Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15331 del 12/07/2011

Cassazione civile sez. II, 12/07/2011, (ud. 20/05/2011, dep. 12/07/2011), n.15331

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

B.S., A.G., elettivamente domiciliati in

Roma, Via Francesco Saverio Nitti n. 11, presso lo studio

dell’Avvocato VALVO Corrado (studio Avvocato Stefano Gagliardi), dal

quale sono rappresentati e difesi per procura speciale a margine del

ricorso;

– ricorrenti –

contro

M.S., M.C., elettivamente domiciliati in

Roma, via Taro n. 56, presso lo studio dell’Avvocato ZUCCAIA Felice

Claudio (studio Avvocato Nunziata Monello), dal quale sono

rappresentati e difesi per procura speciale a margine del

controricorso;

– controricorrenti –

per la cassazione della sentenza non definitiva della Corte d’appello

di Catania n. 782 del 2009, depositata in data 5 giugno 2009;

Udita, la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20 maggio 2011 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.

ZENO Immacolata, il quale nulla ha osservato.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che B.S. e A.G., con citazione notificata l’11 ottobre 2000, convennero in giudizio dinnanzi al Tribunale di Siracusa, sezione distaccata di Avola, M.S. e M. C. chiedendo che venisse dichiarata l’intervenuta usucapione, in loro favore, dell’immobile sito in (OMISSIS);

che si costituirono in giudizio i convenuti contestando la domanda e chiedendo, in via riconvenzionale, che venisse dichiarato risolto il contratto di comodato, con condanna degli attori al rilascio immediato del bene e al risarcimento del danno per l’illegittima detenzione, dalla data della richiesta di rilascio sino alla restituzione;

che l’adito Tribunale rigettò la domanda degli attori, compensando le spese del giudizio, ritenendo accertato che il possesso sull’immobile era stato esercitato ininterrottamente fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 1984, da B.V., madre dell’attrice A.G.; che B.V. con atto pubblico del 10 ottobre 1968, vendette la propria quota indivisa alla sorella B.G., rimanendo tuttavia nell’immobile per tolleranza e concessione della sorella; che era quindi venuto meno il possesso in capo a B.V.;

che avverso questa sentenza proposero appello i soccombenti; gli appellati proposero appello incidentale chiedendo l’accoglimento della domanda riconvenzionale;

che, con sentenza non definitiva n. 782 del 2009, depositata il 5 giugno 2009, la Corte d’appello di Catania ha rigettato l’appello principale e ha accolto quello incidentale, rimettendo al prosieguo del giudizio la determinazione del danno;

che per la cassazione di questa sentenza hanno proposto ricorso B.S. e A.G., sulla base di tre motivi;

hanno resistito, con controricorso, gli intimati;

che, essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione del ricorso con il rito camerale, è stata redatta relazione ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., che è stata comunicata alle parti e al pubblico ministero.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il relatore designato ha formulato la seguente proposta di decisione:

“(…) Con il primo motivo, i ricorrenti denunciano violazione dell’art. 1158 cod. civ..

I ricorrenti si dolgono che la Corte d’appello, come prima il Tribunale, abbia omesso di considerare che essi avevano inteso far valere il proprio autonomo possesso del bene immobile oggetto della domanda di usucapione, e non anche un possesso derivato da quello di B.V., che detto immobile, per la sua quota indivisa, aveva alienato alla sorella G.. In particolare, il detto immobile aveva costituito la casa familiare dei genitori della ricorrente A.G., la quale, unitamente al marito, dal 1968 aveva cominciato a possederlo in via esclusiva, adibendolo a deposito per gli attrezzi. Ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., i ricorrenti formulano un quesito di diritto concernente la sussistenza del diritto previsto dall’art. 1158 c.c., di acquisire la proprietà di un bene immobile a seguito del dimostrato possesso autonomo continuato per oltre venti anni con animo domini, indipendentemente da vicende giuridiche che hanno riguardato terzi e non la parte che ha esercitato il possesso e che ha ovviamente incolto il giudizio per il riconoscimento del proprio legittimo diritto.

Il motivo è manifestamente infondato. Gli stessi ricorrenti, invero, riferiscono che l’abitazione di (OMISSIS) ha costituito la casa della famiglia di B.V., della quale faceva parte la figlia A. e poi il coniuge di questa B.S.. E’ indiscusso che nel 1968 B.V. ebbe a cedere alla sorella G. la quota di proprietà del detto immobile e venne autorizzata dalla sorella a continuare ad utilizzare il detto appartamento. In tale contesto, correttamente i giudici di merito non hanno preso in considerazione l’autonomo possesso dei ricorrenti, atteso che il titolo di detenzione dell’immobile in questione era costituito dal comodato gratuito a tempo indeterminato a favore di B.V.. Ove i ricorrenti avessero inteso fare valere un proprio autonomo possesso nei confronti della proprietaria dell’immobile avrebbero dovuto compiere un atto di interversione del possesso, che nella specie i giudici di merito hanno escluso si sia mai verificato.

Con il secondo motivo, i ricorrenti denunciano omessa motivazione, ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, per non avere esaminato il diritto autonomo di essi ricorrenti a vedersi riconosciuto l’acquisto del bene per usucapione.

Con il terzo motivo, i ricorrenti deducono il vizio di contraddittorietà della motivazione, ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, per avere la sentenza impugnata, da un lato, riconosciuto ad essi ricorrenti il godimento dell’immobile oggetto dell’azione, e, dall’altro, attribuito a tale godimento la natura di mera detenzione e non di vero e proprio possesso.

Il secondo e il terzo motivo sono inammissibili sia per la genericità della loro formulazione, sia per la mancanza del quesito di sintesi, richiesto dall’art. 366 bis cod. proc. civ., per il caso in cui venga fatto valere un vizio di motivazione della sentenza impugnata. In ogni caso, le ragioni per le quali è stato ipotizzato il rigetto del primo motivo valgono altresì per escludere la sussistenza dei denunciati vizi di motivazione.

In conclusione, il ricorso è infondato e va rigettato. Sussistono, pertanto, le condizioni per la trattazione dello stesso in camera di consiglio”;

che il Collegio condivide tale proposta di decisione, ritenendo opportuno evidenziare, quanto alle censure di cui al secondo e al terzo motivo, la genericità e il difetto di autosufficienza dei motivi, i quali si risolvono nella mera contrapposizione di una diversa valutazione del merito della controversia a quella recepita, con motivazione adeguata e immune da vizi logici, dalla sentenza impugnata;

che, del resto, i ricorrenti non hanno rivolto critiche di sorta alla richiamata relazione;

che, quindi, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna dei ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 2.000,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 20 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2011

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