Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15332 del 25/07/2016


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Cassazione civile sez. lav., 25/07/2016, (ud. 17/05/2016, dep. 25/07/2016), n.15332

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano P. – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21320-2013 proposto da:

P.A., C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e

difeso dall’Avvocato CRISTIANO PAGANO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

ACQUA MARCIA TURISMO S.P.A. P.I. (OMISSIS), già VILLA IGEA S.R.L.,

in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA PAOLO DI DONO 3/A, presso lo studio

dell’avvocato VINCENZO MOZZI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato PAOLO DE BERARDINIS, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 154/2013 della CORTE D’APPELLO di

CALTANISSETTA, depositata il 08/04/2013 R.G.N. 362/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/05/2016 dal Consigliere Dott. MANNA ANTONIO;

udito l’Avvocato DE BERARDINIS PAOLO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 18.2.2010, la Corte di Appello di Palermo, in totale riforma della sentenza di rigetto del Tribunale della stessa sede, dichiarava l’illegittimità del licenziamento disciplinare intimato il 7.7.05 da Acqua Marcia Turismo S.p.A. ad P.A. e condannava la società alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e alle relative conseguenze economiche di cui L. n. 300 del 1970, art. 18.

Tale pronuncia veniva cassata con rinvio da questa S.C., con sentenza n. 7651/12, per vizio di motivazione riguardo all’individuazione della giusta causa del licenziamento, originato dall’addebito disciplinare, mosso al lavoratore, di aver sottratto (in concorso con altro dipendente) merce di pertinenza aziendale (scatoloni contenenti bibite).

Pronunciandosi in sede di rinvio, in data 8.4.13 la Corte d’appello di Caltanissetta rigettava l’appello di P.A., che oggi ricorre per la cassazione della sentenza affidandosi ad un unico articolato motivo.

Acqua Marcia Turismo S.p.A. resiste con controricorso, poi ulteriormente illustrato con memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1 Preliminarmente va rigettata l’eccezione di inammissibilità del ricorso per mancata osservanza del termine breve di cui all’art. 325 c.p.c..

Sostiene Acqua Marcia Turismo S.p.A. che tale termine avrebbe cominciato il proprio corso dalla prima notifica della sentenza impugnata al procuratore costituito per P.A., avvenuta presso la cancelleria della Corte d’appello di Caltanissetta vista la mancata elezione di domicilio nel distretto del giudice di rinvio, a nulla rilevando – afferma, ancora, la società controricorrente – la successiva notifica a mezzo PEC allo stesso difensore, quest’ultima avvenuta il 15.7.13.

Ora, è pur vero che, secondo Cass. S.U. n. 10143/12 (in senso conforme cfr., altresì, Cass. n. 17764/13 e Cass. n. 6752/13), del R.D. 22 gennaio 1934, n. 37, art. 82, – secondo cui gli avvocati che esercitano il proprio ufficio in un giudizio che si svolge fuori della circoscrizione del tribunale al quale sono assegnati, devono, all’atto della costituzione nel giudizio stesso, eleggere domicilio nel luogo dove ha sede l’autorità giudiziaria presso la quale il giudizio è in corso, intendendosi, in caso di mancato adempimento di detto onere, lo stesso eletto presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria adita – trova applicazione in ogni caso di esercizio dell’attività forense fuori del circondario del tribunale presso il cui ordine professionale risulti iscritto l’avvocato e, quindi, anche nel caso in cui il giudizio sia in corso innanzi alla corte d’appello e il professionista risulti essere iscritto all’ordine di un tribunale diverso da quello nella cui circoscrizione ricade la sede della corte d’appello, ancorchè appartenente allo stesso distretto di quest’ultima.

Tuttavia, la stessa sentenza n. 10143/12 puntualizza che, a partire dalla data di entrata in vigore delle modifiche degli artt. 125 e 366 c.p.c., apportate della L. 12 novembre 2011, n. 183, art. 25, esigenze di coerenza sistematica e d’interpretazione costituzionalmente orientata inducono a ritenere che, nel mutato contesto normativo, la domiciliazione ex lege presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria, innanzi alla quale è in corso il giudizio, ai sensi del R.D. n. 37 del 1934, art. 82, consegue soltanto ove il difensore, non adempiendo l’obbligo prescritto dall’art. 125 c.p.c., per gli atti di parte e dall’art. 366 c.p.c., specificamente per il giudizio di cassazione, non abbia indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine.

