state poste legittimamente a carico del dante causa dei ricorrenti, in
applicazione del principio della relativa soccombenza e di quello di causalità.
Invero il ricorso all’attività dell’ausiliario giudiziario era stato determinato, nel
giudizio di primo grado, dall’indispensabilità di accertare, in via esclusiva,
l’eventuale illiceità delle opere dedotte con l’originaria citazione e il correlato
danno causato e non anche per il compimento di accertamenti concernenti la
cognizione della domanda riconvenzionale (che era stata basata su altri
elementi probatori).
Pertanto, essendo risultata infondata anche all’esito del giudizio di appello la
domanda principale svolta in primo grado, gli oneri derivanti dall’espletamento
della c.t.u. – sulla base dei richiamati principi – non avrebbero potuto che

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dell’accollo dell’intero onere economico occorso per le spese di c.t.u. a carico

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essere accollati alla parte interamente soccombente su tale oggetto del
processo e, quindi, allo stesso appellante.
7. In definitiva, sulla scorta delle argomentazioni complessivamente esposte, il
ricorso deve essere integralmente rigettato, con la conseguente condanna dei
soccombenti ricorrenti al pagamento, con vincolo solidale, in favore dei soli
costituiti controricorrenti, delle spese del presente giudizio, liquidate nella

Nessuna ulteriore pronuncia in ordine alla regolamentazione delle spese va,
infatti, adottata in ordine agli altri rapporti processuali instauratisi, non avendo
le altre parti intimate svolto attività difensiva in questa fase.
Ricorrono, infine, le condizioni per dare atto della sussistenza dei presupposti
per il versamento, da parte dei ricorrenti in via fra loro solidale, del raddoppio
del contributo unificato ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R. 30 maggio
2002, n. 115.
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, con vincolo solidale, al
pagamento, in favore dei costituiti controricorrenti, delle spese del presente
giudizio, liquidate in complessivi euro 3.200,00, di cui euro 200,00 per esborsi,
oltre accessori nella misura e sulle voci come per legge.
Ai sensi dell’articolo 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115/2002, si dà atto
della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti in via
solidale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello
dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13.

Così deciso nella camera di consiglio della 2^ Sezione civile in data
novembre 2017.

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misura di cui in dispositivo.

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