Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15358 del 21/06/2017


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Cassazione civile, sez. III, 21/06/2017, (ud. 16/03/2017, dep.21/06/2017),  n. 15358

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. ROSSI Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17059/2015 proposto da:

M.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ROMEO ROMEI

19, presso lo studio dell’avvocato BRUNO RIITANO, che la rappresenta

e difende unitamente all’avvocato ADOLFO RIITANO giusta procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

E.N.P.A.M. – ENTE NAZIONALE PREVIDENZA ED ASSISTENZA DEI MEDICI E

DEGLI ODONTOIATRI in persona del Presidente e legale rappresentante

Dott. O.A., elettivamente domiciliata in ROMA, LARGO

TRIONFALE 7, presso lo studio dell’avvocato LUIGI MANNUCCI, che la

rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3036/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 10/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/03/2017 dal Consigliere Dott. RAFFAELE ROSSI.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

La fondazione Enpam – Ente nazionale di assistenza e previdenza dei medici (locatrice) intimò a D.S.C. (conduttrice) sfratto per morosità relativo ad un immobile sito in (OMISSIS) concesso in locazione ad uso abitativo per il mancato pagamento di alcuni canoni degli anni 1998, 1999 e 2004 nonchè di oneri accessori.

Nell’opporsi alla convalida, parte intimata, oltre a contestare la debenza di (alcuni) degli importi pretesi, propose domanda riconvenzionale per la condanna del locatore alla restituzione di quanto indebitamente percepito a titolo di adeguamento ISTAT.

All’esito del relativo giudizio, l’adito Tribunale di Roma dichiarò risolto il contratto di locazione per inadempimento della conduttrice, condannandola al pagamento di somme a titolo di oneri accessori al canone; accolse altresì la riconvenzionale e condannò la locatrice alla restituzione degli importi indebitamente percetti.

Decidendo sui contrapposti appelli proposti dalle parti (in via principale dalla conduttrice, in via incidentale dalla locatrice), la Corte di Appello di Roma, con la sentenza n. 3036/2014 del 10 luglio 2014, confermava la risoluzione del contratto, rilevando che la morosità, superiore alla misura predeterminata dalla L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 55, non era stata sanata con l’integrale pagamento del dovuto o mediante richiesta di termine di grazia all’uopo; accogliendo l’appello incidentale, rigettava la domanda di ripetizione delle somme versate a titolo di adeguamento ISTAT del canone, reputando la validità della relativa clausola inserita nel contratto di locazione.

Avverso questa sentenza ricorre per cassazione, affidandosi a tre motivi, M.R., nella dichiarata qualità di unica erede legittima della madre, D.S.C.; resiste con controricorso la fondazione Enpam.

Ambedue le parti hanno depositato memoria illustrativa.

Il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione in forma semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Nel controricorso, la fondazione Enpam ha eccepito il difetto di legittimazione della ricorrente M.R., per non aver offerto prova della asserita qualità di D.S.C., parte del giudizio definito con la impugnata sentenza.

Ad avviso della Corte, la disamina della questione (sulla quale le parti hanno dibattuto ampiamente nelle memorie illustrative), benchè doverosamente preliminare nel corretto ordine logico di trattazione, può essere assorbita dalla infondatezza nel merito dei motivi di ricorso, in ossequio al principio della “ragione più liquida”, secondo cui è consentito sostituire il profilo di evidenza a quello dell’ordine delle questioni da trattare ex art. 276 c.p.c., in una prospettiva aderente alle esigenze di economia processuale e di celerità del giudizio, costituzionalizzata dall’art. 111 Cost.: la causa può dunque essere decisa sulla base della questione ritenuta di più agevole soluzione senza che sia necessario esaminare previamente le altre, per essere consentito al giudice l’esame di un motivo di merito, suscettibile di assicurare la definizione del giudizio, anche in presenza di una questione pregiudiziale (ex plurimis, su detto principio, vedi Cass., Sez. U., 08/05/2014, n. 9936; Cass. 28/05/2014, n. 12002; Cass. 19/08/2016, n. 17214).

2. Con il primo motivo, per “violazione e falsa applicazione della L. n. 392 del 1978, artt. 5 e 55 e dell’art. 1455 c.c.”, parte ricorrente assume che, costituendo la sanatoria della morosità con richiesta di termine di grazia mera facoltà esercitabile dal conduttore, la Corte territoriale avrebbe dovuto valutare la sussistenza dell’inadempimento e la sua gravità ex art. 1455 c.c., ai fini della risoluzione del contratto.

La doglianza è infondata.

In conformità al consolidato orientamento del giudice della nomofilachia, in tema di locazione di immobili urbani, adibiti ad uso abitativo, nel caso in cui il conduttore abbia omesso di pagare una o più mensilità del canone locativo ovvero oneri accessori per un importo superiore a due mensilità di canone, la valutazione della gravità e dell’importanza dell’inadempimento, non è rimessa all’apprezzamento discrezionale del giudice, ma è predeterminata legalmente ai sensi della L. n. 392 del 1978, artt. 5 e 55 (cfr. Cass. 18/11/2010, n. 23257; Cass. 12/04/2006, n. 8628; Cass. 11/04/2006, n. 8418; Cass. 10/06/2005, n. 12321).

