Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15301 del 25/07/2016

Cassazione civile sez. II, 25/07/2016, (ud. 08/06/2016, dep. 25/07/2016), n.15301

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10920/2012 proposto da:

C.G. (OMISSIS), rappresentato e difeso da sè stesso, a

norma dell’art. 86 c.p.c., nonchè dall’avvocato LUCIANO CONTI;

– ricorrente –

contro

PRESIDENZA REGIONE SICILIANA, ASSESSORATO SANITA’ REGIONE SICILIANA,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende;

– controricorrenti –

nonchè

sul ricorso 10920/2012 proposto da:

PRESIDENZA REGIONE SICILIANA, ASSESSORATO SANITA’ REGIONE SICILIANA,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende;

– ricorrenti incidentali –

contro

C.G. (OMISSIS), rappresentato e difeso da sè stesso, a

norma dell’art. 86 c.p.c., nonchè dall’avvocato LUCIANO CONTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 128/2012 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata 06/02/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/06/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA;

udito l’Avvocato Camassa per l’Avvocatura dello Stato;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale e l’assorbimento del ricorso incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 13 maggio 2008, il Tribunale di Palermo, in accoglimento dell’opposizione proposta dalla Presidenza della Regione Siciliana e dall’Assessorato alla Sanità della Regione Siciliana con atto di citazione del 29 settembre 2004, revocava il Decreto Ingiuntivo n. 2595 del 2004, emesso il 7 ottobre 2004 dal Tribunale di Palermo su ricorso di C.G.; allo stesso tempo, in accoglimento dell’opposizione proposta dall’architetto A.A., nella qualità di manager del Centro di Eccellenza della Regione Siciliana, con atto di citazione del 3 dicembre 2004, revocava il Decreto Ingiuntivo n. 2595 del 2004, emesso il 7 ottobre 2004 dal Tribunale di Palermo su ricorso di C.G.; dichiarava inammissibile la domanda riconvenzionale proposta dall’opposto; rigettava le altre domande; dichiarava interamente compensate tra tutte le parti le spese di lite.

La lite traeva origine dalla Convenzione di assistenza e consulenza legale stipulata in data 11 giugno 2003 tra l’architetto A.A., Manager del Centro di Eccellenza Materno Infantile di (OMISSIS) e l’Avvocato C.G., inerente problematiche relative alla costituzione della Fondazione che doveva gestire il Centro di Eccellenza, elaborarne lo Statuto, l’Atto Costitutivo, e i Regolamenti. La durata della Convenzione era stata stabilita in un anno, con previsione di tacito rinnovo e compenso annuo di Euro 40.000.,00, oltre IVA e CPA. A seguito di divergenze tra l’avvocato ed il Project Manager sulla connotazione giuridica da dare alla Fondazione, quest’ultimo comunicava in data 18 marzo 2004 la disdetta del contratto di consulenza e assistenza, e dichiarava di non dover più nulla a titolo di onorari per l’attività espletata oltre quanto già pagato per i primi cinque mesi da giugno a novembre 2003, come da fattura n. (OMISSIS). L’avvocato C.G. aveva così richiesto al Tribunale di Palermo, a titolo di compenso per le prestazioni rese, dapprima un decreto ingiuntivo nei confronti dell’architetto A.A., Manager del Centro di Eccellenza Materno Infantile di (OMISSIS), per il pagamento della somma di Euro 199.460,56, per onorari minimi della Tariffa stragiudiziale, al netto di quanto corrispostogli con l’indicata fattura n. (OMISSIS), oltre Spese generali ed interessi, ingiunzione pedissequamente emessa con Decreto 18 maggio 2004, n. 1523. Poi, in data 24 settembre 2004, l’avvocato C.G. depositava nuovo ricorso monitorio, chiedendo di ingiungere all’architetto A.A., Manager del Centro di Eccellenza Materno Infantile di (OMISSIS), alla Regione Siciliana in persona del suo Presidente, domiciliato presso l’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Palermo, e all’Assessorato alla sanità delle Regione Siciliana, sempre domiciliato presso l’Avvocatura dello Stato, il pagamento solidale della somma di Euro 632.143,23 a titolo di onorario professionale minimo per l’attività di Esame e studio della pratica del valore di Euro 41.316.551,193, sempre oltre oneri accessori; nonchè di ingiungere alla Regione Siciliana, in persona del suo Presidente, ed all’Assessorato alla sanità della Regione Siciliana, entrambi domiciliati presso l’Avvocatura dello Stato, il pagamento della somma di Euro 199.460,56, già oggetto del Decreto 18 maggio 2004, n. 1523, notificato all’architetto A. il 20 maggio 2004. Anche questo ricorso veniva accolto e reso il Decreto Ingiuntivo 12 ottobre 2004 , n. 2595.

