Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15325 del 25/06/2010

Cassazione civile sez. un., 25/06/2010, (ud. 15/06/2010, dep. 25/06/2010), n.15325

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAPA Enrico – Primo Presidente f.f. –

Dott. PREDEN Roberto – Presidente di Sezione –

Dott. PROTO Vincenzo – Presidente di Sezione –

Dott. MERONE Antonio – Consigliere –

Dott. SALME’ Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. PICCIALLI Luigi – Consigliere –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. TOFFOLI Saverio – Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 5704-2010 proposto da:

D.C.M. ((OMISSIS)), elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA F. PAULUCCI DE’ CALBOLI 9, presso lo studio

dell’avvocato SANDULLI PIERO, che la rappresenta e difende, per

delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

PROCURATORE GENERALE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, CONSIGLIO SUPERIORE

DELLA MAGISTRATURA, MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 10/2010 del CONSIGLIO SUPERIORE DELLA

MAGISTRATURA, depositata il 20/01/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/06/2010 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE SALME’;

udito l’Avvocato Piero SANDULLI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GAMBARDELLA Vincenzo che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’8 gennaio 2009 il Ministro della giustizia ha promosso L’azione disciplinare nei confronti della dott.ssa D.C.M., giudice del tribunale di Oristano, contestandole L’illecito previsto dal D.Lgs. n. 109 del 2006, artt. 1 e 2, lett. d), g) ed ff) per avere mancato ai propri doveri di diligenza adottando due ordinanze connotate, la prima, da grave violazione di legge, oltre che da grave scorrettezza nei confronti del presidente della corte d’appello di Cagliari, e La seconda c.a errore macroscopico. In particolare, dopo aver trattenuto in decisione una causa di lavoro per la pronuncia di sentenza parziale sull’an, la dott.ssa D.C. aveva pronunciato, in data 27 novembre 2007, ordinanza di rimessione della causa in trattazione con la seguente motivazione “rilevato che secondo il parere del Presidente della Corte di Appello di Cagliari quello di pronunciare sentenza parziale sull’an e poi eventualmente disporre CTU non sarebbe un corretto modo di operare, rilevato che pur dissentendo da tale parere questo giudice vi si uniforma per evitare per il futuro gli inconvenienti che sta subendo …”. Con ciò l’incolpata avrebbe dimostrato di avere fatto applicazione non di principi giuridici, ma di esigenze metagiuridiche, facendo inoltre sorgere il sospetto che il presidente della corte d’appello avesse fatto indebite pressioni per indurla a non pronunciare sentenza parziale. In altra causa di lavoro, dovendo assumere all’udienza del 19 dicembre 2007 l’interrogatorio formale dei rappresentanti del ministero della giustizia, decideva di non procedere all’atto istruttorio assumendo che la procura rilasciate a due funzionari della cancelleria del tribunale di Oristano non era formalmente corretta essendo incerta la provenienza della procura stessa, non ostante che l’atto, redatto su carta intestata del ministero, recasse la sottoscrizione del vicecapo dipartimento dell’organizzazione giudiziaria.

Avendo il Procuratore generale richiesto di non farsi luogo al dibattimento e avendo il Ministro insistito per la fissazione della discussione orale, la sezione disciplinare del CSM, sulla conforme richiesta di assoluzione formulata dalla Procura generale e dalla difesa dell’incolpata, ha assolto l’incolpata dagli illeciti di cui al D.Lgs n. 109 del 2006, art. 2, lett. d) e ff) e, ritenutala responsabile dell’illecito di cui alla lett. g), con sentenza del 20 gennaio 2010, le ha inflitto la sanzione dell’ammonimento, osservando che l’affermazione di avere pronunciato l’ordinanza del 27 novembre non in ossequio a quanto previsto dalla legge ma sulla base di indicazioni del presidente della corte d’appello, dalle quali pure dissentiva, costituiva una grave violazione dell’art. 101 Cost., che prevede che la funzione giurisdizionale debba essere esercitata esclusivamente applicando la legge. La grave caduta di professionalità comporterebbe l’inescusabilità della negligenza.

Avverso la sentenza della sezione disciplinare la dott.ssa D. C. ha proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi, illustrati con memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente, deducendo la violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g) contesta che l’ordinanza di cui si tratta sia stata pronunciata in violazione dell’art. 101 Cost. essendosi la motivazione limitata ad affermare di seguire un orientamento giurisprudenziale in tema d’interpretazione dell’art. 420 c.p.p., al quale si riferiva l’indicazione del presidente della corte d’appello, anche se da tale orientamento, in conformità con la giurisprudenza di legittimità e con la dottrina, la stessa dissentiva.

