Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15334 del 12/07/2011

Cassazione civile sez. VI, 12/07/2011, (ud. 15/06/2011, dep. 12/07/2011), n.15334

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. AMATUCCI Alfonso – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Adelaide – Consigliere –

Dott. GIACALONE Giovanni – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 17820/2010 proposto da:

I.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliata

in ROMA, VIA GIOACCHINO ROSSINI 18, presso lo studio dell’avvocato

VACCARI GIOIA, rappresentata e difesa dall’avvocato RUCCI Fernando

giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

B.C. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA PISANELLI 2, presso lo studio dell’avvocato FUSELLI

Francesca Romana, che lo rappresenta e difende giusta procura a

margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1002/2009 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA del

4/11/09, depositata il 17/11/2009;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/06/2011 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCO DE STEFANO;

udito l’Avvocato Francesca Romana Fuselli difensore del

controricorrente che si riporta agli scritti;

è presente il P.G. in persona del Dott. ROSARIO GIOVANNI RUSSO che

nulla osserva.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. E’ stata depositata in cancelleria la seguente relazione ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., regolarmente comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti :

“1. – I.A. ricorre, con atto notificato il 7.7.10, per la cassazione della sentenza n. 1002/09 della Corte di Appello di Brescia del 17.11.09, con cui è stato rigettato il suo appello avverso la sentenza del Tribunale di Bergamo n. 2057/06, di condanna nei suoi confronti al rilascio di un immobile in favore di B. C., per l’occupazione del quale questi aveva dedotto la carenza di titolo.

2. – Il ricorso può essere trattato in camera di consiglio – in applicazione degli artt. 375, 376 e 380 bis c.p.c., essendo oltretutto soggetto alla disciplina dell’art. 360 bis c.p.c. (inserito dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47, comma 1, lett. a) – ed essere rigettato, per manifesta infondatezza, alla stregua delle considerazioni che seguono.

3. – La ricorrente sviluppa, a sostegno del ricorso per cassazione, un’indifferenziata censura di vizio di motivazione, prospettata con riferimento alle carenze della prova testimoniale a seguito della disposta limitazione del numero dei testi ammessi, nonchè con riguardo all’omessa ammissione di un interrogatorio formale e di un giuramento suppletorio.

4. – Il vizio di motivazione è del tutto insussistente: con le censure qui proposte, la ricorrente tende in sostanza a prospettare che, una volta che si fossero ammessi anche altri testi o raccolto l’interrogatorio formale o deferito un giuramento suppletorio, la ricostruzione dei fatti sarebbe emersa in modo diverso da quello valutato dai giudici del merito; ma nessuna censura viene mossa dalla ricorrente alla specifica motivazione, resa dai giudici di appello, sulla congruità della limitazione dei testi e sulla conseguente possibilità, per la parte, di individuare quelli ritenuti meglio informati ai fini della prova delle circostanze dedotte, nè in ordine alla positiva ed esplicita valutazione di superfluità dell’assunzione dell’interrogatorio formale (vedansi le argomentazioni a pag. 8 della gravata sentenza); mentre, quanto alla mancata ammissione di un giuramento suppletorio, essa non consta essere mai stata lamentata in precedenza (avendo la I. – ed invalidamente, secondo la qui non censurata valutazione dei giudici di appello -chiesto invece un giuramento decisorio) e comunque attiene a valutazioni di merito, sulla presenza di una semipiena probatio in ordine al gravosissimo termine che la comodataria avrebbe voluto adietto al contratto, non solo inammissibili in cassazione, ma anche francamente incongrue rispetto al materiale probatorio già ampiamente descritto nella gravata sentenza.

5. – Tanto esime dal rilevare che la censura di vizio di motivazione non potrebbe comunque giammai consentire alla parte di censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendo alla stessa una sua diversa interpretazione (come, nel caso di specie, all’inferenza – da alcuni fatti indicati o ancora suscettibili di prova – di accordi tra le parti diversi da quelli ritenuti dalla Corte di merito), al fine di ottenere la revisione da parte del giudice di legittimità degli accertamenti di fatto compiuti dal giudice di merito: le censure poste a fondamento del ricorso non possono risolversi nella sollecitazione di una lettura delle risultanze processuali diversa da quella operata dal giudice di merito, o investire la ricostruzione della fattispecie concreta, o riflettere un apprezzamento dei fatti e delle prove difforme da quello dato dal giudice di merito (Cass. 30 marzo 2007 n. 7972, Cass. 14 giugno 2007 n. 7972 e Cass. 26 marzo 2010 n. 7394).

6. – In conclusione, si propone il rigetto del ricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2. Non sono state presentate conclusioni scritte, nè memorie, ma delle parti il solo controricorrente ha chiesto di essere ascoltato in camera di consiglio.

3. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, il Collegio ha condiviso i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione.

Pertanto, ai sensi degli artt. 380 bis e 385 cod. proc. civ., il ricorso va rigettato; e le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna I.A. al pagamento, in favore di B.C., delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile, il 15 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2011

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