Avverso quest’ultimo decreto ingiuntivo proponevano separate opposizioni l’architetto A., con atto del 3 dicembre 2004, nonchè la Presidenza della Regione Siciliana e l’Assessorato Regionale alla Sanità, con atto del 29 novembre 2004. Con istanza del 21 gennaio 2005 ai sensi dell’art. 647 c.p.c., l’avvocato C.G. chiedeva disporsi l’esecutività del decreto ingiuntivo n. 2595 del 12 ottobre 2004 nei confronti della Regione Siciliana, che non aveva proposto opposizione, decreto di esecutività emesso in data 1 febbraio 2005. Il Tribunale di Palermo, adito con le richiamate opposizioni, nella sua sentenza del 13 maggio 2008 in via pregiudiziale negava, tuttavia, che potesse dichiararsi cessata la materia del contendere, come richiesto dall’opposto, ovvero che il decreto fosse passato in giudicato nei confronti della Regione Siciliana, essendo stata l’opposizione ritualmente e tempestivamente proposta dall’organo regionale deputato a rappresentare la Regione Sicilia, ovvero l’Assessore alla Presidenza della Regione.

L’avvocato C.G. proponeva appello, suddiviso in nove motivi, sia ribadendo la propria deduzione che il decreto ingiuntivo fosse passato in giudicato nei confronti della Regione Siciliana, sia in subordine insistendo per l’inderogabilità dei minimi tariffari e la conseguente nullità della convenzione d’incarico, con conseguente proprio diritto al pagamento dei compensi da ritenersi dovuti in base alla tariffa avvocati. Si costituivano la Presidenza della Regione Siciliana e l’Assessorato Regionale alla Sanità.

Con sentenza del 6 febbraio 2012 la Corte d’Appello di Palermo rigettava il gravame. Sui primi quattro motivi di impugnazione, la Corte di Palermo osservava che l’opposizione fosse stata ritualmente e tempestivamente proposta dalla Presidenza della Regione Siciliana, rappresentante in giudizio della Regione Siciliana evocata in giudizio dal C.. Infondati erano poi ritenuti dalla Corte di Palermo i motivi sull’inderogabilità dei minimi tariffari, essendo stata validamente assunta dall’avvocato la pattuizione di determinazione dei compensi in misura forfetaria, nè risultando che il compenso stabilito in convenzione fosse davvero inferiore agli importi minimi tariffari, tenuto conto dell’attività professionale svolta.

Avverso questa sentenza, l’avvocato C.G. ha proposto ricorso per cassazione articolato in otto motivi, cui resistono con controricorso la Presidenza della Regione Siciliana e l’Assessorato Regionale alla Sanità, formulando altresì ricorso incidentale condizionato in tre motivi, al quale a sua volta resiste con controricorso C.G..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso di C.G. allega la violazione degli artt. 647 e 656 c.p.c., in relazione all’art. 2909 c.c. e il difetto di motivazione, non avendo l’opposizione proposta dalla Presidenza della Regione impedito il passaggio in giudicato e l’esecutorietà del decreto ingiuntivo reso.