Con il secondo motivo si deduce un altro profilo di violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g) in quanto il provvedimento contestato non era stato adottato con scarsa ponderazione o in attuazione di un comportamento arbitrario, anche se la motivazione aveva dovuto rendere conto del mutamento giurisprudenziale del giudicante rispetto a quello in precedenza seguito e in quanto, comunque, doveva tenersi conto della situazione di stress psicologico derivante dalla delibera del Csm con la quale, in conformità con il parere negativo del consiglio giudiziario di Cagliari, formulato proprio in relazione alla pronuncia di sentenze parziali sull’an debeatur in cause di lavoro, le era stata negata la progressione nelle qualifiche professionali.

Con il terzo motivo, deducendo altro profilo di violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g) la ricorrente osserva che la giustificazione del mutamento giurisprudenziale inserita nella motivazione “per evitare per il futuro gli inconvenienti che sta subendo” non è stata produttiva di alcun effetto giuridico nè per le parti del giudizio, nè per il prestigio dell’ordine giudiziario, per cui, tenuto conto della correttezza del provvedimento (perchè conforme a legge), non sarebbe idonea ad assumere rilievo disciplinare.

Con il quarto motivo si deduce la mancanza di motivazione in ordine agli elementi in cui è stata ravvisata la gravita della violazione di legge.

2. I primi tre motivi, da esaminare congiuntamente in quanto strettamente connessi, sono fondati.

Il provvedimento di cui si tratta risulta conforme a uno degli orientamenti giurisprudenziali formatisi nella giurisprudenza di merito in ordine all’interpretazione dell’art. 420 c.p.c., secondo il quale nel rito del lavoro non sarebbe) ammissibile la pronuncia di sentenze non definitive di merito. Vero è, peraltro, che su tale questione interpretativa, in dottrina e nella giurisprudenza, anche di legittimità, il prevalente orientamento è di segno opposto e che tale orientamento era seguito dall’incolpata prima della pronuncia dell’ordinanza oggetto del presente procedimento.

Tuttavìa, il mutamento di giurisprudenza, che di per sè rientra nell’insindacabile attività interpretativa del giudice, non può costituire violazione di legge per il solo fatto di essere sinteticamente motivato, in conformità con la natura meramente ordinatoria del provvedimento, tenendo conto che, proprio perchè rappresenta un’innovazione rispetto all’orientamento seguito in precedenza, una motivazione era pur sempre necessaria.

Nè l’adesione a un parere espresso dal dirigente di un ufficio giudiziario in ordine all’interpretazione di una norma sostanziale o processuale con riferimento non ad una specifica controversia, ma in via generale, può costituire una violazione di legge. A parte l’irrilevanza giuridica della motivazione del cambiamento di giurisprudenza, non può desumersi dal riferimento all’adesione al parere del dirigente che la scelta sia frutto esclusivamente di un acritico ossequio al predetto parere e quindi di un “assoggettamento” invece che alla legge al parere stesso, non essendo la scelta stessa incompatibile con la diversa esigenza sottostante (tenuta evidentemente presente dal dirigente dell’ufficio nel determinarsi a manifestare il suo parere in ordine a una questione processuale) di evitare contrasti interpretativi particolarmente negativi in materia processuale, essendo anzi meritevole di tutela la finalità di assicurare il maggior tasso possibile di prevedibilità delle decisioni, sia di natura sostanziale che processuale.

Del tutto ultronea e inconferente è, infine, la parte della motivazione dell’ordinanza che indica anche come ragione soggettiva della condivisione del parere del presidente della corte d’appello l’opportunità di “evitare per il futuro gli inconvenienti che sta subendo …”. Ma dall’ultroneità di tale indicazione, peraltro estranea all’incolpazione disciplinare, non discende certamente che il provvedimento di cui si tratta possa essere considerato come adottato in violazione di legge. Il quarto motivo resta assorbito.

Il ricorso deve essere pertanto accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata.

Non essendovi ulteriori accertamenti di fatto da compiere può procedersi alla decisione nel merito, pronunciando l’assoluzione dell’incolpata perchè il fatto non sussiste.

PQM

La corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito, ex art. 384 c.p.c., assolve l’incolpata dall’incolpazione ascrittale perchè il fatto non sussiste.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle sezioni unite civili, il 15 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 25 giugno 2010

 

 

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