Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15300 del 25/07/2016


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Cassazione civile sez. II, 25/07/2016, (ud. 08/06/2016, dep. 25/07/2016), n.15300

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10257/2012 proposto da:

REGIONE EMILIA ROMAGNA, (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA POMPEO MAGNO 3, presso lo studio dell’avvocato SAVERIO GIANNI,

rappresentato e difeso dagli avvocati ANTONELLA MICELE, DOMENICO

FAZIO;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI FAENZA, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

TAGLIAMENTO 55, presso lo studio dell’avvocato NICOLA DI PIERRO,

rappresentato e difeso dall’avvocato FEDERICO CARPI;

D.O., G.B., quali eredi di G.G.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA MARIANNA DIONIGI, 29, presso

lo studio dell’avvocato ERNESTO ALIBERTI, che li rappresenta e

difende unitamente agli avvocati VILLANI MARCO GIOVANNI, PAOLO

FEDERICO VILLANI, ERNESTO ALBERTI;

– controricorrenti –

AZIENDA UNITA’ SANITARIA RAVENNA;

– intimata –

nonchè

sul ricorso 10257/2012 proposto da:

D.O., G.B., quali eredi di G.G.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA MARIANNA DIONIGI, 29, presso

lo studio dell’avvocato ERNESTO ALIBERTI, che li rappresenta e

difende unitamente agli avvocati VILLANI MARCO GIOVANNI, PAOLO

FEDERICO VILLANI, ERNESTO ALBERTI;

– ricorrenti incidentali –

contro

COMUNE DI FAENZA (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

TAGLIAMENTO 55, presso lo studio dell’avvocato NICOLA DI PIERRO,

rappresentato e difeso dall’avvocato FEDERICO CARPI;

REGIONE EMILIA ROMAGNA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA POMPEO

MAGNO 3, presso lo studio dell’avvocato SAVERIO GIANNI,

rappresentata e difesa dagli avvocati DOMENICO FAZIO, ANTONELLA

MICELE;

– controricorrenti –

AZIENDA UNITA’ SANITARIA RAVENNA;

– intimata –

nonchè

sul ricorso 10257/2012 proposto da

COMUNE DI FAENZA (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

TAGLIAMENTO 55, presso lo studio dell’avvocato NICOLA DI PIERRO,

rappresentato e difeso dall’avvocato FEDERICO CARPI;

– ricorrente incidentale –

contro

REGIONE EMILIA ROMAGNA, AZIENDA UNITA’ SANITARIA RAVENNA,

D.O., G.B., quali eredi di G.G.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 321/2011 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 01/03/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/06/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA;

udito gli Avvocati Micele, Aliberti e Di Pietro;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO Carmelo, che ha concluso per l’accoglimento del primo

motivo del ricorso principale e il rigetto dei ricorsi incidentali.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 20 gennaio 1986 il Comune di Faenza e l’U.S.L. n. (OMISSIS) (poi A.U.S.L) di Ravenna esposero che, in virtù di deliberazioni del 1972 e del 1977 approvate dall’Autorità tutoria, e dei conseguenti contratti stipulati il 26 agosto 1974 e il 27 maggio 1977, il Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale degli Infermi di (OMISSIS) aveva affidato all’architetto G.G. dapprima l’incarico di predispone un piano generale di sistemazione ed ampliamento del nosocomio esistente, quindi di redigere il progetto di massima e quello esecutivo, ed infine, approvati questi ultimi, di provvedere alla direzione, assistenza dei collaudi e liquidazione dei lavori di esecuzione del 1 lotto delle opere progettate. Il Comune di Faenza e l’U.S.L. n. (OMISSIS) di Ravenna affermarono che tali lavori erano stati parzialmente eseguiti e che il professionista, al quale erano state versate, come corrispettivo della sua opera, Lire 702.874.557, pretendeva a tale titolo il pagamento della maggior somma di Lire 2.021.595.241. Gli attori convennero, pertanto, l’architetto G. innanzi al Tribunale di Ravenna per sentir dichiarare non dovuta tale maggior somma, ed anzi per sentirlo condannare alla restituzione di quanto risultasse dal medesimo percepito in più del dovuto. Il convenuto si costituì e chiese in via riconvenzionale che il Comune di Faenza e l’U.S.L. n. (OMISSIS) fossero condannati a pagargli la somma che lui aveva richiesto. L’architetto G.G. notificò poi in data 8 luglio 1986 autonoma citazione alla l’U.S.L. n. (OMISSIS) ed al Comune di Faenza, assumendo che gli stessi avessero unilateralmente posto fine al rapporto professionale, e perciò richiedendo la loro condanna al pagamento dell’ulteriore somma di Lire 581.601.018 e, nonchè al risarcimento dei danni subiti. I convenuti si costituirono e chiesero il rigetto di tale domanda.