Circa l’obbligazione del solvere praetium locationis, la valutazione della gravità e della importanza dell’inadempimento del conduttore in relazione all’interesse del locatore insoddisfatto è ancorata dal legislatore ad un parametro (quantitativo e temporale) predefinito, che esclude ogni discrezionale considerazione ad opera del giudice, tenuto unicamente a verificare il presupposto dell’inadempimento: immune da censure si profila dunque la sentenza impugnata, nella quale, verificato l’omesso pagamento da parte del conduttore di importi dovuti (per canoni ed oneri accessori) superiori alla misura di legge (circostanza anche in questa sede non contestata) e la mancata sanatoria con le modalità del cd. termine di grazia, correttamente è stata pronunciata la risoluzione del contratto di locazione.

3. Con la seconda doglianza, si denuncia “violazione e falsa applicazione degli artt. 436, 437, 324, 343, 347, 350 e 416 c.p.c.” per avere la Corte territoriale ritenuto ammissibile l’appello incidentale della fondazione Enpam, ancorchè non proposto con la prima memoria di costituzione in giudizio, in violazione del termine perentorio fissato dall’art. 436 c.p.c..

Segnatamente, con riferimento allo svolgimento della vicenda processuale controversa, la Corte di Appello di Roma, adita con ricorso da D.S.C., ebbe a fissare, con il medesimo decreto, due udienze, l’una al 7 marzo 2008 “per la decisione sulla istanza di sospensione dell’esecuzione della sentenza impugnata” e l’altra al 3 aprile 2009 per la discussione della controversia: orbene, ad avviso del ricorrente, la preclusione alla formulazione dell’appello incidentale doveva radicarsi in relazione alla prima di tali udienze, con conseguente tardività dell’impugnazione spiegata solo con la memoria di parte appellata del 20 marzo 2009.

L’argomentazione non è condivisibile.

In virtù del combinato disposto degli artt. 435 e 436 c.p.c., nel rito locatizio, l’appello incidentale si propone, a pena di decadenza, con la memoria di costituzione nel termine di almeno dieci giorni prima dell’udienza di discussione, locuzione che va riferita alla udienza fissata per la compiuta esplicazione delle attività assertive delle parti e per la definizione del thema decidendum.

Nè, al riguardo, assume rilevanza alcuna la (peraltro meramente eventuale) fissazione di altra, più ravvicinata, udienza per la delibazione sulla sospensione della esecutività (o dell’esecuzione) della sentenza oggetto di impugnazione: la resistenza in tale sede spiegata dall’appellato è infatti funzionale e limitata al subprocedimento incidentale volto alla pronuncia sulla istanza cautelare ed attiene quindi alla sussistenza dei presupposti specificamente afferenti l’accoglimento o il diniego della stessa, ben potendo limitarsi l’appellato unicamente a dedurre la non ravvisabilità del fumus boni iuris o di un pregiudizio derivante dalla concreta attuazione della sentenza gravata.

L’esplicazione di siffatta attività difensiva non può tuttavia (come porterebbe a concludere quanto opinato dal ricorrente) esaurire il diritto di difesa della parte appellata, imporre cioè a quest’ultima la integrale confutazione, con ogni strumento assertivo, della fondatezza nel merito delle avverse argomentazioni ovvero, a fortiori, la proposizione dell’impugnazione incidentale, attività del tutto estranea ed ultronea rispetto alla mera sospensione della esecutività della sentenza, non a caso correlata dal codice alla udienza di discussione della controversia (nello stesso senso, pur con riferimento all’appello incidentale nel rito ordinario, cfr. Cass. 04/04/2008, n. 8828).

Il motivo va pertanto disatteso, dovendosi affermare il seguente principio di diritto: nel rito locatizio, è ammissibile l’appello incidentale proposto con memoria di costituzione nel termine di dieci giorni prima dell’udienza di discussione della controversia, pur se successivamente al deposito di distinta memoria difensiva in relazione all’udienza fissata per la delibazione sull’istanza di sospensione della esecutività della sentenza impugnata.

4. Con il terzo motivo, per “violazione e falsa applicazione degli artt. 2948, 1241, 1242 e 1243, 1455 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5” il ricorrente si duole dell’omesso esame ad opera della Corte di Appello delle eccezioni di prescrizione e di compensazione dei crediti vantati ex adverso, asseritamente reiterate con la impugnazione della sentenza di primo grado.

Pur prescindendo dal non corretto inquadramento nell’ambito delle ragioni di ricorso per cassazione disciplinati dall’art. 360 c.p.c., la doglianza, formulata in termini assai generici, è inammissibile: in violazione del principio di autosufficienza, il ricorrente ha omesso di riportare (cioè di trascrivere nel corpo del ricorso i passaggi essenziali dei relativi scritti difensivi) il contenuto dell’atto di appello nella parte in cui avrebbe formulato dette eccezioni, e ciò non consente alla Corte di vagliare l’esistenza del lamentato vizio asseritamente inficiante la gravata sentenza.

5. Rigettato il ricorso, il regolamento delle spese del giudizio di legittimità segue il principio della soccombenza ex art. 91 c.p.c., con liquidazione operata alla stregua dei parametri fissati dal D.M. n. 55 del 2014, come in dispositivo.

Avuto riguardo all’epoca di proposizione del ricorso per cassazione (posteriore al 30 gennaio 2013), la Corte dà atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17): in base al tenore letterale della disposizione, il rilievo della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna parte ricorrente al pagamento in favore del contro ricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori, fiscali e previdenziali, di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 16 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 21 giugno 2017

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