Il secondo motivo deduce violazione dell’art. 112 c.p.c., non avendo la Corte di Palermo pronunciato sul contestato difetto di legittimazione all’opposizione della Presidenza della Regione in persona dell’Assessore e dell’Assessore alla Presidenza della Regione Siciliana.

Il terzo motivo deduce violazione dell’art. 112 c.p.c., stavolta per ultrapetizione, avendo la Corte di Palermo dichiarato che l’opposizione fosse stata validamente proposta dall’organo deputato a rappresentare l’ente Regione Siciliana, ovvero la Presidenza della Regione Siciliana, mentre il Tribunale aveva fatto riferimento all’Assessore alla Presidenza della Regione, soggetti fra loro diversi.

Il quarto motivo denuncia violazione dell’art. 647 c.p.c., in relazione della L. n. 260 del 1958, art. 4, nonchè vizio di motivazione. Si dice che il decreto opposto fosse passato in giudicato non avendo l’Avvocatura dello Stato opponente contestato il difetto di legittimazione passiva della Regione Siciliana ai sensi della L. n. 260 del 1958, citato art. 4. La Corte di Palermo al riguardo ha escluso che il decreto ingiuntivo fosse stato notificato a soggetto diverso da quello cui doveva dirigersi l’adempimento.

Il quinto motivo di ricorso denuncia violazione dell’art. 100 c.p.c. e in subordine dell’art. 112 c.p.c., essendo cessata la materia del contendere in conseguenza della definitiva esecutività del decreto ingiuntivo nei confronti della Regione Siciliana, anche per effetto della sanatoria L. n. 260 del 1958, ex art. 4.

Il sesto motivo sostiene la violazione degli artt. 157 e 160 c.p.c. e il difetto di motivazione imputabili alla sentenza della Corte di Palermo, avendo essa ritenuto d’ufficio nullo ogni atto diretto alla Regione Siciliana, pur in difetto di eccezione in tal senso proveniente dall’opponente Avvocatura erariale.

2. I primi sei motivi di ricorso sono logicamente connessi e possono, pertanto, essere trattati congiuntamente, risultando infondati.

Va premesso che un decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo ai sensi dell’art. 647 c.p.c., acquista autorità ed efficacia di cosa giudicata solo se ed in quanto sussistano le condizioni che ne costituiscono il presupposto, cioè la mancata rituale e tempestiva opposizione proveniente dal soggetto a tanto legittimato o la mancata attività dell’opponente, per cui il provvedimento di esecutorietà, che ha carattere dichiarativo, non è sottratto al sindacato di legittimità del giudice e, qualora si contesti la mancata attività dell’opponente legittimato, tale sindacato deve essere compiuto dal giudice nello stesso giudizio di opposizione (Cass. 3 settembre 2009, n. 19119; Cass. 15 giugno 1991, n. 6777).

I primi sei motivi di ricorso attengono tutti, appunto, alla legittimazione della Presidenza della Regione Siciliana a propone l’opposizione al Decreto Ingiuntivo n. 2595 del 2004, emesso nei confronti della “Regione Siciliana”, ovvero alla verifica della distinta personalità della Regione Siciliana rispetto all’opponente Presidenza (ovvero all’Assessorato regionale alla Presidenza). Legittimato all’opposizione all’ingiunzione, è, invero, soltanto il soggetto contro il quale sia stato chiesto ed emesso il decreto ingiuntivo. A tale dedotta carenza di “legitimatio ad opponendum” della Presidenza della Regione sono correlate la questione della conseguita esecutività del decreto ingiuntivo, ai sensi dell’art. 647 c.p.c., di per sè sindacabile, come detto, nel giudizio di opposizione, promosso ai sensi dell’art. 645 o dell’art. 650 c.p.c., come quella della cessazione della materia del contendere.