Il Tribunale di Ravenna, riunite le cause ed espletata una consulenza tecnica, con sentenza non definitiva del 13 febbraio 1992, n. 148, respinse la domanda risarcitoria dell’architetto G.G. (assumendo che l’interruzione del rapporto fosse dovuta al rifiuto del professionista di proseguire nell’incarico soltanto previo integrale pagamento degli onorari pretesi) e stabilì i criteri in base ai quali andava liquidato il compenso a lui spettante.

La U.S.L. n. (OMISSIS) ed il Comune di Faenza, in via principale, e l’architetto G.G., in via incidentale, proponevano gravame e la Corte d’Appello di Bologna, con sentenza non definitiva del 10 aprile 1997, n. 489, riformava parzialmente la pronuncia del Tribunale di Ravenna, accertando la validità dei contratti stipulati inter partes, l’unitarietà dell’incarico conferito all’architetto G.G., le concordate anticipazioni sul compenso elargite all’architetto, l’interruzione del rapporto quando solo parte delle opere progettate erano state eseguite. La sentenza della Corte d’Appello di Bologna del 1997, in particolare, decideva che le competenze dovevano essere calcolate, per le opere progettate e realizzate, ai sensi della L. 24 marzo 1949, n. 143, art. 15, ossia in base alla percentuale del consuntivo lordo dell’opera, cioè della somma complessiva di tutti gli importi liquidati alle varie imprese o ditte per lavori o forniture; mentre, per le opere progettate ma non realizzate, gli onorari dovevano liquidarsi ai sensi dell’art. 18 della stessa tariffa, ossia, in mancanza di un esborso effettivo contabilizzato a consuntivo, con riferimento al loro costo prevedibile al momento in cui il rapporto fu interrotto; sicchè, essendo stata l’interruzione del rapporto decisa unilateralmente dall’ente committente, all’architetto competeva la maggiorazione del 25 % contrattualmente pattuita nella convenzione del 1974, e prevista dall’art. 18 della tariffa, e non anche il risarcimento degli ulteriori danni pretesi, di cui non era stata fornita dato prova.

L’architetto G.G. proponeva allora ricorso per cassazione, mentre l’A.U.S.L. di Ravenna ed il Comune di Faenza resistevano e avanzavano distinti ricorsi incidentali Questa Corte, con sentenza 21 gennaio 2000, n. 489, accoglieva soltanto un motivo del ricorso principale, e, pronunziando nel merito, condannava l’A.U.S.L. di Ravenna ed il Comune di Faenza a risarcire a G.G. i danni da liquidarsi nel prosieguo del giudizio. In particolare, la Corte di Cassazione spiegava come la Corte di Bologna, pronunciando su un appello avanzato contro una sentenza non definitiva, aveva rigettato la domanda risarcitoria (proposta ai sensi dell’art. 10 della tariffa professionale, per i danni effetto della sospensione del rapporto) sol perche l’attore non aveva dimostrato l’esistenza e l’entità degli ulteriori danni che aveva affermato di aver subito, pur riconoscendo che i convenuti U.S.L. n. (OMISSIS) ed il Comune di Faenza avessero commesso un illecito potenzialmente produttivo di conseguenze dannose, sicchè queste ultime ben avrebbero potuto essere provate nella successiva fase giudiziale di liquidazione. Spiegava la Suprema Corte che la condanna generica al risarcimento del danno postula, quale presupposto necessario e sufficiente a legittimarla, proprio l’accertamento di un fatto ritenuto dal giudice potenzialmente produttivo di conseguenze dannose, restando impregiudicata la verifica, riservata al giudice della liquidazione, dell’esistenza e dell’entità del danno, nonchè del nesso di causalità tra questo ed il fatto illecito. Una condanna generica ai danni può, quindi, essere negata solo quando risulti in concreto provato che ogni danno astrattamente possibile sia mancato o che non possa configurarsi un rapporto di causalità tra il fatto illecito e i dedotti effetti dannosi.

