Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15372 del 26/07/2016


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Cassazione civile sez. III, 26/07/2016, (ud. 11/05/2016, dep. 26/07/2016), n.15372

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21953/2014 proposto da:

D.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CERESIO 24,

presso lo studio dell’avvocato CARLO ACQUAVIVA, rappresentato e

difeso dall’avvocato D.G. difensore si sèmedesimo;

– ricorrente –

contro

R.A.R.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1902/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 22/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/05/2016 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito l’Avvocato CARLO ACQUAVIVA per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI Anna Maria, che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. L’Avvocato D.G. ha proposto ricorso per cassazione contro R.A.R. avverso la sentenza del 22 maggio 2014, con cui la Corte d’Appello di Milano ha dichiarato inammissibile l’appello da lui proposto avverso la sentenza del 16 gennaio 2012, con cui il Tribunale di Monza aveva accolto l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., proposta dal R. contro un precetto intimatogli da esso ricorrente.

2. Al ricorso che prospetta due motivi, l’intimato non ha resistito.

3. Parte ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso il ricorrente deduce “violazione dell’art. 1267 c.c., comma 2” e con il secondo “mancanza di idonea motivazione”, senza alcuna parametrazione dei motivi al paradigma dell’art. 360 c.p.c..

Peraltro, prima dell’esposizione dei motivi ed in chiusura dell’esposizione del fatto, il ricorrente, dopo avere riferito che la Corte territoriale “ha ritenuto di confermare la sentenza del Tribunale di Monza per l’inammissibilità dell’appello ex art. 342 c.p.c., motivandola nuovamente e sommariamente col negligente comportamento dell’avv. D., che ha del tutto inopinatamente ritardato il recupero del credito assegnatogli non avendo fornito idonea prova sul punto”, ha affermato di ritenere “di avere esaurientemente esposto le circostanze di fatto e le complesse vicende giudiziali che smentiscono la ritenuta inammissibilità dell’appello ex art. 342 c.p.c.”.

Ora, nè nell’illustrazione del primo motivo nè in quella del secondo, al di là della loro intestazione, si espone alcunchè che sia correlabile ad un’attività argomentativa diretta ad evidenziare che l’appello sarebbe stato dichiarato erroneamente inammissibile ai sensi dell’art. 342 c.p.c..

Si svolgono solo considerazioni dirette ad evidenziare come la Corte territoriale avrebbe dovuto decidere sul merito della controversia.

2. Ebbene, se si passa alla lettura della motivazione della sentenza impugnata si evidenzia che essa, sotto i “motivi della decisione”, ha prima nella seconda metà della pagina 3 e fino all’undicesimo rigo della pagina seguente enunciato una motivazione diretta a giustificare “in via preliminare che debba essere affermata l’inammissibilità dell’appello ex art. 342 c.p.c.” e tra l’altro evocativa del principio di diritto di cui a Cass. sez. un. n. 23299 del 2011.

Successivamente, invece, con la premessa di un “in ogni caso”, la Corte meneghina ha anche enunciato una motivazione sul merito della controversia fino al quinto rigo della pagina 5, concludendo in sostanza per la condivisione della decisone nel merito del primo giudice.

Ora, secondo il principio di diritto di cui a Cass. sez. un. n. 3840 del 2007 il ricorrente, di fronte ad una simile motivazione, avrebbe potuto e dovuto impugnare soltanto la ratio decidendi in rito, cioè quella affermativa dell’inammissibilità dell’appello per inosservanza dell’art. 342 c.p.c. e non avrebbe avuto necessità di impugnare la ratio decidendi di merito, in quanto enunciata senza potestas iudicandi da parte della Corte territoriale, una volta rilevata la detta inammissibilità dell’appello.

Poichè il ricorso non impugna l’unica ratio decidendi che avrebbe dovuto impugnare, quella sull’inammissibilità, della quale si disinteressa.

Tale disinteresse emerge non solo perchè non si svolge uno specifico motivo che avrebbe dovuto censurare la violazione dell’art. 342 c.p.c., ma anche perchè, prima di espone i motivi, il ricorrente pretende di sostenere in modo del tutto assertorio e senza nemmeno evocare il contenuto dell’atto di appello e dimostrarne la specificità, che l’inammissibilità è state dichiarata erroneamente.

Poichè i due motivi di ricorso non impugnano la ratio decidendi che avrebbero dovuto impugnare essi sono inammissibili e, quindi, lo è il ricorso, atteso che esso ha lasciato consolidare quella ratio.

E’ poi appena il caso di precisare che, se l’assetto che l’inammissibilità sarebbe stata dichiarata erroneamente lo si volesse intendere come espressione di una voluntas impugnatoria, il relativo motivo sarebbe comunque inammissibile per assoluta genericità (ex multis, Cass. n. 4741 del 2005), con il risultato che si sarebbe comunque consolidata la declaratoria di inammissibilità dell’appello.

3. Il ricorso è dichiarato inammissibile.

Non è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di cassazione. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 11 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2016

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