Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15337 del 03/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 03/06/2021, (ud. 24/03/2021, dep. 03/06/2021), n.15337

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – rel. Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10849-2018 proposto da:

IMONT – SOCIETA’ A RESPONSABILITA’ LIMITATA, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA SS. APOSTOLI, 66, presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO

LEO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), AGENZIA DELLE ENTRATE –

RISCOSSIONE, in persona dei rispettivi Direttori pro tempore,

elettivamente domiciliate in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che le rappresenta e difende, ope

legis;

– controricorrenti-

avverso la sentenza n. 6647/17/2017 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DEL LAZIO, depositata il 16/11/2017; udita la relazione

della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del

24/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MAURO MOCCI.

 

Fatto

RILEVATO

che la s.r.l. Imont propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio che aveva accolto l’appello dell’Agenzia delle Entrate del Lazio avverso la decisione della Commissione Tributaria Provinciale di Roma. Quest’ultima, a sua volta, aveva accolto il ricorso della società contro una cartella di pagamento per IRES, per l’anno 1992.

Diritto

CONSIDERATO

che il ricorso è affidato a due motivi;

che, mediante il primo, la ricorrente denuncia nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4: la CTR non si sarebbe pronunziata su tutte le eccezioni avanzate dalla contribuente con le controdeduzioni (tardività della notifica della cartella);

che, attraverso il secondo motivo, la società assume la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, giacchè la CTR avrebbe erroneamente ritenuto decennale il termine per avviare l’esazione e non invece il termine (breve) biennale decorrente dalla mancata riassunzione a seguito di rinvio;

che l’intimata ha resistito con controricorso;

che il primo motivo è infondato;

che, infatti, la CTR – attraverso l’inciso “l’accertamento in base al quale è stata emessa la cartella è divenuto definitivo a seguito del passaggio in giudicato della sentenza della Cassazione: l’atto impositivo per cui a lungo è stato processo è divenuto definitivo nella sua piena efficacia” – ha mostrato di aver implicitamente respinto tutte le avverse eccezioni. E tanto a voler sottacere che il ricorso introduttivo aveva lamentato l’intervenuta prescrizione del diritto erariale (profilo accolto dalla CTP) e non la decadenza dal termine previsto per la notifica della cartella;

che il termine di decadenza stabilito, a carico dell’ufficio tributario ed in favore del contribuente, per l’esercizio del potere impositivo, ha natura sostanziale e non appartiene a materia sottratta alla disponibilità delle parti, in quanto tale decadenza non concerne diritti indisponibili dello Stato alla percezione di tributi, ma incide unicamente sul diritto del contribuente a non vedere esposto il proprio patrimonio, oltre un certo limite di tempo, alle pretese del fisco, sicchè è riservata alla valutazione del contribuente stesso la scelta di avvalersi o no della relativa eccezione, che ha natura di eccezione in senso proprio e non è, quindi, rilevabile d’ufficio, nè proponibile per la prima volta in grado d’appello (Sez. 5, n. 27562 del 30/10/2018; Sez. 6-5, n. 171 del 09/01/2015);

che anche il secondo motivo è infondato;

che il termine a quo di decadenza biennale non può che decorrere dal deposito della sentenza che aveva dichiarato l’estinzione del giudizio per omessa riassunzione nei termini, sentenza depositata il 6 dicembre 2012, mentre la cartella di pagamento è stata notificata da Equitalia il 10 settembre 2014, e quindi prima della consumazione del tempo previsto per legge (i termini sono tratti dallo stesso ricorso);

che, in altri termini – e diversamente da quanto sostiene la memoria, che pretenderebbe di far decorrere il termine iniziale, mentre il processo era ancora sub judice – l’avviso di accertamento non avrebbe potuto dirsi definitivo fino al momento in cui, mediante il deposito della sentenza, è stata accertata giudizialmente la mancata riassunzione nei termini, perchè in tal modo l’avviso di accertamento è divenuto irretrattabile;

che al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore della controricorrente, nella misura indicata in dispositivo; che, ai sensi del D.P.R. n. 115 dei 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida, a favore dell’Agenzia delle Entrate, in Euro 7.800, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1bis.

Così deciso in Roma, il 24 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 giugno 2021

 

 

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