Nel caso in esame, all’atto della costituzione innanzi al giudice di rinvio il difensore di P.A. non aveva eletto domicilio nel distretto della Corte d’appello di Caltanissetta, ma aveva espressamente indicato il proprio indirizzo di posta elettronica certificata.

Pertanto, nulla la prima notifica della sentenza della Corte d’appello di Caltanissetta presso la relativa cancelleria, solo quella successiva, eseguita a mezzo PEC al difensore di P.A. il 15.7.13, è stata idonea a far decorrere il termine breve di cui all’art. 325 c.p.c., rispetto al quale la notifica del ricorso per cassazione, avvenuta l’11.9.13, è tempestiva.

2 Del pari va disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso per doppia pronuncia di merito conforme: infatti, la disposizione dell’art. 348 ter c.p.c., u.c., in virtù del quale il ricorso per cassazione non può essere proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, quando la sentenza d’appello abbia confermato quella di primo grado (come avvenuto nella presente vicenda processuale, all’esito del giudizio di rinvio), si applica soltanto (D.L. n. 83 del 12, ex art. 54 comma 2, convertito in L. n. 134 del 2012) ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del suddetto decreto legge, vale a dire dall’11.9.12 in poi (cfr. Cass. n. 26860/14).

Nel caso in esame, invece, il giudizio innanzi alla Corte di rinvio era stato riassunto da Acqua Marcia Turismo S.p.A. già il 30.7.12 e, ovviamente, ancor prima era stato introdotto il giudizio d’appello conclusosi con la summenzionata sentenza 18.2.2010 della Corte di Appello di Palermo, poi cassata da questa Corte Suprema con sentenza n. 7651/12.

3 Ancora da respingersi è l’eccezione di improcedibilità del ricorso per omessa menzione in esso del deposito di copia autentica della sentenza impugnata, ostandovi il costante orientamento di questa S.C. (cui va data continuità anche nella presente sede) secondo cui il non menzionare, nel ricorso per cassazione, il deposito degli atti e dei documenti di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, nn. 2 e 3, non determina l’improcedibilità del ricorso stesso, potendo questa conseguire soltanto ad una deficienza di carattere sostanziale consistente nell’effettiva mancanza, nell’incarto processuale, degli atti indispensabili ai fini della decisione (cfr. Cass. n. 27414/05; Cass. n. 12753/99; Cass. n. 5980/87; Cass. n. 6294/84).

4 Con unico articolato motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di motivazione per avere la gravata pronuncia ritenuto legittimo il licenziamento malgrado il difetto di prova degli estremi d’una responsabilità penale per furto, in capo al ricorrente, sotto i profili oggettivo (esatta individuazione della merce e sua proprietà in capo alla società controricorrente) e soggettivo (consapevolezza, da parte di P.A., dell’altruità della cosa) alla stregua delle risultanze istruttorie, che il ricorso ripercorre analiticamente; nell’ambito del medesimo motivo di censura l’odierno ricorrente nega che la prova della consapevolezza dell’altruità delle bibite possa ricavarsi mediante presunzioni e obietta che, in denegata ipotesi, al più si sarebbe trattato d’un errore determinato dall’inganno posto in essere dall’altro dipendente ( G.), che aveva chiesto ad P.A. di aiutarlo a collocare nel portabagagli della propria auto gli scatoloni de quibus facendogli credere che contenessero confezioni di pasta ricevute in dono. Conclude il ricorso con il lamentare, in estremo subordine, che la sanzione espulsiva era comunque sproporzionata rispetto all’addebito, consideratene tutte le circostanze oggettive e soggettive.