Venivano invece rigettate nella sentenza 21 gennaio 2000, n. 489, della Corte di Cassazione le censure del ricorrente principale e dei ricorrenti incidentali circa i criteri seguiti dai giudici di merito per liquidare all’architetto il compenso per le opere da lui progettate; circa la corresponsione e l’aggiornamento delle anticipazioni sul compenso, ormai rilevanti solo ai fini del computo dei relativi accessori; circa la dedotta violazione degli artt. 15 e 18 della tariffa professionale. Del pari rigettati erano i motivi dei ricorsi incidentali afferenti alla nullità delle clausole dei contratti stipulati tra le parti, le quali avevano attribuito al professionista un trattamento per lui più favorevole di quello stabilito dalla tariffa professionale, in quanto espressione dell’autonomia negoziale; come anche quelle relative all’applicabilità, nel caso di specie, della L. n. 404 del 1977, art. 6, ed all’abnormità del provvedimento cautelare con cui l’U.S.L. n. (OMISSIS) ed il Comune di Faenza erano stati autorizzati a proseguire la realizzazione delle opere progettate designando altro professionista. Veniva infine dichiara inammissibile dalla Cassazione l’eccezione di sopravvenuta carenza di legittimazione passiva della A.U.S.L. di Ravenna quale conseguenza del D.Lgs. n. 502 del 1992, che avrebbe comportato una successione per legge delle regioni alle soppresse U.S.L, in quanto sollevata soltanto nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Riprendeva cosi vigore il giudizio ancora pendente davanti al Tribunale di Ravenna, dove doveva svolgersi l’ulteriore istruzione a seguito della sentenza parziale del 13 febbraio 1992, e, su istanza del Comune di Faenza e della A.U.S.L. di Ravenna, con ordinanza del 19 luglio 2000, veniva chiamata in causa la Regione Emilia Romagna, quale successore a titolo particolare nel rapporto in contestazione.

La Regione Emilia Romagna, nel costituirsi in giudizio, eccepiva la propria carenza di legittimazione passiva nel rapporto in contestazione e, nel merito, chiedeva al giudice di quantificare le somme dovute all’architetto G., con esclusione degli importi richiesti a titolo di ulteriore risarcimento del danno. Dopo aver disposto consulenza tecnica, il Tribunale di Ravenna, con sentenza n 418/2004 del 31 maggio 2004, determinava l’onorario dovuto all’architetto G.G. al lordo degli acconti ricevuti in Lire 1.773.553.735, ivi compreso l’aumento del 25% per l’interruzione dell’incarico; liquidava il danno subito dall’architetto G. per l’interruzione dell’incarico in Lire 600 milioni e, esclusa la legittimazione passiva sia del Comune di Faenza che dell’Usl di Ravenna (essendo a tali enti subentrata ex lege la Regione quale successore a titolo particolare), condannava la Regione Emilia Romagna al pagamento in favore dell’architetto G. delle somme sopra indicate,oltre a Lire 31.990,000 quale rimborso spese per l’opinamento delle parcelle e gli interessi sulle singole parcelle. Proponeva appello la Regione Emilia Romagna, contestando la propria legittimazione passiva, in forza del giudicato formatosi a seguito della sentenza della Cassazione, che aveva indicato quali legittimati passivi il Comune di Faenza e l’Azienda sanitaria Locale di Ravenna. Venivano poi criticate dall’appellante l’applicazione del criterio di adeguamento a tutte le somme richieste, che invece doveva limitarsi ai compensi per le prestazioni effettivamente eseguite, nonchè la duplicazione degli importi riconosciuti a titolo risarcitorio, essendosi accordati all’architetto G. sia l’indennizzo per l’interruzione dell’incarico prevista per contratto sia ulteriori Lire 600.000.000 per danni non dimostrati. Erano impugnate anche la decorrenza e la quantificazione degli interessi calcolati dal Tribunale. L’architetto G. proponeva appello incidentale per vedersi riconosciute ulteriori somme portate da specifiche parcelle non calcolate. Il Comune di Faenza e l’Azienda Sanitaria Locale di Ravenna chiedevano confermarsi l’esclusione della loro legittimazione e, solo in caso di accoglimento dell’appello della Regione Emilia Romagna, domandavano ridursi gli importi dovuti all’architetto G..

