Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15328 del 17/07/2020

Cassazione civile sez. II, 17/07/2020, (ud. 21/02/2020, dep. 17/07/2020), n.15328

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19861-2019 proposto da:

Y.Y.A., rappresentato e difeso dall’avvocato MARIO NOVELLI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 3019/2018 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 18/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/02/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DE MARZO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza depositata il 18 dicembre 2018, la Corte d’appello di Ancona ha rigettato l’impugnazione proposta da Y.Y.A., cittadino del (OMISSIS), avverso la decisione di primo grado, che aveva respinto il ricorso proposto da avverso il provvedimento negativo della commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale.

2. Per quanto ancora rileva, la Corte territoriale ha osservato: a) che la narrazione del richiedente, quanto al fatto di essersi rivolto prima ad un’associazione che praticava i riti (OMISSIS) per far prosperare gli affari e, poi, per sottrarsi a questa, ad un mago del (OMISSIS), per, infine, fuggire, era inveritiera in quanto contrastava con le informazioni assunte; b) che il richiedente, in definitiva, prospettava un pericolo di danno da parte di un soggetto non statuale, senza dare conto di alcuna attività quantomeno minacciosa rivolta nei suoi confronti e senza che fosse emerso alcun tentativo di rivolgersi alla giustizia statale o che fosse dimostrata l’impossibilità di farvi ricorso; c) che la situazione del (OMISSIS) è caratterizzata da una crescente qualità della vita, dal momento che nel Paese si sono svolte elezioni, giudicate libere e trasparenti da parte della comunità internazionale, e che il (OMISSIS) ha ratificato nel settembre 2017 il Protocollo opzionale alla Convenzione ONU contro la tortura; d) che non erano emerse specifiche situazioni soggettive idonee a giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria e che il contratto di lavoro, benchè apprezzabile in termini di iniziale inserimento, non consentiva, di per sè solo considerato, di accertare l’esistenza di una situazione di vulnerabilità derivante dalla significativa compromissione dei diritti fondamentali inviolabili, in caso di rientro nello Stato di provenienza.

3. Avverso tale sentenza il soccombente ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi. Il Ministero intimato ha depositato atto di costituzione al mero fine di partecipare ad una eventuale udienza di discussione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 lamentando che la Corte territoriale non si era attenuta ai criteri normativamente fissati per la valutazione di attendibilità delle dichiarazioni del richiedente, il quale, manipolato da presunti maghi, nutriva il ragionevole timore di essere esposto, in caso di rientro nel (OMISSIS), ad un grave danno alla persona.

La censura è inammissibile per l’assoluta genericità di formulazione. D’altra parte, questa Corte ha chiarito, in linea generale, che è inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito (Cass., Sez. Un., 27 dicembre 2019, n. 34476). Nel caso di specie, la Corte territoriale ha dato argomentatamente conto dei profili di inverosimiglianza del racconto, ma soprattutto ha sottolineato che mai il ricorrente aveva dedotto di essere stato destinatario di alcun tipo di minaccia.

Ne discende che del tutto assertiva è la deduzione dell’esistenza di un ragionevole timore del ricorrente per la propria incolumità.

2. Con il secondo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) e c), per avere la Corte territoriale sottovalutato il rischio di trattamento inumano e degradante al quale sarebbe soggetto il ricorrente, in caso di rientro nel suo Paese. Il ricorrente si duole, altresì, che la Corte territoriale non abbia fornito una visione aggiornata della realtà politico – giudiziaria del (OMISSIS) e della inaffidabilità degli strumenti di tutela dei diritti.

La critica è inammissibile, per carenza di interesse in quanto la ritenuta inverosimiglianza del racconto del richiedente esclude in radice l’esposizione a pericolo e la necessità di ricorrente alla giustizia statale. Invero, quando una decisione di merito, impugnata in sede di legittimità, si fondi su distinte ed autonome rationes decidendi, ognuna delle quali sufficiente, da sola, a sorreggerla, perchè possa giungersi alla cassazione della stessa è indispensabile, da un lato, che il soccombente censuri tutte le riferite rationes, dall’altro che tali censure risultino tutte fondate. Ne consegue che, rigettato (o dichiarato inammissibile) il motivo che investe una delle riferite argomentazioni, a sostegno della sentenza impugnata, sono inammissibili, per difetto di interesse, i restanti motivi, atteso che anche se questi ultimi dovessero risultare fondati, non per questo potrebbe mai giungersi alla cassazione della sentenza impugnata, che rimarrebbe pur sempre ferma sulla base della ratio ritenuta corretta (v., ad es., Cass. 24 maggio 2006, n. 12372).

E, nel caso di specie, è evidente che il riferimento della Corte territoriale all’assenza di prova della inadeguatezza del sistema di giustizia interno è operato “in ogni caso”, ossia per l’ipotesi che si ritenesse credibile la narrazione del ricorrente.

3. Con il terzo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per avere la Corte territoriale omesso di svolgere qualunque concreta ed effettiva istruttoria in ordine alla situazione del (OMISSIS), senza procedere al reperimento di documentazione aggiornata, prodotta, al contrario, dalla difesa.

La doglianza è inammissibile, per l’assorbente ragione che muove dal presupposto dell’esistenza di documentazione concernente la situazione del (OMISSIS), sia pure perchè prodotta dalla difesa, ma non ne indica il contenuto, con la conseguenza che si traduce nella incomprensibile protesta nei confronti della Corte territoriale di non avere acquisito ex officio fonti di conoscenza esistenti agli atti del processo.

La genericità della doglianza neppure consente poi di intendere in che misura il contenuto di tali documenti riuscirebbe a dimostrare l’esistenza di fatti rilevanti trascurati dalla sentenza impugnata.

4. Con il quarto motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 sottolineando che esistevano condizioni di vulnerabilità alla luce del dimostrato svolgimento di attività lavorativa e che il richiedente non ha alcun onere di allegare, a sostegno della domanda di protezione umanitaria, motivi diversi da quelli posti a fondamento delle altre richieste.

La doglianza è inammissibile, dal momento che, per un verso, critica in termini assertivi il giudizio di comparazione operato dalla Corte territoriale, in relazione alla invocata protezione umanitaria, concentrandosi solo sul tema dell’esistenza di un rapporto di lavoro in Italia, ma trascurando (se non negli inammissibili termini che si desumano dai precedenti motivi) di affrontare il tema delle condizioni nel Paese di origine; e, per altro verso, non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata, la quale si è limitata ad evidenziare l’assenza di circostanze indicative di situazioni di vulnerabilità e non ha affatto presupposto che debba trattarsi di circostanze diverse da quelle indicate in relazione alle altre forme di protezione.

5. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso non consegue condanna alle spese, dal momento che il Ministero intimato non ha svolto attività difensiva, essendosi limitato, come s’è visto, a depositare mero atto di costituzione.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 21 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 17 luglio 2020

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