Ora, l’opposizione proposta dalla Presidenza della Regione Siciliana, ovvero dall’Assessorato Regionale alla Presidenza, non può ritenersi formulata da soggetto diverso dalla Regione Siciliana, nei cui confronti era stato pronunciato il decreto ingiuntivo, atteso che la Presidenza della Regione Siciliana costituisce organo che esplica le attribuzioni del Presidente della Regione ed al quale è riconosciuta una generale legittimazione ad agire (L.R. Sicilia n. 28 del 1962, art. 7), mentre la Regione Siciliana non ha una sua autonoma e distinta soggettività unitaria (Cass. sez. un. 8 marzo 1986, n. 1561). In alcuni precedenti, questa Corte ha già affermato, proprio con riguardo alla legittimazione processuale della Regione Sicilia, che pure eventuali improprietà della costituzione di tale Regione possono essere superate facendo riferimento alla giurisprudenza sulla ripartizione in diversi rami amministrativi dell’amministrazione statale, la quale comunque non rileva sotto il profilo della legittimazione attiva, semprechè l’Amministrazione sia costituita – come nella specie – a mezzo dell’Avvocatura dello Stato. Il fatto che questa esprima una funzione di patrocinio potenzialmente riferibile a ciascuna delle articolazioni amministrative regionali supera anche l’eventuale improprietà dell’indicazione del soggetto che agisce (cfr. Cass. 6 giugno 2013, n. 14315; Cass. 9 giugno 1978 n. 2905; Cass. sez. un. 23 febbraio 1995 n. 2080). Le Sezioni Unite di questa Corte, con sentenza 29 maggio 2012, n. 8516, ed a proposito della L. 25 marzo 1958, n. 260, art. 4 (invocato pure dal ricorrente, seppur qui impropriamente, non emergendo nel caso di specie, per quanto appena affermato, alcun errore di identificazione incidente su distinte soggettività di diritto pubblico, l’una ingiunta e l’altra opponente), hanno peraltro affermato che pure tale norma, quando si tratti di enti ammessi al patrocinio dell’Avvocatura dello Stato, in forza dell’ineludibile principio dell’effettività del contraddittorio, vede la propria operatività circoscritta al profilo della rimessione in termini, con esclusione, dunque, di ogni possibilità di “stabilizzazione” nei confronti del reale destinatario, in funzione della comune difesa, degli effetti di atto giudiziario notificato ad altro soggetto e del conseguente giudizio.

Non sussistono violazioni dell’art. 112 c.p.c., pertanto, avendo la Corte d’Appello, in risposta ai motivi d’appello, doverosamente verificato la sussistenza della legittimazione all’opposizione a decreto ingiuntivo della Presidenza della Regione e pertanto l’insussistenza delle condizioni per la dichiarazione di esecutorietà ex art. 647 c.p.c., il che escludeva anche ogni sopravvenuta carenza di interesse ad esaminare nel merito le opposizioni spiegate.

3. Il settimo motivo del ricorso principale censura la violazione dell’art. 112 c.p.c., nella parte in cui la sentenza impugnata ha ritenuto che la richiesta di “compenso integrativo” per la redazione della “lettera d’Intenti-Accordo Quadro” fosse nuova, in quanto non formulata in primo grado. Il ricorrente assume che tale richiesta fosse stata, invece, avanzata già nel ricorso per decreto ingiuntivo, trattandosi di compenso per attività non prevista nell’iniziale incarico; evidenzia pure che la domanda “per tutte quelle somme che risulteranno comunque dovute per l’attività professionale svolta” erastata precisata nella memoria ex art. 183 c.p.c., comma 5, del 5 gennaio 2006. La Corte d’Appello non s’è nemmeno avveduta della nullità della clausola dell’originaria convenzione di incarico che violava i minimi tariffari inderogabili. Concludendo, questo motivo sostiene che la “Corte di Appello ha omesso di pronunciarsi su un capo della domanda in violazione dell’art. 112 c.p.c.”.