La Corte d’Appello di Bologna, con sentenza n. 321 del 1 marzo 2011, in parziale accoglimento dell’appello principale, dichiarava non dovuta da parte della Regione Emilia Romagna all’architetto G.G. la somma di Lire 600.000.000 (Euro 309.874,10) a titolo di risarcimento del danno, con conseguente restituzione da parte dell’appellato in favore dell’appellante delle somme ricevute per tale causale; determinava la decorrenza degli interessi convenzionali dovuti dalla Regione Emilia Romagna all’architetto G. per le sei parcelle datate 14/10/1983 dal 19/12/1983 al saldo; per le note provvisorie datate 25/1/1984 dal 1/4/1984 al saldo; per le note provvisorie datate 18/7/1985 dal 22/8/1985 al saldo, con conferma per gli altri importi delle date già indicate. In parziale accoglimento dell’appello incidentale G., la Corte di Bologna dichiarava dovute a titolo di compensi professionali, perciò condannando la Regione Emilia Romagna al relativo pagamento in favore dell’architetto G., oltre alle somme già liquidate, le ulteriori somme di Euro 74.835,00 con interessi convenzionali dal 19/12/1983 al saldo; di Euro 18.089,15, con interessi convenzionali dal 1/4/1984 al saldo; di Euro 17.779,32, con interessi dal 18/9/1985 al saldo.

La Regione Emilia Romagna ha allora proposto ricorso in quattro motivi. G.G. si difende con controricorso ed ha proposto ricorso incidentale in unico motivo. Il Comune di Faenza si difende con controricorso ed ha proposto ricorso incidentale, condizionato all’accoglimento dei primi due motivi del ricorso principale ed adesivo al terzo e quarto motivo di quest’ultimo. La Regione Emilia Romagna ed il Comune di Faenza hanno presentato controricorsi per difendersi dal ricorso incidentale dell’architetto G. (peraltro il secondo sempre in via condizionata). Rimane intimata senza svolgere attività difensiva l’Azienda Unità Sanitaria Locale di Ravenna. Le parti hanno presentato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c. Nella memoria depositata il 24 maggio 2016 D.O. e G.B. sono intervenute quali eredi di G.G., deceduto l'(OMISSIS).

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

In via pregiudiziale, risulta ammissibile l’intervento operato da D.O. e G.B. quali eredi di G.G., seppur non nelle forme precisate da Cass. Sez. U, Sentenza n. 9692 del 22/04/2013, non avendo le controparti formulato eccezioni al riguardo.

1. Il primo motivo del ricorso della Regione Emilia Romagna denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 75, 81, 324 c.p.c. e art. 111 c.p.c., comma 3 e dell’art. 2909 c.c.. Si insiste su quanto già dedotto in appello circa l’inammissibilità dell’eccezione di carenza di legittimazione della Azienda Unità Sanitaria Locale di Ravenna e del Comune Faenza, giacchè questione coperta dal giudicato formatosi in seguito alla sentenza della Cassazione n. 644/2000, che aveva condannato tali due soggetti a corrispondere gli importi pretesi dall’architetto G.. Si reputa dal ricorrente non invocabile al riguardo l’art. 111 c.p.c., comma 3.

Il secondo motivo del ricorso principale censura la violazione della L. n. 833 del 1978, art. 66, della L.R. Emilia Romagna n. 25 del 1981, art. 14, D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 5 e della L. n. 724 del 1994, art. 6, nonchè il vizio di motivazione della sentenza impugnata. Si nega che in base a tali norme la Regione Emilia Romagna fosse tenuta a rispondere delle pretese dell’architetto G.. Si richiama la disciplina sul trasferimento ai comuni della proprietà dei beni mobili ed immobili dei soppressi enti ospedalieri e sul conseguente subentro degli stessi comuni nei rapporti obbligatori relativi ai beni trasferiti. Da ciò si conclude che fosse il Comune di Faenza, in quanto soggetto cui erano stati trasferiti i beni facenti parte del preesistente ente ospedaliero, il legittimato passivo rispetto ai debiti inerenti alla Convenzioni sottoscritte col professionista dall’ex ospedale degli Infermi di (OMISSIS).

2. I primi due motivi del ricorso principale possono essere trattati congiuntamente per la loro connessione logica.

Essi pongono questione che propriamente si intende come attinente alla legittimazione a contraddire degli iniziali convenuti e della terza chiamata Regione Emila Romagna, ovvero alla titolarità passiva dell’azione spiegata dal G., questione che, come di recente spiegato da Cass. Sez. U, Sentenza n. 2951 del 16/02/2016, dipende, appunto, dalla prospettazione fatta nella domanda di un soggetto quale titolare dell’obbligo o della diversa situazione soggettiva passiva dedotta in lite.