2 Il ricorso non può trovare accoglimento perchè si colloca all’esterno dell’area di cui all’art. 360 c.p.c..

Infatti, da un lato, esso sollecita una mera rivalutazione delle risultanze istruttorie di cui denuncia un sostanziale travisamento, senza considerare che tale ipotetico vizio può astrattamente (in via del tutto concessiva) farsi valere solo in via di revocazione ex art. 395 c.p.c., n. 4, e non mediante ricorso per cassazione (giurisprudenza costante: cfr., ex aliis, Cass. n. 3535/15; Cass. n. 24834/14; Cass. n. 15702/10; Cass. n. 213/07).

Dall’altro, la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (applicabile, ai sensi del cit. art. 54, comma 3, alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, cioè alle sentenze pubblicate a partire dal 12.9.12 e, quindi, anche alla pronuncia in questa sede impugnata) rende denunciabile per cassazione solo il vizio di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

In tal modo il legislatore è tornato, pressochè alla lettera, all’originaria formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, del codice di rito del 1940.

Con orientamento (cui va data continuità) espresso dalla sentenza 7.4.14 n. 8053 (e dalle successive pronunce conformi), le S.U. di questa S.C., nell’interpretare la portata della novella, hanno in primo luogo notato che con essa si è assicurato al ricorso per cassazione solo una sorta di “minimo costituzionale”, ossia lo si è ammesso ove strettamente necessitato dai precetti costituzionali, supportando il giudice di legittimità quale giudice dello ius constitutionis e non, se non nei limiti della violazione di legge, dello ius litigatoris.

Proprio per tale ragione le S.U. hanno affermato che non è più consentito denunciare un vizio di motivazione se non quando esso dia luogo, in realtà, ad una vera e propria violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4.

Ciò si verifica soltanto in caso di mancanza grafica della motivazione, o di motivazione del tutto apparente, oppure di motivazione perplessa od oggettivamente incomprensibile, oppure di manifesta e irriducibile sua contraddittorietà e sempre che i relativi vizi emergano dal provvedimento in sè, esclusa la riconducibilità in detta previsione di una verifica sulla sufficienza e razionalità della motivazione medesima mediante confronto con le risultanze probatorie.

Per l’effetto, il controllo sulla motivazione da parte del giudice di legittimità diviene un controllo ab intrinseco, nel senso che la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, deve emergere obiettivamente dalla mera lettura della sentenza in sè, senza possibilità alcuna di ricavarlo dal confronto con atti o documenti acquisiti nel corso dei gradi di merito.

Secondo le S.U., l’omesso esame deve riguardare un fatto (inteso nella sua accezione storico-fenomenica e, quindi, non un punto o un profilo giuridico) principale o primario (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioè dedotto in funzione probatoria).

Ma il riferimento al fatto secondario non implica che possa denunciarsi ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anche l’omesso esame di determinati elementi probatori: basta che il fatto sia stato esaminato, senza che sia necessario che il giudice abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie emerse all’esito dell’istruttoria come astrattamente rilevanti.

A sua volta deve trattarsi di un fatto (processualmente) esistente, per esso intendendosi non un fatto storicamente accertato, ma un fatto che in sede di merito sia stato allegato dalle parti: tale allegazione può risultare già soltanto dal testo della sentenza impugnata (e allora si parlerà di rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza del dato extra-testuale).

Sempre le S.U. precisano gli oneri di allegazione e produzione a carico del ricorrente ai sensi degli art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorso deve indicare chiaramente non solo il fatto storico del cui mancato esame ci si duole, ma anche il dato testuale (emergente dalla sentenza) o extra-testuale (emergente dagli atti processuali) da cui risulti la sua esistenza, nonchè il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti e spiegarne, infine, la decisività.

L’omesso esame del fatto decisivo si pone, dunque, nell’ottica della sentenza n. 8053/14 come il “tassello mancante” (così si esprimono le S.U.) alla plausibilità delle conclusioni cui è pervenuta la sentenza rispetto a premesse date nel quadro del sillogismo giudiziario.

Invece, il ricorso in oggetto non solo non risponde ai requisiti prescritti dalla citata sentenza delle S.U., ma chiede una totale rivisitazione del materiale istruttorio che non sarebbe stata consentita neppure sotto l’imperio del previgente testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

3 In conclusione, il ricorso è da rigettarsi.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 3.600,00 di cui Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato L. 24 dicembre 2012 n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 17 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 25 luglio 2016

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