L’ottavo motivo censura, infine, la violazione dell’art. 2233 c.c. e il vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello nel ritenere che i limiti tariffari per determinare il compenso di un professionista siano invocabili solo se lo stesso non sia stato liberamente pattuito. Il ricorrente evidenzia come la convenzione, che prevedeva forfetariamente un compenso annuo di Euro 40.000,00, fosse stata disdettata dal Project manager dopo i primi cinque mesi, sicchè, essendo venuta meno la convenzione, essa non poteva più regolare la misura degli onorari. Si ribadisce che la convenzione non comprendeva comunque la redazione della “lettera d’Intenti-Accordo Quadro”; si allega come fosse erronea la motivazione che colloca l’attività di consulenza ed assistenza dedotta in lite in una procedura amministrativa, la quale prevedeva il contributo consultivo di organi ausiliari della Regione; come fosse infondata l’argomentazione della Corte di merito secondo cui non era stato dimostrato che la convenzione contemplasse compensi pattuiti in misura inferiore ai minimi tariffari.

4. Settimo ed ottavo motivo di ricorso, che possono esaminarsi congiuntamente, sono infondati.

Le censure dell’appellante relative alla pattuizione ed alla corresponsione di compensi inferiori ai minimi tariffari sono state disattese dalla Corte d’Appello in base ad una pluralità di rationes decidendi, tutte concorrenti a sostenere la finale statuizione reiettiva, quali: 1) la libera ponderazione dei propri interessi da parte dell’avvocato C., tenuto conto del prestigio professionale correlato all’incarico assunto con la convenzione di consulenza dell’11 giugno 2003; 2) la determinazione di un compenso forfetario “a tempo” (euro 40,000 annui), alla stregua dell’art. 10, lettera d della vigente tariffa recata dal D.M. 5 ottobre 1994, n. 585; 3) l’inserimento dell’attività di consulenza oggetto della convenzione in una complessa procedura amministrativa che coinvolgeva anche organi ausiliari della Regione; 4) il valore indeterminabile della pratica; 5) l’indubbia componente di aleatorietà dell’attività del consulente, desumibile dalle clausole della convenzione, quanto all’impegno richiesto al professionista, prevedibilmente più intenso nella prima fase del rapporto; 6) la mancata dimostrazione che l’attività in concreto svolta dall’avvocato C. fosse remunerata con compenso pattuito al di sotto dei minimi tariffari; 7) l’inammissibilità della domanda nuova di “compenso integrativo” formulata dall’avvocato C. nella comparsa conclusionale d’appello.

Questa complessa motivazione della Corte d’Appello è stata censurata dal ricorrente sotto il profilo dell’omessa pronuncia su un capo di domanda, della violazione di norma sostanziale (art. 2233 c.c.) e dell’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione.