Il giudizio in esame trae origine, come visto, da incarichi professionali conferiti all’architetto G. dall’Ospedale degli Infermi di (OMISSIS), con Delib. 20 settembre 1972 e Delib. 29 marzo 1977.

La Corte d’Appello di Bologna ha affermato che correttamente fosse stata disposta nel corso del giudizio la chiamata in causa della Regione Emilia Romagna, in quanto soggetto passivamente legittimato per i debiti dapprima facenti capo alle soppresse USL. Tale sopravvenuta legittimazione della Regione è stata evidentemente radicata dai giudici del merito sul convincimento che il debito azionato in lite fosse stato oggetto, a norma della L. 23 dicembre 1994, n. 724, art. 6 e L. 28 dicembre 1995, n. 549, art. 2, comma 1 (che hanno trasferito alle Regioni i debiti delle soppresse unità sanitarie locali), di una vicenda di successione ex lege, a titolo particolare, della Regione Emilia Romagna nei rapporti obbligatori con l’architetto G. già di pertinenza dell’Usl n. (OMISSIS) di Faenza. In tal senso, si è ipotizzato che, pur essendo passata in giudicato la pronuncia di condanna generica del Comune di Faenza e della A.U.S.L. di Ravenna a risarcire a G.G. i danni da liquidarsi nel prosieguo del giudizio, per effetto della sentenza n. 644/2000 della Corte di Cassazione, nella fase successiva del giudizio finalizzata alla liquidazione non rimaneva preclusa, in forza dell’art. 111 c.p.c., la facoltà che l’ente successore a titolo particolare potesse intervenire o essere chiamato nel processo. Tale facoltà di intervento o di chiamata del successore nel diritto controverso è, del resto, operante in ogni grado o fase del processo e, quindi, è stata esercitata nel giudizio che procedeva per la sola liquidazione dei danni, dopo che era passata in giudicato la pronuncia non definitiva di condanna generica degli originari convenuti, peraltro a seguito di modificazioni in forza di legge delle posizioni giuridiche controverse intervenute già nel corso del giudizio sull’an, ma lì non utilmente dedotte. D’altro canto, il successore a titolo particolare nel diritto controverso, assumendo la stessa posizione del suo dante causa, non è terzo rispetto alle altre parti e la sentenza di condanna pronunciata nei confronti del dante causa ha comunque efficacia di titolo esecutivo altresì nei confronti dell’avente causa.

Sennonchè, è proprio da escludere che vi sia stata successione della Regione Emilia Romagna nel debito verso l’architetto G., e, ancora prima, che comunque tale vicenda successoria potesse superare l’accertamento definitivo dei soggetti del rapporto obbligatorio conseguente alla sentenza della Corte di Cassazione 21 gennaio 2000, n. 489, la quale aveva condannato l’A.U.S.L. di Ravenna ed il Comune di Faenza a risarcire a G.G. i danni da liquidarsi nel prosieguo del giudizio ed aveva già disatteso, per la tardività dell’allegazione, l’eccezione di sopravvenuta carenza di legittimazione passiva della AUSL di Ravenna quale conseguenza del vigente D.Lgs. n. 502 del 1992.

In un lontano precedente, questa Corte stabilì proprio che la portata decisoria della pronunzia sull’an debeatur, passata in giudicato, in quanto diretta ad affermare, nei confronti di un determinato soggetto, l’obbligo di risarcire il danno derivante da un comportamento illecito (salvi i futuri accertamenti limitati all’esistenza ed all’entità dei pregiudizi), copre i presupposti logico giuridici di quell’obbligo, che devono considerarsi definitivamente acquisiti (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 1554 del 26/05/1971).

E’ comunque da smentire, al di là della definitività della statuizione individuativa dei soggetti obbligati resa da Cass. 21 gennaio 2000, n. 489, pure la ravvisabilità di una successione a titolo particolare della Regione Emilia Romagna nelle posizioni obbligatorie per cui è causa.

Secondo consolidato orientamento di questa Corte, della L. n. 833 del 1978, art. 66, invero, ha disposto, piuttosto, la successione universale del Comune territorialmente competente nei rapporti obbligatori già facenti capo ai disciolti enti ospedalieri, quale quello di cui si discute, costituito dall’Ospedale degli Infermi di (OMISSIS) con contratto del 1974 e del 1977. La titolarità delle obbligazioni di pagamento facenti capo ad un ente ospedaliero disciolto, così trasferita al comune, a titolo di successione universale, ai sensi della L. n. 833 del 1978, art. 66, non è venuta meno, in favore della Regione o delle U.S.L. per effetto del D.L. n. 382 del 1987, convertito nella L. n. 456 del 1987 (che ha imputato direttamente alla U.S.L. di pertinenza i residui debiti degli enti ospedalieri soppressi). Si è osservato come la disciplina dettata del D.L. n. 382 del 1987, art. 12, operasse esclusivamente sul piano organizzativo interno dei meccanismi di imputazione contabile della posizione passiva, non anche sul piano esterno civilistico del rapporto con il creditore: deve dunque escludersi che, con tale nuova imputazione contabile, la legge abbia inteso disporre una successione nel debito con effetto per il creditore. Nè ad una diversa conclusione può pervenirsi sulla base del disposto del D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 5, neppure nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 517 del 1993, atteso che tale norma prevede il trasferimento al patrimonio delle Unità Sanitarie Locali o delle Aziende Ospedaliere dei soli beni e attrezzature (già facenti parte del patrimonio dei Comuni o delle Provincie con vincolo di destinazione alle U.S.L.), non anche dei rapporti giuridici obbligatori, già trasferiti ai Comuni quali successori dei disciolti enti ospedalieri a norma della L. n. 833 del 1978, art. 66 (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 21241 del 14/10/2011, nella specie relativa al pagamento di danni e maggiori oneri richiesti dall’appaltatore dei lavori di ampliamento di un ospedale; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 15761 del 12/07/2006; Cass. Sez. 1, Sentenza n. 5038 del 08/03/2005; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 5945 del 10/05/2000).

Va pertanto esclusa, in accoglimento, per quanto appena motivato, dei primi due motivi di ricorso, la sopravvenuta ravvisabilità della titolarità in capo alla ricorrente Regione Emilia Romagna dei debiti verso l’architetto G. già gravanti sul soppresso Ente Ospedale degli Infermi di (OMISSIS). Sul punto deve essere cassata la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigettata la domanda di condanna proposta da G.G. nei confronti della Regione Emilia Romagna, condannandosi, secondo quanto già statuito da questa Corte con sentenza 21 gennaio 2000, n. 489, l’A.U.S.L. di Ravenna ed il Comune di Faenza a pagare agli eredi di G.G. le somme liquidate nel prosieguo del giudizio.

Rimangono assorbiti gli altri motivi del ricorso principale, ovvero il terzo motivo, attinente a violazione dell’art. 2909 c.c. e art. 324 c.p.c., per l’applicazione dell’adeguamento dell’onorario, ai sensi dell’art. 17 della Convenzione del 1974, effettuata con riguardo a note provvisorie relative ad opere non realizzate, in contrasto col giudicato formatosi sull’interpretazione di questa clausola data dalla sentenze della Corte d’Appello di Bologna n. 489/1997; ed il quarto motivo, per violazione dell’art. 1224 c.c. e L. n. 90 del 1949, art. 9, nonchè difetto di motivazione, quanto al riconoscimento degli interessi al tasso ufficiale di sconto.

3. Venendo al ricorso incidentale di G.G., esso in unico motivo denunzia violazione dell’art. 2909 c.c. e arft. 324 c.p.c. e vizio di motivazione, avendo la Corte d’Appello riformato la decisione del Tribunale di Ravenna in ordine alla somma accordata da quest’ultimo di Lire 600.000.000 per risarcimento danni, e ciò perchè l’architetto G. avrebbe già beneficiato della maggiorazione del 25% per interruzione dell’incarico nè avrebbe fornito prova dei danni ulteriori. Il ricorrente incidentale G. assume che si sarebbe così violato il giudicato sulla condanna risarcitoria sancito dalla sentenza della Cassazione n. 644/2000. Si allegano poi una serie di circostanze astrattamente produttive di danni, non esaminate dalla Corte d’Appello.

Il motivo di ricorso incidentale è infondato.

In tema di risarcimento del danno, il giudicato formatosi sull’an debeatur (nella specie, a seguito della sentenza di questa Corte n. 644/2000) copre, per quanto già accennato, l’astratta potenzialità lesiva del fatto illecito, ma non preclude di stabilire che, in concreto, il pregiudizio non si sia verificato, sicchè il giudice del quantum debeatur non viola tale giudicato ove affermi che di tale danno non sia stata fornita alcuna prova (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 15595 del 09/07/2014; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 7695 del 21/03/2008; Cass. Sez. 1, Sentenza n. 21428 del 12/10/2007).