In premessa, va considerato come l’omessa pronuncia su domanda, eccezione o istanza ritualmente introdotta in giudizio – risolvendosi nella violazione della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato integra, in senso proprio, un difetto di attività del giudice, ovvero la completa mancanza del provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto, che va fatta valere dal ricorrente soltanto attraverso la specifica deduzione del relativo “error in procedendo”, ovverosia della violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4. E’ quindi di per sè contraddittoria la denuncia dei due distinti vizi di omessa pronuncia su una domanda e poi di violazione di norma sostanziale o di vizio di motivazione sullo stesso punto decisivo della controversia, in quanto i vizi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, presuppongono che vi sia stato l’esame della questione oggetto di doglianza da parte del giudice di merito, e che, piuttosto, se ne lamenti la soluzione in modo giuridicamente non corretto ovvero senza adeguata giustificazione (cfr. Cass. 19 maggio 2006, n. 11844; Cass. 18 giugno 2014, n. 13866). Visti i molteplici argomenti spesi dalla Corte d’Appello sul punto della pattuizione e della corresponsione di compensi inferiori ai minimi tariffari, è palese, allora, l’infondatezza della censura di omessa pronuncia. Per il resto, il ricorrente contesta, in realtà, facendo riferimento all’art. 2233 c.c. ed al vizio di motivazione, un vizio di ragionamento del giudice di merito nell’interpretazione dell’esatto contenuto della Convenzione di consulenza dell’11 giugno 2003, quanto alle attività professionali che essa comprendeva ed alle modalità di determinazione del compenso, in maniera da inferirne, ad esempio, che non vi rientrasse la prestazione di redazione della lettera d’Intenti -Accordo Quadro e che fossero state violate le tariffe vigenti, senza però fare questione di violazione delle regole di cui agli artt. 1362 c.c. e segg. e senza trascrivere nel ricorso le clausole individuative dell’effettiva volontà delle parti, in adempimento dell’onere di specificità imposto al ricorrente dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6. La settima e l’ottava censura si risolvono così nella mera contrapposizione tra l’interpretazione della Convenzione prescelta dal ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata.

Invero, prima della vigenza della disciplina dettata dal D.L. 4 luglio 2006, n. 223 (convertito in L. 4 agosto 2006, n. 248), che ha abrogato le disposizioni legislative e regolamentari che prevedevano la fissazione di tariffe obbligatorie fisse o minime per le attività professionali e intellettuali “dalla data di entrata in vigore” della legge stessa; e ancora prima dell’abrogazione delle tariffe professionali ad opera del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1 (convertito in L. 24 marzo 2012, n. 27), si affermava da questa Corte che il principio dell’inderogabilità dei minimi tariffari degli onorari di avvocato e procuratore, stabilito dalla L. 13 giugno 1942, n. 794, art. 24, ed operante anche per le “prestazioni stragiudiziali”, non trovava applicazione soltanto nel caso di rinuncia, totale o parziale, alle competenze professionali, allorchè quest’ultima non risultasse però posta in essere strumentalmente per violare la norma imperativa sui minimi di tariffa. Ciò perchè la retribuzione costituisce un diritto patrimoniale disponibile e la convenzione relativa può concretarsi, sul piano sostanziale, anche in un accordo transattivo, in quanto tale, pienamente lecito, rientrando esso nella libera autonomia dispositiva delle parti contraenti, alle quali era soltanto inibito di infrangere il divieto legale sancito dal previgente art. 24, e cioè quello di predeterminare consensualmente, semmai a forfait, l’ammontare dei compensi professionali in misura inferiore ai minimi tariffari (cfr. Cass. 27 settembre 2010, n. 20269; Cass. 6 marzo 1999, n. 1912). Al riguardo, la Corte di Palermo ha però affermato che non risultassero pattuiti nella Convenzione compensi professionali in misura inferiore ai vigenti minimi tariffari, e ciò sulla base della valutazione delle risultanze probatorie disponibili. Questo ha dato luogo ad un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, sindacabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione in relazione ai canoni di ermeneutica contrattuale. Il ricorrente non ha invece dimostrato decisivamente il modo in cui il ragionamento seguito dalla Corte d’appello abbia deviato da tali regole interpretative, specificando analiticamente le prestazioni effettivamente rese e le voci e gli importi considerati pagati, per il periodo di effettivo espletamento della consulenza, in difetto rispetto alla tariffa minima, essendosi piuttosto limitato ad una semplice critica della decisione sfavorevole.

Consegue il rigetto del ricorso principale.

Rimane assorbito il ricorso incidentale condizionato.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, vengono regolate secondo soccombenza in favore dei controricorrenti.

PQM

La Corte rigetta il ricorso il ricorso principale, dichiara assorbito il ricorso incidentale e condanna il ricorrente C.G. a rimborsare ai controricorrenti le spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 10,200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 8 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 25 luglio 2016

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