Lo stesso motivo di ricorso incidentale è invece inammissibile là dove allega, sub specie di difetto di motivazione della sentenza impugnata, tre mere circostanze di fatto che giustificherebbero i danni subiti dall’architetto G. a seguito dell’interruzione dell’incarico, deducendosi genericamente che si tratterebbe di circostanze addotte “nei giudizi di merito”. Non vengono indicate quali fossero state le deduzioni istruttorie avanzate a sostegno di tali circostanze, nè in quali atti dei precedenti gradi del giudizio tali deduzioni fossero state proposte. Ne risulta così violato l’onere di specificità del motivo imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6. D’altro canto, il vizio di motivazione per omessa valutazione di circostanze o ammissione di prove ad esse relative può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui essa abbia determinato l’omissione di motivazione su un punto decisivo della controversia e, quindi, ove le circostanze non esaminate o le prove non ammesse si rivelassero idonee ad invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze processuali che hanno determinato il convincimento del giudice di merito.

4. Quanto al ricorso incidentale condizionato del Comune di Faenza, esso, benchè dichiaratamente adesivo al terzo ed al quarto motivo del ricorso della Regione Emilia Romagna, va valutato non come ricorso incidentale adesivo (in quanto tale, tenuto a rispettare il termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c., comma 1, nel testo applicabile ratione temporis), quanto come impugnazione incidentale tardiva ai sensi dell’art. 334 c.p.c., in quanto proveniente da parte non direttamente soccombente in grado di appello.

Il primo motivo (rubricato 3^) del ricorso incidentale condizionato del Comune di Faenza deduce sempre violazione dell’art. 2909 c.c. e art. 324 c.p.c., sostenendo che la Corte d’Appello di Bologna, nella sua sentenza del 1 marzo 2011, avrebbe violato il giudicato formatosi in seguito alla pronuncia n. 489/1997 della stessa Corte di Bologna, sull’interpretazione dell’art. 17 della Convenzione inter partes del 26 agosto 1974, secondo cui all’architetto G. dovevano corrispondersi gli aggiornamenti sugli onorari solo per le opere effettivamente eseguite e quindi sulla base delle somme effettivamente spese. Si denuncia che la sentenza ora impugnata avrebbe invece accordato l’aggiornamento a tutte le note dell’architetto G., compreso le due datate 25 gennaio 1984 relative a prestazioni non eseguite.

La questione qui riproposta appare conforme al secondo motivo di appello sottoposto alla Corte di Bologna. Il motivo è stato disatteso dalla Corte di merito, dapprima richiamando la propria precedente pronuncia e poi facendo rinvio alle conclusioni del CTU, il quale avrebbe affermato che l’architetto G. aveva emesso le parcelle avuto riguardo “ai lavori preventivati, agli stati d’avanzamento delle opere ed infine al valore finale delle opere stesse”, avendo richiesto l’adeguamento dei compensi in base al consuntivo loro delle opere, in conformità alle previsioni contrattuali. In tal senso, non emerge un contrasto formale tra la decisione ora impugnata della Corte d’Appello di Bologna e l’interpretazione della clausola della Convenzione affermata, con efficacia di giudicato, nel giudizio sull’an debeatur. L’attuale pronunzia sul contenuto e sui limiti di tale giudicato esterno deve infatti essere adottata soltanto sotto il profilo della violazione e falsa applicazione della norma dell’art. 2909 c.c. e dell’art. 324 c.p.c. e quindi dei principi in tema di elementi costitutivi della cosa giudicata, non essendo stati specificamente dedotti vizi attinenti alla motivazione. Nè è possibile sollecitare – essendo i poteri di questa Corte limitati al sindacato di legittimità – indagini circa il contenuto sostanziale della pronuncia, nel senso di verificare se, dietro il formale ossequio del giudicato preesistente, la Corte di Bologna abbia poi applicato l’adeguamento a prestazioni non effettivamente eseguite, risolvendosi ciò in un apprezzamento di fatto, demandato in via esclusiva al giudice del merito.

5. Il secondo motivo (rubricato 4^) del ricorso incidentale condizionato del Comune di Faenza deduce violazione dell’art. 1224 c.c. e L. n. 90 del 1949, art. 9, nonchè difetto di motivazione, quanto al riconoscimento degli interessi al tasso ufficiale di sconto sulle spese di opinamento delle parcelle, sia quanto alla loro decorrenza dalla data di pagamento delle spese e non dalla sentenza. In effetti, secondo consolidato orientamento di questa Corte, il diritto agli interessi legali calcolati secondo la disciplina di cui della L. 2 marzo 1949, n. 143, art. 9, di approvazione della tariffa professionale, concerne il caso di ritardato pagamento dei compensi dovuti per prestazioni professionali ad ingegneri ed architetti, per cui gli interessi moratori sulle somme dovute a titolo di onorari sono ragguagliati al tasso ufficiale di sconto e maturano dopo il decorso di sessanta giorni dalla consegna della specifica da parte del professionista, dovendo il giudice, ai fini della doverosità del saggio e della decorrenza degli accessori, verificare unicamente la sussistenza dei presupposti indicati dalla citata norma (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 1833 del 07/02/2003; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 11187 del 04/07/2012).

Tuttavia, anche quanto al secondo motivo (rubricato 4^) del ricorso incidentale condizionato del Comune di Faenza, si tratta di denuncia di vizio che non risulta dal testo della sentenza impugnata, che sul punto si è limitata ad affermare che la censura sulle spese di opinamento delle parcelle fosse infondata, perchè le stesse risultavano “correttamente determinate in base alla documentazione prodotta sia in relazione al capitale che agli interessi dovuti ed alla relativa decorrenza”.

Conseguono l’accoglimento, per quanto in motivazione, del primo e del secondo motivo di ricorso della Regione Emilia Romagna, l’assorbimento dei restanti motivi del ricorso principale, il rigetto dei ricorsi incidentali proposti da G.G. e dal Comune di Faenza, la cassazione della sentenza impugnata e, decidendosi la causa nel merito, il rigetto della domanda proposta da Gianni G. nei confronti della Regione Emilia Romagna e l’accoglimento della domanda dallo stesso proposta nei confronti del Comune di Faenza e della A.U.S.L. di Ravenna, con condanna di questi ultimi al pagamento in favore di D.O. e G.B., quali eredi di G.G., delle somme indicate nella sentenza 1 marzo 2011 della Corte d’Appello di Bologna.

E’ infine inammissibile la domanda proposta dalla Regione Emilia Romagna volta alla condanna del Comune di Faenza, eventualmente in solido con l’A.U.S.L, di Ravenna, alla restituzione delle somme versate (peraltro all’architetto G.) in forza delle sentenze di primo e di secondo grado, risultando una siffatta pronuncia, a norma dell’art. 389 c.p.c., mai consentita nel giudizio di legittimità, nemmeno nel caso in cui la Corte di cassazione, annullando la sentenza impugnata, decida, come qui avvenuto, la causa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., atteso che tale domanda deve essere proposta al giudice che ha pronunciato la sentenza cassata (cfr. fra le più recenti Cass. Sez. 3, Sentenza n. 667 del 18/01/2016; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 12218 del 17/07/2012).

Le spese processuali, liquidate come in dispositivo, vengono regolate secondo soccombenza in favore della Regione Emilia Romagna e a carico del Comune di Faenza e della A.U.S.L. di Ravenna, ed invece compensate nei rapporti tra gli eredi G. e le altre parti, in ragione dell’esito finale della lite.

PQM

La Corte accoglie, per quanto in motivazione, il primo ed il secondo motivo di ricorso della Regione Emilia Romagna, dichiara assorbiti i restanti motivi del ricorso principale, rigetta i ricorsi incidentali proposti da G.G. e dal Comune di Faenza, cassa, nei limiti delle censure accolte, la sentenza impugnata e, decidendo la causa nel merito, rigetta la domanda proposta da G.G. nei confronti della Regione Emilia Romagna ed accoglie la domanda dallo stesso proposta nei confronti del Comune di Faenza e della A.U.S.L. di Ravenna, condannando questi ultimi al pagamento in favore di D.O. e G.B., quali eredi di G.G., delle somme come indicate nella sentenza 1 marzo 2011 della Corte d’Appello di Bologna; condanna il Comune di Faenza e la A.U.S.L. di Ravenna a rimborsare alla Regione Emilia Romagna le spese processuali, che liquida in Euro 3.000,00 per diritti ed Euro 5.000,00 per onorari quanto al primo grado di giudizio, in Euro 3.000,00 per diritti ed Euro 4.000,00 per onorari quanto al giudizio di secondo grado, ed in complessivi Euro 12.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, per il giudizio di legittimità, oltre a spese generali e ad accessori di legge; compensa le spese processuali nei rapporti tra D.O. e G.B., quali eredi di G.G., il Comune di Faenza e la A.U.S.L. di Ravenna.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 8 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 25 luglio 2016

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